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L’ISTRUZIONE TRA DELUSIONI E SPERANZE

Scritto da redazione il 30/1/2013


L’ISTRUZIONE TRA DELUSIONI E SPERANZE

Vincere la rassegnazione conservando la capacità di indignarsi

Alla fine del primo quadrimestre arrivano i primi responsi relativi al rendimento scolastico e, come al solito, c’è chi se la cava più o meno decentemente e chi annaspa. Ma, al di là delle situazioni dei singoli, ci pare di cogliere un fenomeno che quest’anno sembra si sia aggravato: la disaffezione per scuola e università.
Si coglie tra gli studenti un atteggiamento di disincanto. È proprio necessario andare a scuola? È davvero un utile viatico verso un futuro lavoro? Le risorse finanziarie e intellettive investite saranno ristorate da risultati soddisfacenti?
Domande legittime, oggi amplificate da una crisi, che per troppo tempo si è cercato di esorcizzare e che ora, oltre ad aggredire le fasce più deboli, coinvolge anche strati del ceto medio. Perché allora “perdere tempo” a scuola, mentre sarebbe più proficuo cercare subito un’occupazione?    Inoltre, una volta conseguito un titolo di studio, che possibilità concrete ci sono di ottenere un posto di lavoro confacente? Gli esempi di laureati che accettano impieghi umili non sono incoraggianti, né lo sono le assunzioni che prescindono da capacità e merito.
Il panorama non è confortante, specie se si leggono le ultime statistiche dell’ISTAT, ma non bisogna scoraggiarsi, perché cedere al pessimismo non è produttivo per il Paese, né per i singoli.

Il Paese
Non lo è per il Paese, che dovrebbe invece confrontarsi con altre realtà, per scoprire la nostra generale condizione di minorità. L’OCSE (l’Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico) ha diffuso il suo ultimo rapporto, “Sguardo sull’educazione” (Education at a glance). Siamo penultimi tra i 34 Paesi aderenti, perché da noi i laureati sono solo il 15%, contro una media OCSE del 31%. Le prospettive sono ancora peggiori, perché mentre nel 2000 s’immatricolava il 70% dei maturati, lo scorso anno la percentuale è scesa al 60%. Né può consolarci il fatto che 40 anni fa gli universitari erano il 5% di quelli di oggi, perché mentre il mondo corre, noi ci stiamo sedendo, come testimonia il confronto impietoso tra i brevetti registrati. In ambito energetico, ad es., nel 2000 i brevetti di Corea del Sud e Italia erano più o meno paragonabili; nel 2010 i coreani sono stati 1175, gli italiani 95.
Continuando su questa scia, per l’Italia si apre una “gloriosa” prospettiva di occupazione di basso livello, se è vero che le proiezioni per il 2015 (con base 2010) prevedono incrementi del 5,5% per le professioni specialistiche e del 14% per quelle non qualificate. Qualcuno dall’estero organizzerà e dirigerà e noi, da bravi scolaretti, obbediremo eseguendo con diligenza. Si comprende perché nel 2011 sono emigrati all’estero 2.200 giovani laureati, una cifra notevole su un totale di 27.000.
Di fronte a questi dati allarmanti noi continuiamo a tagliare scuole, università e ricerca, al di là dei pur necessari interventi di razionalizzazione della spesa.    A questo proposito, prima di avviare la litania delle lamentazioni esaminiamo gli ultimi dati forniti dalla Fondazione Rocca: per uno studente di scuola media spendiamo in Italia 6700 euro, contro una media Ue di 5980 e 5720 della “solita” Germania. Quando poi si va a verificare il risultato di questo impegno finanziario, la risposta è deludente: la percentuale della popolazione tra i 25 e i 64 anni con un diploma di scuola superiore da noi è del 53%, in Germania è dell’85%. Quanto lavoro c’è da fare!

I singoli
Ma il pessimismo non è produttivo neppure per i singoli giovani, perché proprio da essi si attendono soluzioni, idee innovative. Lo sviluppo non si alimenta con la stantia ripetizione di gesti consolidati, ma affrontando le situazioni attuali facendo tesoro delle esperienze e aggiungendo quel pizzico di razionalità, creatività e freschezza che consentono di giungere alla soluzione idonea ai tempi attuali, che sono in rapida evoluzione.
È la tecnica che gli psicologi chiamano del problem solving, l’attitudine cioè di vedere le cose in modo sempre nuovo, con l’elasticità mentale che è patrimonio tipico della giovane età e che la scuola ha il compito di coltivare e sviluppare.
Non c’è dunque spazio per il giovani per la rassegnazione flaccida, né per l’autocommiserazione. Occorre invece conservare, pur nelle odierne difficoltà, la capacità di reagire, di indignarsi, di lottare per qualcosa in cui si crede e se questo qualcosa non c’è bisogna inventarselo. Anche per questa “invenzione”, per questa ricerca, il ruolo della scuola è fondamentale.
La crisi, esasperata dall’enfasi riservata ai mercati, sembra aver appannato questa voglia di fare, di reagire, ma confidiamo che sotto la cenere di cinismo, indifferenza e rassegnazione non sia spento l’ardore giovanile.
Scriveva Pasolini: “Io so che i migliori italiani sono i giovani, dai 16 ai 20 anni. Sono di gran lunga i migliori”. È vero che sono passati più di 50 anni, ma riteniamo che questa fiducia sia un gesto di speranza che va corroborato.

Vito Procaccini


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