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L’Italia al voto

Scritto da redazione il 23/2/2013


L’Italia al voto

Si è conclusa ieri sera la campagna elettorale con l’ultima tribuna politica della rai, alla quale hanno partecipato i leader Berlusconi, Bersani e Monti, mentre Grillo riempiva le piazze di Roma, dando nel frattempo del parassita al segretario del PD. La parola passa ora agli italiani, che dopo il fatidico consueto silenzio stampa di quarant’otto ore andranno, nel segreto dell’urna, a scegliere la coalizione che guiderà il Paese nella prossima legislatura. Non credo di essere lontana dall’interpretare il sentimento della popolazione, ben consapevole che questo voto, forse più che qualunque altro, storicamente, rappresenti la fine e al contempo l’inizio di un’epoca. Quale sarà il domani del Paese dipenderà, ovviamente, dalla scelta degli Italiani, dalla loro capacità di essere coesi, e di accordarsi, come maggioranza, a destra, a sinistra o al centro. Mai come oggi, dopo la seconda guerra mondiale, si sente unanimemente la responsabilità della governabilità. La cittadinanza attiva non è più una parola, il suono di qualche lettera messa in fila in armoniosa disposizione. Diventa, adesso, il senso della storia che sarà. La salvezza di un Paese per il quale si è versato il sangue di giovani vite, che hanno lottato per l’indipendenza e per la libertà nel Risorgimento. Che hanno saputo scegliere la democrazia contro la monarchia e il fascismo, nel referendum a suffragio universale del ’46. Ed è ovvio che, giunti a questo punto, non bastano più le parole. Non bastano le false promesse della demagogia berlusconiana. Ma non basta nemmeno il populismo senza costrutto del “tutti a casa” di Grillo. Mentre potrebbe finire per strangolare la povera economia ancora esistente una strategia dei tagli ad ogni costo, della sobrietà che diventa miseria nelle tasche della gente. Monti ha salvato l’Italia, ma la sua politica economica e fiscale deve smussare le asprezze che finiscono per distruggere il lavoro e le proprietà dei piccoli contribuenti. Ha invece ancora un senso accanirsi sui grandi patrimoni, sugli evasori miliardari. Significa qualcosa fare della politica una scienza che non possa in alcun modo essere scissa dalla morale, dalla ricerca di valori da mettere in campo. Onestà, schiettezza, rispetto dell’altro, trasparenza nell’amministrare, efficienza, velocità. Di tutto questo abbiamo bisogno con estrema urgenza, per alleggerire la pesante macchina della burocrazia e dell’immobilismo. Così come vogliamo tornare a credere che il lavoro valga ancora qualcosa. Che chi lo fa seriamente abbia diritto a vederselo riconosciuto. Il cittadino vuole avere la certezza della legge. Sapere di essere davvero uguale ad ogni altro in tribunale. Non so se siamo nella post democrazia, come dicono molti. Ho invece quasi la certezza che la democrazia, quei principi fondamentali della nostra Costituzione del ’48, non siano ancora compiutamente realizzati. Probabilmente non sono stati nemmeno letti e conosciuti dai più. Ed è qui che il discorso politico diventa culturale. E dovrebbe partire dalle scuole. Quelle stesse scuole che sono state spesso oggetto di tagli e di ridimensionamenti, con i governi di questi ultimi anni. Un Paese solido costruisce le proprie fondamenta a partire dalla formazione dei giovani. Dal loro futuro di lavoro e di produttività, senza mandarli via, al nord, in altri paesi, o addirittura all’estero. Si parla tanto di fuga di cervelli, ma nessuno si preoccupa più di come fare a trattenerli. Un Paese povero è soprattutto misero di idee. Col tempo lo diventerà anche di denaro. Al contrario, il senso della comunità dovrebbe entrarci nelle ossa. La dovremmo vivere nelle nostre vite come se fosse incarnata nella storia del nostro DNA biologico. Ma per questo necessitiamo di un’educazione che sia comunitaria. Tutto questo è educazione alla politica, ma è anche in se stesso terribilmente poetico, e rischia, come tale, di rimanere improduttivo, senza un concreto sostegno progettuale di tipo economico, nel quale tradurre fattivamente queste idee di apertura, di incontro e di conoscenza, in proficui scambi reciproci. La cultura è trasversalità. Ripudia la chiusura e il conflitto come la guerra. Si apre al dialogo e all’interazione. Necessita di gettare ponti piuttosto che di edificare muri. Restare in Europa significa essere capaci di misurarci con gli altri, con quelli che sono divenuti i nostri più prossimi interlocutori. Chiuderci nel nostro isolamento non farà altro che renderci più fragili. L’apertura è scambio. E lo scambio, lungi dall’impoverire, rappresenta da sempre un arricchimento reciproco. L’altro interlocutore politico diventa comunque una concreta presenza sulla quale poter contare. La solitudine deve farci paura. Quella, e non altro, più di tutto. Perché nella solitudine si generano mostri, a partire da quelle voci che rischiano di divenire gli unici suoni che saremo in futuro disposti ad ascoltare. Le urla di Grillo fuori dal coro ci fanno paura. Perché chi rifiuta il dialogo, preferendogli le prediche solitarie nelle piazze, stordisce la platea e ci riporta a memorie antiche, ma non così lontane nel tempo, che ci sforziamo ancora di dimenticare. La stessa lotta di Pannella, che crede di poter risolvere i problemi del Paese con l’amnistia e la guerra della fame per migliori condizioni carcerarie è anacronistica e terribilmente limitata e limitante. E Antonio Ingroia ci richiama allo spettro del comunismo, che rifiuta di confrontarsi con i suoi stessi compagni, e non accetta, di principio, l’idea della coalizione. E sono anacronistici anche tutti gli altri partitini che sostengono un governo berlusconiano che ha ormai compiuto il suo tempo. La Lega vuole separare quello che Fratelli d’Italia ritiene giustamente unito. Entrambi hanno qualcosa da rimproverare al PDL, eppure non disdegnano la possibilità di una coalizione che permetta a tutti loro di acquisire seggi in Parlamento. Andare al voto questa volta è più difficile che mai. Lo è perché sappiamo fin troppo bene che, adesso, non si tratta di fare una scelta piuttosto che un’altra, tanto “se va male li mandiamo a casa”. Qui c’è in gioco il futuro di una nazione che solo due anni fa ha celebrato il centocinquantesimo anniversario della sua unità. La lotta per la libertà e l’indipendenza italiana dallo straniero sono costate sudore e sangue agli italiani. Non vogliamo dimenticarcene proprio ora. Ma, nella consapevolezza del valore politico della democrazia, andiamo ad esprimere il nostro voto col grande timore di sbagliare una battaglia decisiva e di disperdere così, in una situazione estrema, il sacrificio di quanti hanno dato la vita per questo diritto di civiltà, e per la nostra stessa libera responsabilità di donne e uomini di un’Italia bella che, proprio perché tale, deve ritornare ad essere nuovamente e finalmente ancora possibile. Perché, al di là di ogni schieramento politico, è questa la sola ed unica volontà di noi tutti. Recuperare questa consapevolezza, secondo Bersani, significa recuperare il Paese. Sembra una favola. Ma è così bella, e vogliamo credere ancora ad un sogno possibile, che al risveglio divenga realtà. Mandiamo avanti i sentimenti, ricordando che con quelli abbiamo unito l’Italia. E se lo abbiamo fatto centocinquant’anni fa, fidatevi, che si può fare ancora.
Antonietta Pistone


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