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LA DONNA STRANIERA ANELLO PIU’ DEBOLE DELLA CATENA

Scritto da redazione il 3/1/2012


LA DONNA STRANIERA ANELLO PIU’ DEBOLE DELLA CATENA

La cosa più difficile e che più lascia basiti è quella di non poter dare una mano, un aiuto, ad una donna straniera, in questa città, dalle 20 di sera al mattino dopo. Alle molte difficoltà soggettive: lingua, paura, stato di soggezione, non conoscenza dei luoghi, situazione psicologica e stato di frustrazione, si somma una risposta che in quelle ore particolari è pari a zero, nel resto insufficiente. Una italiana, forse, se la caverebbe un po’ meglio, salvo il problema degli orari. Quel po’ che c’è, strutture laiche o religiose, si è attrezzato solo per una risposta al maschile, come se i fenomeni di migrazione che viviamo oggi fossero quelli fine ‘800 inizi ‘900 da noi meglio conosciuti: uomini e valigie di cartone. Il fenomeno delle badanti dell’est e non solo, i barconi della disperazione, l’ingannevole miraggio di un lavoro buono e sicuro, che molto spesso diventa la strada, ci hanno messi di fronte ad una diversa realtà. Terra di emigranti l’Italia, e il nostro territorio in particolare, se non proprio per paesi transoceanici, almeno per quelli europei e l’emigrazione al Nord, si sono trovati impreparati a situazioni di ritorno immaginabili e preannunciate. Non sto parlando di risposte generiche, quelle fra carità e solidarietà possono pure venire. Ma parlo di una donna straniera sola, fosse anche italiana, di notte, se mai maltrattata, eventualmente fuggita da uno stato di schiavitù e pertanto “ricercata” a cui non poter offrire almeno    una sedia, fra quattro pareti, al sicuro, almeno fino al giorno dopo. Il Centro di prima accoglienza del Conventino (Caritas) e il Convento di Gesù e Maria ospitano solo uomini, una quarantina di posti in tutto, e non è male. La locale Chiesa del S. Salvatore meno di dieci posti per sole donne, ma la gestione a livello volontaristico non consente una ricezione h24 e per tutti i mesi dell’anno. Altre piccole realtà, VITA PIU’, 2-3 posti per donne in attesa, ho notizie che è stata anche chiusa, un’altra casa di accoglienza gestita dalla Caritas, 5-6 posti per donne con neonati, Albergo diffuso, bisogna essere “regolari”, CARA di Mezzanone, bisogna essere arrivati con i barconi, lo stesso progetto Roxana è destinato a donne che escono dalla prostituzione. Niente da dire, sforzi apprezzabili, ma se una donna è solo tale, e non rientra in una di queste caratteristiche, anche rispettando orari e stagionalità, non trova risposta. Rivolgersi alle Forze dell’ordine! È possibile. Ma bisogna sapere dove sono, arrivarci e convinti di affrontare la burocrazia che non è quella che serve in determinati momenti. Si rischia inoltre, ed è capitato, che chi si presta, penso ad un passante, a    dare un aiuto in casi del genere, si carichi sulle spalle un problema più pesante delle sue possibilità, fino al punto di pentirsi del proprio intervento, evitare in ogni modo simili future situazioni, sconsigliare gli altri ad intervenire. E questo è un male. Mi auguro, e così sto chiedendo, a gran voce, ogni volta che me ne è data l’opportunità, che il    prossimo ricovero-dormitorio-centro di accoglienza, già previsto e finanziato,    che si andrà a realizzare presso le ex carceri di S. Eligio tenga presente questa cruda realtà.

Raffaele de Seneen


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