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LA FESTA IN TEMPO DI CRISI

Scritto da redazione il 12/1/2013


LA FESTA IN TEMPO DI CRISI

Timori e speranze all’alba del nuovo anno

Dalle difficoltà la spinta al cambiamento per un futuro migliore

La funzione della festa
“Anno nuovo, vita nuova”. Si esprime così un vecchio adagio che rispunta inossidabile all’inizio di ogni anno e tutti lo ripetiamo quasi meccanicamente non per intima convinzione, quanto piuttosto per scrollarci di dosso il passato e per dissipare le incertezze e le incognite del nuovo.
Chiunque abbia una certa esperienza di vita sa bene che subito dopo il periodo più o meno spensierato della festa, subentra l’ordinarietà del quotidiano, sulla scia del periodo precedente. Sembra, dunque, che la ricorrenza della festa sia un evento superfluo, che non incide sulla sostanza del nostro modo di vivere, ma in realtà non è così.
La ritualità della festa risponde, infatti, ad una esigenza ancestrale di aggregazione, alla ricerca di una rassicurazione sia individuale che collettiva che consenta di affrontare incertezze e difficoltà. La sicurezza personale è certamente fondamentale, ma non sufficiente per raggiungere l’equilibrio, che per essere complessivo abbisogna della com-partecipazione dell’altro. Ed è una partecipazione che si estrinseca in modi diversi, nell’incontro puro e semplice, nella preghiera, nel canto, nella condivisione del cibo; tutte manifestazioni che confluiscono in un ethos comune da ritrovare o ricostruire.
La festa è il veicolo di questa ricerca e ci aiuta ad affrontare con serenità l’inesorabile ritorno all’ordinario.

Il ritorno alla realtà
E l’ordinario dei nostri tempi è purtroppo simile al funereo bollettino di una guerra che si combatte su più fronti. C’è chi fornisce cifre preoccupanti sull’aumento del numero dei disoccupati (+ 610.000 rispetto al 2011); c’è chi lamenta la crisi del commercio che non ha trovato sollievo neppure in occasione dei saldi (-18,8%). Non va meglio per gli operatori turistici, perché i vacanzieri natalizi sono diminuiti del 17%, c’è infine chi quasi con perfidia masochistica scodella le cifre dei rincari di tariffe e imposte che ci attendono al varco.
Beninteso, i mass media e gli istituti di ricerca fanno il loro mestiere, ma confessiamo che talvolta siamo tentati di ricorrere ad un black-out informativo, proprio per tentare di fare autonomamente e con calma il punto della situazione. Le feste giungono anche per questo, per mettere in parentesi quello che quotidianamente ci assedia, per concederci una pausa e “ricaricare le batterie” in vista degli impegni imminenti.
Ci è parso che quest’anno la tradizionale tregua natalizia sia mancata o, quanto meno, sia durata pochissimo, perché le notizie politiche ed economiche ci hanno inseguito anche nei giorni di festa, con le conseguenze perverse che abbiamo visto in vari settori. È l’inesorabile effetto moltiplicatore dei media, che tendono a esasperare gli avvenimenti, puntando sull’emozione e ingenerando un sentimento pernicioso, la paura. Gli effetti ci vengono illustrati dai neuroscienziati: l’amigdala, la parte del cervello che controlla la paura, risponde più velocemente di quelle parti che presiedono alle funzioni cognitive e razionali.
Orbene, molti media sono prigionieri del clamore, perché il titolo fa notizia, mentre il ragionamento annoia. È proprio in questa direzione, invece, che occorrerebbe orientare gli sforzi, per capire qualcosa sulle origini e sulle cause che hanno determinato l’attuale situazione e sui possibili rimedi.

Che fare
Rimandiamo ad altra occasione qualche considerazione su questo aspetto; per intanto ci domandiamo come comportarci nell’immediato per evitare le conseguenze depressive del florilegio di cattive notizie che ci viene ammannito. La tentazione facile è quella di arrenderci all’evidenza, abbandonandoci al pessimismo. È questa l’insidia proveniente dal pessimista di natura che per sua specifica forma mentis si lascia condizionare dall’immagine del bicchiere mezzo vuoto. A questa valutazione si può opporre quella contraria, guardando lo stesso bicchiere mezzo pieno. Più difficile è affrontare coloro che per partito preso si sforzano di demolire gli entusiasmi altrui, per far sì che nessuno emerga dal pantano generale in cui essi preferiscono celare la propria aridità, la propria ignavia.
Un vecchio adagio dice che “la nuvola più nera ha un orlo d’argento”. Occorre allora puntare su quell’orlo per tentare di ribaltare la situazione. Lo stesso vocabolo “crisi”, che è normalmente percepito nel suo risvolto negativo di squilibrio tra le componenti di una realtà, presenta nella sua etimologia (dal greco krisis) il significato di un punto di svolta, di un momento di separazione, di decisione, quindi di scelta, di cambiamento.
Benjamin Franklin amava ripetere che “Quando smetti di cambiare sei finito”. La crisi, dunque, è occasione per quel cambiamento finalizzato alla ricomposizione di un nuovo equilibrio ed è in fondo espressione di vitalità, della capacità dell’uomo di puntare sulla speranza del nuovo, che è poi motore di sviluppo.
Nel Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggero Leopardi osservava come ogni uomo aspirerebbe a ricominciare di nuovo la vita, ma nessuno accetterebbe di viverla nelle stesse modalità di quella già vissuta. La ragione di questa apparente contraddizione è insita nell’ansia di imponderabile che si veste di speranza, senza la quale la vita, sterile di iniziativa, sarebbe una palude.
Questo, ovviamente, non vuol dire sposare l’avventura di un ottimismo fuori luogo, perché la disillusione sarebbe poi una sconfitta cocente e forse irrimediabile. In un certo senso a fare la guardia contro questo eventuale eccesso ci sarebbe proprio il pessimismo che vigilerebbe sui comportamenti irresponsabili, richiamando alla realtà gli spiriti più temerari.
Per l’anno appena iniziato auspichiamo dunque che sia superato ogni estremismo. Il nostro futuro è questione troppo seria perché lo si possa lasciare in mano alle fazioni. Il sociologo polacco Zigmunt Bauman, teorico della modernità, interrogato sul futuro, così si esprime: ”Dal pensiero e dalla preoccupazione nasce la voglia di agire. Una volta che abbiamo cominciato ad agire il futuro non spaventa più. Non è più la casa degli orrori, è diventato il giardino della speranza”.
Vito Procaccini    


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