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L’inverno è un invito a riscoprire il senso della fraternità e il luogo degli affetti

Scritto da redazione il 18/2/2012


L’inverno è un invito a riscoprire il senso della fraternità e il luogo degli affetti

Le temperature in picchiata e il freddo polare di questi giorni di Febbraio hanno messo in ginocchio tutta la penisola italiana e rivelato, ove ce ne fosse ulteriormente bisogno, le innumerevoli criticità della nostra nazione quando si tratta di affrontare una qualsivoglia emergenza. Sicuramente i miti inverni a cui siamo stati abituati nel tempo hanno assai poco in comune con le gelide settimane che abbiamo vissuto. E la neve ha bloccato la circolazione dei mezzi sulle strade provinciali, sulle statali, sulle autostrade, rallentando l’attività di distribuzione dei beni di prima necessità che hanno immediatamente visto aumentare i prezzi al dettaglio dei grandi supermercati. Sono andate in tilt le linee telefoniche; saltati i cavi dell’elettricità. La gente è rimasta letteralmente isolata nei piccoli borghi collinari e di montagna. Non potendo comunicare né muoversi. Senza acqua, termosifoni, gas. Le scorte stanno finendo, e non solo quelle delle famiglie, ma anche quelle a disposizione dello stato. E intanto in alcune zone di montagna continua a nevicare. Per smaltire i costi di questa bella imbiancata ci vorranno mesi, forse anni. E in Europa le vittime si contano numerose. Si dice addirittura che si aggirino intorno ai seicento morti. Molti dei quali, soprattutto anziani, deceduti per assideramento nelle regioni montane o perché impossibilitati a raggiungere in breve tempo un centro ospedaliero per essere prontamente soccorsi dopo un malore. Certo una piccola ecatombe di questa ingenerosa stagione, che ci ha portato via molte anime innocenti. I sindaci dei paesi più colpiti sono stati i primi ad essere fatti oggetto delle maggiori attenzioni della popolazione, in attesa di un’ordinanza che chiarisse modi e tempi di risposta all’incalzare delle basse temperature e dell’emergenza neve. In alcune località le scuole sono rimaste chiuse e inagibili per molti giorni di seguito da quell’ormai noto 3 Febbraio in cui pare che l’Italia tutta si sia svegliata sotto la bianca e immacolata coltre. E se all’inizio, quando scende, la neve è delicata e morbida, poi, per il calare repentino delle temperature notturne, si trasforma in ghiaccio. Pericolo letale per mezzi di trasporto, su terra e per aria. Stazioni e aeroporti sono rimasti bloccati e molti treni e voli sono stati cancellati, impedendo ai malcapitati di raggiungere in breve tempo la loro destinazione. Insomma, il quadro di questi ultimi giorni è stato quello di un’Italia paralizzata dall’emergenza freddo. E se nelle zone di montagna spesso non sono bastati i mezzi spazzaneve per l’enorme quantità di precipitazioni, diffuse e continue, in città a quote più basse anche pochi fiocchi di neve hanno paralizzato le attività quotidiane per l’assoluta impreparazione generale a sostenere queste temperature polari e questi climi così austeri. Pare quasi che anche le stagioni vogliano ormai far ricorso alle loro risorse più riposte per dimostrare la crisi recessiva in atto, e indicare, implicitamente, nuovi stili di vita, propri della manovra del nostro attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, l’Onorevole Mario Monti. C’è però da dire anche che, sebbene in tanta malora, esiste un indubitabile pregio dell’inverno rigido che stiamo vivendo. La neve, con la sua coltre bianca che tutto ricopre, invita a stare in casa, a trattenersi nel luogo degli affetti, a riscoprire il senso della fraternità, dell’aiuto e del soccorso reciproci, della comunità. Non è un caso che i popoli montani abbiano quasi innata una maggiore predisposizione ai contatti umani. Non quelli di società. Ma quelli autentici, dei valori antichi di condivisione e di partecipazione appassionata al vissuto dell’altro. In un mondo come il nostro, che corre forsennato senza meta e senza tempo, ritrovare il piacere dell’unità familiare, della condivisione sociale, vuol dire implicitamente riscoprire secoli di tradizione e di buona filosofia ormai superata, perché ritenuta atavica ed anacronistica, non più al passo con i tempi accelerati del postmoderno. Ed invece basta un po’ di neve di troppo per ritornare all’antico. E bisogna fare a meno dei telefoni e di internet. Del calore dei termosifoni. Dell’auto. Dei mezzi di trasporto. Persino dell’acqua per lavarsi e del gas per riscaldarsi e per cucinare. E ci si chiede come si facesse prima, quando tutte queste cose non esistevano. Forse si viveva in una dimensione più umana e più autentica. Fatta di maggiore compassione. Non c’era bisogno del telefono e di internet perché si parlava con la vicina. Si andava a piedi, imparando ad apprezzare, sulle piccole distanze, il rapporto costante con il territorio e la natura circostante. Ci si vedeva a lume di candela, e si stava per riscaldarsi attorno al camino, dove la nonna leggeva e raccontava favole ai nipoti, increduli e desiderosi di ascoltare sempre nuove storie. E i giovani erano di aiuto ai vecchi bisognosi. Non si forzavano i ritmi naturali. Si aveva ancora quel sacro rispetto del mondo che ospita l’uomo. E si sapeva rallentare la corsa, ove fosse necessario, assecondando la natura. Non vogliamo parlare del mitico Diogene che viveva in una botte e dormiva al freddo come un cane. Anche se il suo esempio ci ricorda i purtroppo ancor numerosi senza tetto che hanno rischiato la vita in queste gelide notti di Febbraio. Non immaginiamo l’uomo privo del necessario, ma del superfluo si può fare a meno. Soprattutto in momenti di grande crisi economica, come questo che stiamo tutti vivendo. L’antica società agreste, dei valori familiari, che viveva sui rapporti di amicizia e di buon vicinato, ha invece poi lasciato il posto alla fretta imperante del capitalismo, che tutto consuma e brucia senza tregua. Un capitalismo che è ossessione per il denaro e per il profitto, e che ha sostituito all’uomo, persona, il capitale. L’avere all’essere. La società industriale, accelerando prodigiosamente il flusso della storia, ha finito per ingurgitare in sé il meglio della tradizione del passato, di quell’epoca rurale che rappresenta il richiamo al mos maiorum, come dicevano gli antichi. Questi eventi naturali, come l’emergenza neve, fanno invece d’un tratto ripercorrere il tempo andato, scivolando indietro a ritroso nel passato ormai lontano. E sembra, all’improvviso, di essere in un’altra epoca della storia. Se insieme agli evidenti disagi imparassimo a guardare tutti ai pregi di quanto ci siamo, dimentichi, colpevolmente lasciati alle spalle, forse potremmo recuperare quel valore intrinseco dell’essere umano che tutte le filosofie personalistiche hanno da sempre sottolineato. Unitamente al rapporto dialogico io-tu di cui parla Buber, che riscopre nell’altro la possibilità dell’alto nella relazione umana.

Antonietta Pistone

Nota bibliografica
Per questo articolo si rimanda alle letture di seguito:

1) Martin Buber, Il Principio Dialogico
2) L. Feuerbach, La Filosofia dell’Avvenire
3) Diego Fusaro, Bentornato Marx!
4) Diego Fusaro, Essere senza Tempo
5) K. Marx, Il Capitale
6) Emmanuel Mounier, Il Personalismo


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