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L'infanzia di Gesù

Scritto da redazione il 22/12/2012


L'infanzia di Gesù

L’infanzia di Gesù, edito dalla libreria Editrice Vaticana Rizzoli nel mese di Ottobre del 2012, è l’ultimo libro di Benedetto XVI. Un regalo natalizio con un po’ di anticipo sui tempi canonici, questo che Joseph Ratzinger fa alla comunità dei fedeli del grande mondo cattolico. Un libro semplice da leggere, e scorrevole. Una lettura piacevole da fare accanto al presepe. Un dono gradito da mettere e trovare sotto l’albero. Il contenuto tradisce appena un poco il titolo del libro, che lascia intendere al lettore di potersi così abbeverare alle fonti della sacra scrittura attraverso il racconto dell’infanzia di Gesù. In effetti solo l’ultimo capitolo, di poche pagine, tratta dell’episodio di Gesù al tempio, lascia essere e vivere quel bambino attraverso le sue parole vive. La quasi totalità delle pagine è invece del tutto dedicata alla rappresentazione del presepe, la scena della Natività, con il suo importante valore simbolico e metaforico. Il libro si legge tutto d’un fiato in questi giorni proprio perché osserviamo sempre con grande gioia rappresentazioni presepiali un po’ dovunque. Si continua a fare il presepe nelle case, nelle chiese, nelle esposizioni e nelle mostre, come vuole la tradizione. E nel rispetto degli usi e dei costumi dominanti il presepe continua ad attrarre forse anche più dell’albero natalizio, perché assume le forme e le tipologie più disparate a seconda delle tecniche utilizzate per la sua riproduzione. Divenendo l’espressione di una raffinata forma d’arte, che è quella appunto detta presepiale, capace di miscelare sapientemente la storia delle sacre scritture con le tradizioni popolari e le caratteristiche geografiche del territorio in cui la scena dalla Natività è di volta in volta ambientata. Benedetto XVI ha così realizzato anche un libro di sicuro successo editoriale che, per il suo valore interpretativo della rappresentazione presepiale, ha certamente la capacità di attrarre a sé il credente, lo studioso, ma anche l’ateo o il curioso. La grotta di Betlemme diviene in questi giorni protagonista della scena, richiamando l’attenzione su un Dio Bambino che si fa uomo, assumendo su di sé il limite dell’esistenza umana, e della morte di cui quella stessa grotta è già mesto presagio. Gesù diviene così il simbolo della povertà, della semplicità della gente comune, a tal punto che è costretto a nascere in una grotta perché ai suoi genitori viene rifiutato un posto al caldo in albergo per mancanza di disponibilità. Eppure c’è un fuoco, la luce interna alla grotta che riscalda il Bambinello, e che rappresenta già quella Luce che viene nel mondo per portare gioia e calore al popolo di Dio, sempre in cammino. Il Dio Bambino è riscaldato dall’alito del bue e dell’asinello che, come le pecore giunte davanti alla grotta con i loro pastori sono il simbolo di un’umanità inconsapevole, e di noi tutti, ignari di cosa stia accadendo, increduli perché incapaci di comprendere fino in fondo l’evento grandioso che accade nella notte di Betlemme. Le pecore al pascolo sono proprio quell’umanità in cammino, condotta alla grotta dai pastori, i poveri preti di campagna, i parroci delle piccole comunità agresti e provinciali, anche loro ignoranti e semplici nelle assimilate convinzioni. Tutti si avvicinano al grande mistero della grotta. In adorazione del Bambinello. Davanti ai genitori adottivi, anche loro in contemplazione stupita dell’evento che li ha visti protagonisti. Ricordiamo chi sono Giuseppe e Maria: due sposi promessi, ma ancora legati dal vincolo del fidanzamento, e perciò obbligati alla castità assoluta e alla fedeltà reciproca. Quando Maria rivela a Giuseppe di aver ricevuto la visita dell’Angelo del Signore, che le annunciava l’inaspettata gravidanza per opera dello Spirito Santo Giuseppe resta così interdetto che vorrebbe ripudiare la sua sposa, non credendo alle sue parole. Solo dopo aver sognato, e il sogno ricorre come compagno abituale di consiglio nel caso di Giuseppe, il Servo di Dio si convince e decide di sposare ugualmente Maria, rispettandola come comanda il Signore. La storia di Gesù inizia da un grande atto di fede dei suoi genitori. Che parlano poco, ma ascoltano molto e agiscono di conseguenza eseguendo puntualmente la volontà del loro Dio. Maria ascolta l’Angelo e dice “sì”. Giuseppe sogna e dice “sì”. E il loro “sì” diventa carne. Verbum caro factum est. La nascita di Gesù è segnalata da una stella. La cometa, di cui non si trovano tracce della sua effettiva esistenza e realtà scientifica, pare sia piuttosto un’invenzione letteraria del racconto biblico, per indicare simbolicamente la presenza di una Luce grande che viene nel mondo, ad illuminare il buio della solitudine, ed il cammino dei viandanti in cerca della Verità. E in cerca della verità sono tutti i sapienti. Come i Magi, filosofi e cercatori di Dio, che potrebbero essere uomini di scienza o anche rappresentanti del mondo ecclesiastico più addottorati, come Vescovi, Cardinali, Papi, provenienti dai tre continenti all’epoca conosciuti: Asia, Africa ed Europa. Ma significano anche le tre età della vita umana: gioventù, maturità e vecchiaia, che trovano unità e significato solo al cospetto di Dio, in attesa dell’uomo al termine della sua esperienza terrena per chiedergli conto del suo operato. C’è poi Erode con la sua ira tutta umana per aver ricevuto una notizia per lui sconvolgente. Egli non può credere che un Bambino sia venuto per soverchiarlo, mettendo in discussione il suo potere. E questo Dio non lo avrebbe mai voluto. Egli avrebbe detto:”Dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Gesù fu il primo grande laico della storia, anche se nessuno lo capì mai. Egli già voleva un potere separato per gli uomini rappresentanti rispettivamente del potere temporale e di quello spirituale. Ma Erode era un piccolo uomo meschino, e temeva la grandezza ed il valore di un Bambino, simbolo della novità, di una vita nuova, che lui non riusciva, con la sua grettezza spirituale, minimamente ad ipotizzare. E così fa uccidere tutti i bambini al di sotto dei tre anni, costringendo Maria e Giuseppe alla fuga in Egitto per mettere in salvo il figlio di Dio. Anche in questo caso sarà in sogno che un Angelo del Signore parlerà a Giuseppe per indicargli la strada più giusta. E Giuseppe obbedirà da uomo fedele e timorato di Dio. C’è poi, come dicevo sopra, la vicenda del tempio che chiude la narrazione sull’infanzia di Gesù. Maria, Giuseppe e Gesù si recano al tempio come fanno consuetudinariamente tutti i pellegrini devoti. Gesù può tornare facendosi compagnia con i suoi coetanei, e i genitori lo lasciano libero di scegliere. Ma all’arrivo Gesù non è col gruppo. I genitori sono angosciati. Non sanno come interpretare l’assenza. Decidono così di tornare indietro e solo dopo tre giorni ritrovano il ragazzo nel tempio. Ci si chiede come mai nelle scritture venga calcolato un tempo così lungo per il ritrovamento di Gesù. In effetti pare che si debbano intendere ben due giorni di viaggio, e un giorno per ritrovarlo nello stesso posto in cui Egli era rimasto, a discorrere tranquillamente con i dottori. La risposta del ragazzo alle rimostranze della madre ha già in sé i segni della provenienza divina di Gesù. Rimproverato del perché non fosse con suo padre Giuseppe, Gesù risponde a Maria di trovarsi precisamente nella casa del Padre. E che quello era il suo primo doveroso compito. Pensare alle cose del Padre Suo. Anche in questo caso la semplicità di Maria le impedisce di comprendere a fondo il significato di quelle parole. E come ogni madre che assiste alla crescita del proprio figlio ormai adolescente, Ella rispetta doverosamente i tempi e i modi dello sviluppo filiale, riservandosi, nello stupore che tuttavia prova davanti a Suo Figlio, di attendere i tempi giusti che le consentiranno di comprendere meglio cosa Gesù avesse voluto far loro intendere. Si chiude con questa narrazione il libro di Benedetto XVI, non aggiungendo altro al lettore. Quasi a rappresentare un monito ad abbandonarsi con fede nelle braccia di quel Dio Bambino che nasce per ciascuno di noi. Senza fare troppe domande. Perché l’orizzonte delle domande non è propriamente quello dell’uomo di fede. Nell’intento di riconquistare la capacità di sapersi affidare. Credo quia absurdum diceva Tertulliano. La fede rimane un paradosso che rifiuta ogni tentativo di soluzione razionale. Buon Natale!

Antonietta Pistone


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