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LA SOLITUDINE NON SI ADDICE ALL’UOMO

Scritto da redazione il 4/11/2013


LA SOLITUDINE NON SI ADDICE ALL’UOMO

Considerazioni conclusive su un tema di attualità

di Vito Procaccini
Le conferme scientifiche non riescono a spezzare i vincoli dell’economia
Ci siamo occupati il 3 e l’11 ottobre della solitudine dell’uomo contemporaneo, che a volte è ricercata per trovare un’oasi di pace nel trambusto quotidiano, a volte è subita, perché imposta dal sistema. Volendo approfondire il tema, osserviamo come la vita quotidiana non sia un’autostrada rettilinea e pianeggiante, che porterebbe, tra l’altro, ad una noia mortale; è piuttosto un percorso misto che alterna delle fasi agevoli di pianura in cui ci si lascia andare, ad altre più faticose che richiedono impegno fisico e intellettuale.
In questo contesto si colloca la solitudine che, accettata entro certi limiti e per un certo tempo, può rientrare nell’alternanza delle fasi in cui è intessuta la nostra vita. Oltre questi confini la solitudine diventa patologica e va quindi studiata per tentare di superarla. All’uomo, infatti, non si addice la solitudine. Ce lo spiegano le scienze sociali e, in tempi più recenti, quelle mediche.
Le scienze sociali
Partiamo dall’«animale sociale» di aristotelica memoria, come semplificazione del modo di sentire nella Grecia del tempo, in cui la stabilità di una comunità è connessa al senso dello scambio di relazioni umane. In epoca romana emerge il gruppo, entità in cui i soggetti si ritrovano per realizzare un progetto che trascende le possibilità dei singoli. In ambito cristiano si affaccia la concezione di un ordine superiore a cui riferirsi per collocare nella giusta posizione il ruolo del singolo. Questi, infatti, non va considerato come un organismo a se stante, ma come parte di una entità sovrumana più complessa che lo ingloba e lo sovrasta.
Le successive elaborazioni del pensiero ribadiscono, con varie sfumature, la sostanziale imprescindibilità del rapporto individuo-società, che in ambito laico si materializza nel contratto tra i soggetti, volto a disciplinare la convivenza sia in ambiti ristretti, sia in quelli più ampi che presiedono alla formazione dello Stato.
La condizione ordinaria dell’uomo è dunque quella di animale “gregario”, non nel senso spregiativo che richiama al gregge, ma nel senso di soggetto che, in quanto appartenente alla famiglia umana, non può vivere in solitudine.
Cesare Pavese nel “Mestiere di vivere”ci offre una dimostrazione implicita. In questo diario postumo giunge alla conclusione amara: “Sono diventato uomo quando ho imparato a essere solo”. Di pagina in pagina si avverte il travaglio di un’anima fino allo sbocco estremo del suicidio, ma per quello che qui ci interessa, Pavese ci conferma che la solitudine non è una condizione naturale, ma una sorta di conquista, qualcosa che si deve “imparare” alla scuola della vita.
Le scienze mediche
Quella di solitario è dunque quasi una condizione di disadattato e le scienze mediche forniscono ulteriori elementi di valutazione, quando ci ricordano che la sensazione di privazione che avvertiamo nella solitudine ci viene trasmessa dalle informazioni genetiche, la cui espressione è in relazione con le circostanze ambientali e all’influenza che queste esercitano sui comportamenti dei singoli. Ne deriva che i segnali provenienti dall’ambiente determinano i cambiamenti nella concentrazione e nel flusso degli ormoni e provocano comportamenti diversi dei soggetti che si manifestano nei vari stati d’animo, ivi compresa la sensazione di isolamento.
La storia ha dimostrato che sono sopravvissuti i gruppi con una migliore flessibilità rispetto all’ambiente e alle sue continue modificazioni. Darwin coglie con sintesi efficace questo processo: “Non sono i più forti a sopravvivere, ma i più reattivi al cambiamento”. Il corollario che ne consegue ci presenta dunque l’individuo solitario senza prospettiva, senza futuro.
Cause e rimedi
Se    quanto elaborato dalle scienze è vero (e non ci sono ragioni per dubitarne), dovremmo domandarci perché l’uomo contemporaneo è solo e perché assistiamo quasi fatalisticamente alla diffusione della solitudine. Le cause possono    farsi risalire a qualche secolo fa, agli albori della storia moderna occidentale. Il processo di valorizzazione della produzione e del commercio che allora è stato avviato ha relegato in secondo piano la componente relazionale dell’essere umano. Man mano che si polarizzava l’attenzione sulle “cose”, retrocedeva la considerazione dell’uomo in quanto “animale sociale”. Non per caso il fenomeno della solitudine si è accentuato negli ultimi decenni, con la crescita esponenziale del mercato che è diventato globale.
Le esigenze della produzione mondiale hanno portato al gigantismo industriale e alla concentrazione della forza lavoro in grandi stabilimenti dislocati in pochi centri. Charlie Chaplin in “Tempi moderni” aveva efficacemente stigmatizzato l’organizzazione del lavoro che vedeva l’uomo assoggettato alla macchina. Oggi quelle condizioni di lavoro sono sensibilmente migliorate, ma non è cambiata la strategia di fondo che privilegia le esigenze della produzione, trascinando in questa ottica migrazioni bibliche dalla campagna e dai piccoli centri in megalopoli ingestibili. Il progresso tecnologico è stato tumultuoso, ma la fisiologia dell’uomo è sostanzialmente inalterata.
Non lasciamoci ingannare dalle vie brulicanti di vita che sembrano escludere la solitudine, perché si può essere soli nel proprio miniappartamento e altrettanto soli quando si traffica in una strada affollata, magari urtandosi, senza avere neppure il garbo di chiedere scusa.
Non dobbiamo lasciarci ingannare neppure dalla magia della “comunicazione”, che mettendoci a contatto col mondo – grazie alla tecnologia avanzata – sconfiggerebbe ipso facto l’isolamento. Non è questo il tipo di rapporto che ci fa sentire meno soli; occorre uno sguardo negli occhi, una stretta di mano, un sorriso. In una parola occorre l’amicizia.
Se politici, sociologi e anche molti economisti concordano nell’individuare in questo assetto sociale una causa fondamentale della solitudine e del disadattamento, ci sarebbe da chiedersi quanta razionalità ci sia nel perseverare in questi comportamenti e se non sia il caso di orientare diversamente la rotta. Invece di guerreggiare per la conquista della “roba” e    nella sua strenua difesa, per migliorare la qualità della vita occorrerebbe puntare di più sui beni relazionali, come l’amicizia, gli affetti, la stima. Invece di mirare alla produzione illimitata e al consumo di beni spesso superflui e destinati a impinguare le discariche, bisognerebbe rivedere la propria scala di priorità. Occorrerebbe in sintesi perseguire uno sviluppo a misura d’uomo, recuperando la sua centralità e riequilibrando il rapporto uomo-economia che oggi è palesemente sbilanciato in favore dell’economia e (peggio ancora) della finanza speculativa.
Riusciremo ad imprimere questa svolta?
Dipende da quando capiremo che l’uomo non deve soltanto “funzionare” nel sistema, ma deve principalmente “essere”.


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