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L’intollerante demonizzazione del rito pagano di Halloween e il caso di Jean Calas

Scritto da redazione il 3/11/2012


L’intollerante demonizzazione del rito pagano di Halloween e il caso di Jean Calas

Ho parecchi amici cattolici, che militano nella chiesa come credenti e intellettuali. E devo dire che la cosa che mi ha più colpito di queste ultime festività dei morti sono stati i loro commenti sul rito pagano di Halloween, festa di per se stessa innocua, che richiama il ciclo della vita e della morte, il rincorrersi delle stagioni, persino la credenza in un mondo dell’aldilà in cui non tutto ha termine una volta per sempre, ma continua in un’altra dimensione. Ricordando, per quest’ultimo aspetto, la fede nell’immortalità dell’anima dei credenti cattolici. Eppure, in occasione della festa di Ognissanti e della commemorazione dei defunti, ho potuto leggere qua e là numerosi strali lanciati contro tale usanza anglosassone. Addirittura c’era chi sentiva di dover specificare che pur festeggiando la notte delle streghe non condivideva le sue origini non cristiane. Questa crociata contro Halloween, sebbene sia una festa pagana, puzza proprio di intolleranza, tribunali dell'inquisizione e roghi. E mi sento di affermarlo con più forza in un momento come quello in cui tutti viviamo, in cui è facile assistere sempre più spesso a pericolosi fenomeni di intolleranza sociale, politica, etnica e ovviamente religiosa, che in alcuni casi sfociano in veri e propri atti violenti. Non vorrei che la chiesa tornasse indietro a ribadire l’oscurantismo contro le eresie, non guardando allo spirito di fratellanza, e osando ripercorrere piuttosto le tappe controriformistiche di un’ideologia che ha eletto il dogma a suo proprio vessillo contro l’essere umano. Ogni popolo ha le sue tradizioni, le sue usanze, i suoi costumi. E tutto questo fa parte della sua cultura e della sua storia. Tanto che per capire la diversità è anche necessario accostarvisi umilmente, cercando di entrare nello spirito delle differenze. Tutto questo è tolleranza. E tutto questo getta le basi di un possibile dialogo interreligioso, culturale e umano, in una parola. Se ciascuno si rinchiude nel suo gretto guscio di certezze, si impoverisce, si isola e resta solo con i suoi dogmi sacrosanti. L’intolleranza rende ciechi, ignoranti, stupidi, piccini.    E insisto, mi sembra un contagio così pericoloso che vedo cadere nel suo tranello uomini di scienza e di intelletto, non solo creduloni, più che credenti, dell’ultima ora.

Ho appena finito di leggere il Trattato sulla Tolleranza di Voltaire. E più mi accosto allo spirito di questo intelletto più mi piacciono i suoi libri. E apprezzo leggerli. Perché, per quanto possa sembrare strano, le sue idee erano già all’epoca avanti di secoli, e bisogna prendere atto che sono ancora progressiste oggi, che ci vantiamo di essere postmoderni, pur nutrendoci del pregiudizio e dello stereotipo socio-culturale e religioso. Il filosofo francese sosteneva che il motivo religioso è sempre un ottimo specchietto per le allodole, utile a nascondere le cause reali della discriminazione sociale e dell’intolleranza. Se ripercorriamo indietro la storia possiamo affermare con certezza che né Gesù Cristo abbia mai predicato l’intolleranza, né gli ebrei, ma nemmeno gli antichi popoli greci e romani. L’intolleranza nasce con la Controriforma, che edifica i tribunali dell’inquisizione per combattere il luteranesimo, il giansenismo, l’anglicanesimo e gli ugonotti francesi. Voltaire sostiene a buon diritto che soprattutto la Francia ha manifestato, con le guerre di religione, una netta intolleranza nei confronti delle differenti confessioni religiose, a vantaggio della religione di stato. Non di meno la cattolicissima Spagna. Ma siamo nel Seicento, cioè nell’epoca dell’assolutismo. E l’ordine dei Gesuiti diventa il principale esecutore dello spirito controriformistico e della persecuzione degli eretici.

E noi cosa vogliamo fare? Ricominciare la caccia alle streghe e stigmatizzare il rito di Halloween perché, udite udite, “è festa pagana che non si riconosce nelle radici cristiane della nostra cultura”? Ma vogliamo proprio diventare ridicoli fino in fondo?

La storia che Voltaire racconta ai suoi lettori narra di un protestante francese, tale Jean Calas, accusato di aver ucciso il figlio morto, invece suicida il giorno prima di abiurare per procurarsi un attestato di fede cattolica nella speranza di trovare lavoro. Jean Calas viene condannato ingiustamente da una sentenza intollerante del suo credo religioso, che gli attribuisce una responsabilità che non aveva, giudicandolo reo perché avrebbe avuto in odio fino a tal punto il cattolicesimo. La stessa esperienza di vita provava al contrario quanto Calas fosse aperto e tollerante, tenendo in casa sua da anni una serva cattolica. Ma questo fatto non interessava a nessuno, perché soprattutto c’era il desiderio di trovare un capro espiatorio per una morte che a tutti sembrava ingiusta e insopportabile. L’intolleranza dei giudici diviene così cecità e palese ingiustizia di fronte alla legge. Ma l’importante era aver trovato il colpevole. Qualcuno da punire per un reato mai commesso, che però era di scandalo a tutti. Così Jean Calas venne condannato alla ruota e solo tre anni dopo la sua morte i giudici provarono la sua assoluta estraneità ai fatti, scagionando l’intera famiglia che fu poi riabilitata. Il male, però era ormai fatto.

Oggi di Jean Calas ce ne sono tanti. E tutti vengono emarginati, esclusi e fatti oggetto di angherie e persecuzioni con modalità diverse, sia per motivi religiosi, sia per ragioni etniche. Ed ecco che, di questo passo, si arriva a colpevolizzare anche una festa pagana, in se stessa assolutamente innocente, come se rappresentasse l’antefatto o addirittura l’occasione di riti satanici. Prendo le distanze da questo modo gretto e meschino di vivere la religiosità. La mia fede mi invita a sperare, a    gioire, e anche a festeggiare in modo sano. Il Medioevo è lontano, non facciamolo rivivere nelle nostre paure di esseri umani dal cuore troppo piccolo, che non ha spazio per potersi aprire all’altro, e così di conseguenza anche all’alto, perché “questa cupa superstizione porta uomini deboli ad accusare di delitti chiunque non la pensi come loro”, scrive Voltaire. Altro che essere tutti fratelli!

Anni fa, in un viaggio di piacere visitai il museo della tortura antica e medioevale di San Gimignano (in foto, particolare della tortura della ruota), uno splendido borgo italiano della Toscana. Bisogna scendere nello spirito del tempo per comprendere quanto dure dovessero essere le pene e lo strazio dei condannati. Se si aggiunge a questo che molto spesso i ritenuti rei erano anche innocenti, perché giudicati da un tribunale di piazza e dal frettoloso e superficiale sommario pregiudizio del popolo, comprendiamo quanto fossero inique le pene, e quanto incivili fossero le torture adoperate per far confessare o portare a morte il malcapitato. Davvero gli illuministi portarono avanti con onore una battaglia per la civiltà e la dignità dell’essere umano e del condannato.

Oggi perciò conviene, contro ogni forma di fanatismo dogmatico e intollerante, accogliere e fare nostra la preghiera che Voltaire indirizza a Dio nel XXIII capitolo del suo Trattato: “Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; è a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti i tempi: se è lecito a flebili creature sperdute nell'immensità, e impercettibili al resto dell'universo, osare chiedere qualche cosa, a te che hai dato tutto, a te i cui decreti sono immutabili quanto eterni, degnati di guardare con pietà agli errori legati alla nostra natura; che questi errori non generino le nostre sventure. Tu non ci hai dato un cuore perché ci odiassimo e mani perché ci sgozzassimo; fa' che ci aiutiamo l'un l'altro a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera; che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue insufficienti, tra tutti i nostri usi ridicoli, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre condizioni così diseguali ai nostri occhi, e così eguali davanti a te; che tutte queste piccole sfumature che distinguono questi atomi chiamati uomini non siano segnali di odio e di persecuzione; che coloro che accendono ceri in pieno mezzogiorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono la loro veste con una tela bianca per dire che bisogna amarti non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo che deriva da una lingua antica, o in un gergo più nuovo; che coloro il cui abito è tinto di rosso o di viola, che dominano su una piccola particella di un piccolo mucchio del fango di questo mondo, e che posseggono alcuni frammenti arrotondati d’un certo metallo, gioiscano senza orgoglio di ciò che essi chiamano grandezza e ricchezza, e che gli altri li guardino senza invidia: poiché tu sai che in queste vanità non vi è né di che invidiare, né di che inorgoglirsi.    Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Che essi abbiano in orrore la tirannia esercitata sugli animi, così come hanno in esecrazione il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'industria pacifica! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci, non dilaceriamoci gli uni con gli altri quando regna la pace, e impieghiamo l'istante della nostra esistenza per benedire egualmente in mille lingue diverse, dal Siam fino alla California, la tua bontà che ci ha dato questo istante”.

Antonietta Pistone

Nota bibliografica
Per questo articolo si rimanda alle letture di seguito:

1) Voltaire, Il Filosofo Ignorante
2) Voltaire, Il Trattato sulla Tolleranza


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