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L’educazione dei giovani e l’economia del bel paese per mari e Monti

Scritto da redazione il 12/5/2012


L’educazione dei giovani e l’economia del bel paese per mari e Monti

C’era una volta una grande famiglia, con molti figli. Il padre spiegò che tutti avrebbero dovuto collaborare al bilancio di quella che in piccolo costituiva di fatto una società a tutti gli effetti. Non era necessario che si lavorasse, bastava fare il proprio dovere. E raccontò che un filosofo illuminista di nome Kant aveva scritto un’opera, intitolata la Critica della Ragion Pratica, nella quale parlando del problema morale spiegava che una sola era la legge categorica che valeva come imperativo, per rispondere alla domanda “cosa devo fare?”. Si trattava della legge del dovere per il dovere, e imponeva a ciascun essere umano di compiere sempre onestamente il suo proprio dovere in qualunque circostanza egli si trovasse. Il padre e la madre avrebbero dovuto lavorare per guadagnare quel denaro che sarebbe servito al sostentamento della famiglia. Mentre i figli avrebbero dovuto studiare per costruirsi un futuro dignitoso. E quello era da intendersi come il loro doveroso compito attraverso il quale avrebbero evitato gli sprechi e realizzato un guadagno per tutti. D’altra parte esiste anche il detto “ogni soldo risparmiato è un soldo guadagnato”. Fin qui tutto bene. Ma un giorno il padre si innamorò di un’altra donna e cominciò a spendere per lei tutti i suoi guadagni, privando la famiglia del necessario, e sottraendole del denaro utile al futuro dei suoi stessi figli. La madre per dispetto andò con altri uomini, e tralasciò il lavoro. I figli, ai quali nessuno dei due genitori insegnava praticamente la legge del dovere, cominciarono a trascurare il loro impegno di studio. Quando rientravano in casa non trovavano quasi mai i genitori, troppo distratti dalle personali vicende private per ricordarsi del dovere principale che avevano assunto, mettendo su famiglia, nei confronti della prole. Col tempo i genitori decisero di smettere l’ipocrisia e di separarsi pacificamente. La madre, abbandonata con i figli, andò a vivere a casa del compagno, che cominciò a fare da padre ai bimbi più piccoli. Ma questi non volevano ubbidire a chi non riconoscevano come loro genitore naturale. Non studiavano, e sperperavano il denaro, nella convinzione di far dispetto così ai genitori che si erano separati. Inutile dire che entrambi i nuovi nuclei familiari, nati su una tragedia, crebbero nel disordine più completo e finirono unicamente per peggiorare sempre di più. Perché nessuno aveva voluto assumersi le proprie responsabilità, dai più grandi ai più piccini, compiendo fino in fondo il proprio dovere. E fare il proprio dovere non è cosa agevole, la maggior parte delle volte. Questa è la storia della dissoluzione di una famiglia, come tante se ne vedono oggi. Ma è anche la storia di uno stato e di una nazione che si chiama Italia. Già Aristotele e poi il grande padre della patria Giuseppe Mazzini ci hanno spiegato che lo stato è figlio della famiglia. E che è da un buon padre che si riconosce un buon cittadino. Nella Politica il filosofo macedone scriveva di economia familiare, distinguendola dalla crematistica, e paragonando la situazione finanziaria della famiglia a quella dello stato. Chi sa amministrare la famiglia sa e può amministrare lo stato. Entrambe le istituzioni, per reggersi bene, necessitano di un’economia che soddisfi, prima di tutto, i bisogni della comunità. La quale, se è in grado di produrre più del dovuto per la sussistenza collettiva, può anche pensare di attivare un mercato dei beni che generi ricchezza monetaria e nuovamente investibile. Aristotele aveva le idee chiare. E Marx si richiama alla tradizione antica quando parla di bene con valore d’uso e di scambio, per designare la differenza tra la semplice sussistenza e l’economia di mercato. Ma per produrre, e far girare l’economia, di una famiglia e di uno stato, è necessario lavorare e fare sempre, e tutti, il proprio dovere. E ci sono pedagogie, dalla Repubblica di Platone all’Emilio di Rousseau, che parlano di quanto sia importante dal punto di vista politico che uno stato sostenga e coltivi le intelligenze innate, e i personali temperamenti dei giovani, per attivare interventi individualizzati e consentire a ciascuno di fare finalmente il suo proprio mestiere.    Eppure sappiamo tutti assai bene come sia praticamente impossibile vedere oggi un sogno lavorativo realizzato. Attualmente, le nuove generazioni, possono reputarsi già molto fortunate se riescono a studiare in un corso universitario le discipline che avrebbero voluto comprendere e conoscere. Con riferimento al lavoro vero e proprio, molti si riterrebbero davvero dei privilegiati se potessero presto occupare una posizione statale, che ormai rappresenta per la maggioranza di loro la garanzia del posto fisso, di uno stipendio sicuro, ergo della serenità individuale e familiare. C’è poi da ricordare che in una comunità non è necessario solo produrre per far “girare l’economia”, ma è altrettanto importante mettere da parte del denaro per sostenere le spese della collettività tutta. Le tasse sono un semplice meccanismo di raccolta dei proventi necessari a pagare quanto serve alla società civile per vivere in uno stato dignitoso, che garantisca quei servizi indispensabili alla comunità, come la sanità pubblica, l’istruzione gratuita, la rete viaria, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani, i trasporti, le attività utili allo sviluppo del turismo, o delle altre imprese a sostegno dell’economia di un paese. Questi soldi, utili alla sopravvivenza di uno stato come soggetto giuridico ed economico, sono il risultato dei risparmi, della buona amministrazione, e delle imposte versate dai contribuenti. In una società in cui normalmente si spende più di quanto si possiede, e si ruba quando si amministra, se viene richiesto ai cittadini un doveroso periodo, più o meno lungo, di sacrificio (anche attraverso una tassazione più pesante che vada a recuperare i proventi delle casse impoverite dagli amministratori disonesti delle precedenti legislature, che hanno rubato piuttosto che governare correttamente il paese), ci si aspetterebbe che tutti dessero una mano nelle loro possibilità. Invece si levano cori di arrabbiati da tutte le parti, per recriminare un diritto contro chi è solo per disgrazia succeduto a tutti quelli che hanno ridotto sull’orlo del fallimento economico l’Italia. Finché c’era Berlusconi si gridava allo scandalo. Ora che c’è Monti non si fa che recriminare a destra e a manca sull’IMU e su tutti gli aumenti che nelle prossime bollette delle utenze condominiali ci pioveranno addosso. Ma si fa come un bambino al quale viene chiesto un sacrificio, mentre lui non capisce e pretende a tutti i costi l’oggetto del suo desiderio, oltre ogni misura e ragione. A che serve fare i capricci? Recriminare sugli aumenti? Ostinarsi a non pagare la Tarsu e ora l’IMU? Se soldi non ce ne sono dove volete che li vada a prendere Monti? Dal suo portafogli forse? Ah, dovrebbe ridursi lo stipendio come tutti i politici? E perché non ci vai tu, allora, a servire il paese? Perché non ti esponi tu in prima persona? Perché poi non chiedi la riduzione del tuo assegno mensile, ammesso che ti riesca l’impresa di farti eleggere e di ottenere il consenso degli elettori e del paese a governare? Siamo un popolo di ignoranti e di immaturi, questo è certo. E la nostra generalizzata corruzione non ci porterà meno lontano, nello scendere a fondo, di quanto non stia già facendo la nostra presunzione di sapere e di conoscere tutto. Il fenomeno dell’evasione è capillare e diffuso a tal punto che non si riesce più a chiamare un falegname o un idraulico a casa senza dover pagare in nero, cioè senza ricevuta, tutte le sue costose prestazioni. Ricordo che mia nonna paterna, dopo aver pagato un operaio, si rammaricò un giorno con mio zio, professore di filosofia e storia in un liceo e giornalista pubblicista, per il fatto di averlo fatto studiare. Ecco cosa è l’Italia. Il paese dei ladri, piccoli e grandi evasori. Il paese degli incompetenti, che vorrebbero fare tutti i politici. Il paese dei presuntuosi, che nulla conoscono di ciò di cui parlano. Il paese degli immaturi e degli sciocchi, che di fronte alla rovina imminente, di cui la Grecia è lo spettro più prossimo, continuano a recriminare sul perché e sul per come si sia giunti a tanto, invece che adoperarsi, finalmente, per recuperare qualcosa e per salvare il salvabile. Ammesso che qualcosa ci sia ancora da salvare. E si continua tutti a litigare, come quei genitori separati che sono capaci ancora di anteporre il loro personale egoismo al bene dei figli, troppo ciechi per accorgersi che esistono delle ragioni superiori che impongono un doveroso silenzio di civiltà. Voi mi direte che ci sono i suicidi. Certo che la gente si suicida. I precari e i poveri artigiani che non riescono a pagare le tasse sono le vittime di un sistema sociale che ha insegnato a tutti, sin da piccoli, che il denaro vale più dell’uomo. E che ha così finito per stritolarlo nella morsa dell’affarismo. Anche l’esistenzialismo filosofico ha, in questo dramma, le sue responsabilità. Angoscia, disperazione, smarrimento, alienazione sono le caratteristiche del nichilismo passivo della nostra epoca popolata da fantasmi del passato, ai quali non è stata in    grado di sostituire personaggi di calibro che siano ancora viventi. Ed è perciò divenuta, come scriveva Nietzsche, un’era di decadenza in cui si finisce per idolatrare un cadavere piuttosto che amare l’essere umano vivo e vegeto. Solo una filosofia rispettosa dei sacri valori della persona ci può salvare. E si suicidano poi gli imprenditori che hanno evaso il fisco per anni, e che oggi sono impossibilitati a pagare le multe milionarie che ricevono dagli esattori. E allora? Anche Giuda il traditore si è suicidato. Vogliamo per questo dare la colpa a Gesù Cristo?

Antonietta Pistone
Nota bibliografica
Per questo articolo si rimanda alle letture di seguito:

1) Aristotele, La Politica
2) Kant, La critica della Ragion Pratica
3) Platone, La Repubblica
4) A. Pistone, Considerazioni su La Politica di Aristotele, Edizioni del Poggio
5) A. Pistone, Teoresi e Prassi delle Scienze Umane, Bastogi Editore
6) Rousseau, L’Emilio


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