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LA SOLITUDINE COATTA

Scritto da redazione il 20/10/2013


LA SOLITUDINE COATTA

Qualche ulteriore considerazione su un tema di attualità
È una condizione sempre più diffusa e difficile da accettare
di Vito Procaccini
                        Trattando della solitudine, abbiamo già evidenziato come a volte avvertiamo l’esigenza di costruire intorno a noi stessi un’oasi di silenzio e di intimità, estraniandoci dall’assedio del quotidiano. È una riflessione non molto lunga, anche perché – come ci ricorda Nietzsche – “Tutto ciò su cui si riflette troppo diventa un problema”.
                        Non è comunque una esercitazione intellettuale; habitare secum non serve a marcare una distinzione, ma scaturisce dalla necessità di recuperare un dialogo interiore, alla fine del quale poter affrontare con spirito rinnovato i nostri impegni quotidiani.
                        C’è però un’altra forma di solitudine, che non deriva da una nostra libera scelta, ma ci viene quasi imposta dall’assetto sociale nel quale siamo inseriti; “ce la troviamo addosso”, come annota il filosofo Nicola Abbagnano.
Le statistiche rivelano la consistenza del fenomeno e la sua progressiva estensione. Negli USA i single, calcolati al 9% nel 1950, sono più che raddoppiati in 60 anni e raggiungono oggi la cifra record di 86 milioni, secondo l’US Bureau. La progressione è ancora più accentuata in Gran Bretagna, dove il raddoppio si è registrato in soli 20 anni (dal 6 al 12%). Sono gli effetti del sistema economico integrato che avvolge l’intero pianeta e che non risparmia neppure i Paesi che fino a qualche tempo fa sviluppavano una vita abbastanza autonoma, i cosiddetti BRIC, Brasile, Russia, India e Cina, ai quali si aggiunge ora il Sud Africa.
Il fenomeno è ancora più manifesto nei grandi agglomerati; a New York il 50% degli appartamenti è occupato da una persona sola. Nella nostra Italia i single sono stimati in 7 milioni, pari a oltre il 13% della popolazione, con un aumento del 39% in 10 anni, e del 24% nel quinquennio 2006-2011.

                        Le cause
Le cause sono le più disparate. Pensiamo ai nuovi assetti familiari che si vanno diffondendo, con fallimenti matrimoniali e con la diffidenza sempre più estesa nei confronti dell’istituto del matrimonio, spesso dettata da una sorta di fuga dalle responsabilità. Un minimo di rapporto interpersonale si configura in questi casi con le convivenze, che sono di per sé precarie, provvisorie. Lo sfaldamento delle famiglie sta portando inoltre alla ribalta una nuova raccapricciante forma di solitudine, ed è quella dei figli minori, spesso nati fuori dal matrimonio, e che sono sballottati tra i genitori separati o confinati in comunità.
Altre causa della diffusione dei single sono connesse all’economia, la cui leggi prescindono da considerazioni di carattere sociale. Non è il lavoro che viene creato dove vive il lavoratore, ma è quest’ultimo che deve spostarsi per raggiungere il luogo di lavoro. Non è il piccolo pendolarismo al quale siamo avvezzi, ma è lo sradicamento a centinaia di chilometri di distanza. Questo comporta l’allontanamento dalla famiglia di origine, ma anche lo smembramento della nuova famiglia appena costituita. Accade sempre più spesso, infatti, che i coniugi siano costretti a vivere lontani, perché lontane e non avvicinabili sono le loro sedi di lavoro.
Si tratta, come si vede, di solitudini coatte, e lo conferma l’indagine CENSIS-Coldiretti di un anno fa, da cui risulta che il 54% di chi vive solo rinuncerebbe volentieri a quella condizione. E non potrebbe essere diversamente, perché il peso della solitudine si avverte solitamente per tutto l’anno, ma ci sono due momenti in cui è più accentuato.
Uno è quello quotidiano, connesso al rientro a casa dopo il lavoro, per verificare che non c’è nessuno ad attendere. L’attività ordinaria assorbe e distrae durante il giorno, ma tornare nel proprio guscio domestico e scoprirlo vuoto può essere deprimente. Si spiega anche così l’abitudine sempre più diffusa di “adottare” animali da compagnia. La tecnologia avanzata,    col telelavoro, offre oggi la possibilità di lavorare senza scomodarsi da casa, evitando perdite di tempo e consentendo di svincolarsi dagli orari di ufficio. Ma in questi casi anche il luogo di lavoro non è più occasione di incontro e di socializzazione, e si riduce ad un dialogo surreale col computer.
L’altro momento in cui maggiormente si avverte la solitudine si registra nei giorni di festa, e in particolare nelle festività annuali più importanti, che dovrebbero essere invece occasione di gioia. “Il dolore – osserva Mark Twain (Seguendo l’ Equatore) -    può bastare a se stesso, ma per apprezzare a fondo una gioia bisogna avere qualcuno con cui dividerla”.
Diversa la reazione dei due sessi di fronte alla solitudine che, percepita come una debolezza, viene affrontata meno traumaticamente dalle donne. Il cosiddetto sesso forte è più vulnerabile e spesso la prospettiva della solitudine è la causa del femminicidio.
Ma intanto la solitudine galoppa. È stato calcolato che nel 2026 un terzo della popolazione urbana del mondo sviluppato vivrà da sola e, ovviamente, il fenomeno non poteva essere trascurato dall’apparato mercantile e tecnologico. Ecco infatti che la ristorazione diffonde i pranzi da asporto, l’edilizia realizza appartamenti sempre più mini e la tecnologia propone accessori per la casa ai confini con la robotica.
La condizione, come si vede, non è delle più entusiasmanti.
E se la buttassimo sull’ironia? Leo Longanesi è maestro e ci offre una battuta folgorante: “Sono talmente solo che lo specchio non mi riflette più”.
                                                                                                                                        


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