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LE PAROLE NON SONO ANCORA SULLA MIA LINGUA

Scritto da redazione il 23/11/2013


LE PAROLE NON SONO ANCORA SULLA MIA LINGUA

LE PAROLE NON SONO ANCORA SULLA MIA LINGUA
di Nazario D’Amato
(relazione presentata in una serata di musica e poesia)

Era il 9 giugno 2001 quando da questo stesso palco ci ritrovammo a presentare “Tracce”, il    primo libro di Nazario D’Amato.

Eravamo pieni di progetti e di speranze per il futuro, in una Poggio Imperiale che sembrava volesse decollare e che ci permetteva di preparare dei programmi, pur temendo che si attuasse quella “desertificazione delle menti”, pericolosa e dannosa per tutto il Sud dell’Italia.

Stasera, a distanza di più di dodici anni, in uno scenario tutto diverso mi ritrovo a dover commentare “Le parole non sono ancora sulla mia lingua”,    poesie di Nazario D’Amato.
Siamo più maturi, con maggiore esperienza, con dei sogni perduti ed altri realizzati, dei programmi in cantiere ed altri non attuati.
Molti dei nostri giovani hanno trovato una loro dimensione fuori da questo paese, il loro paese, il nostro paese, senza rinnegare le proprie radici.
I giovani. Una linfa vitale che permette di vivere meglio!

Allegato:


Nazario porta sempre in sé il rimpianto di essere andato via. Avrebbe voluto restare nel suo paese. Forse, sarebbe stato meglio se fosse rimasto.
Ammiro l’entusiasmo e la sana nostalgia ma quella di oggi non è più la Poggio Imperiale di una volta, ed è giusto così, perché tutto cambia e si rinnova, in meglio o in peggio non sta a me dirlo.
Il movimento culturale è in fermento, infatti due mesi fa, sempre su questo palco abbiamo festeggiato la serata degli scrittori, della poesia, della cultura. Poeti e scrittori    italiani e stranieri. Ideatore ed animatore Peppino Tozzi.
Sono state premiate creatività e originalità ed è stato ribadito che scrivere poesie significa avere la capacità di leggere nel proprio animo, metterlo a nudo e presentarlo agli altri.
Ma, si può raccontare ai giovani quale musica ci piaceva, cosa cantavamo, chi eravamo e come eravamo, senza annoiarli?
Si può dare vigore e dignità a tutto ciò che rischia di essere inghiottito nel nulla, se non lo trasmettiamo?
Ha senso essere poeti e scrittori oggi, in un mondo che globalizza e spersonalizza sottraendoci la nostra identità?
Si, ha senso, in quanto saper leggere nel proprio animo e raccontarsi denota ricchezza interiore e capacità di rapportarsi con gli altri per vivere in sintonia.
Sì, abbiamo il dovere di raccontare, mantenere, trasformare gli elementi tradizionali e comunicare la consapevolezza di un patrimonio di valori ai quali non è dato rinunciare.
Tutti possiamo essere poeti e la sensibilità e l’umiltà aiutano a suggerire i versi.
E questo Nazario lo fa nella sua raccolta di poesie.
Un esempio per i nostri giovani che dovrebbero aprirsi alla poesia.

È facile raccontare le gioie e le vittorie della vita. Ma non è facile raccontare i propri limiti, le sofferenze, gli errori della propria esistenza.
Scrivere poesie non è parlare solo di “sole amore luna stelle”, ma significa anche confessare ciò che ci fa soffrire, denunciare la cattiveria e il tradimento, raccontare gli insuccessi, parlare di chi ci ha ferito o danneggiato.
Insieme al bene e al bello nelle poesie si devono raccontare anche il male, le negatività e le battaglie perse della vita.
Dobbiamo confidare i nostri sogni e le nostre delusioni, e come reagiamo o sappiamo riprenderci dopo ogni caduta.

Il poeta è il cantore della vita, e nella vita c’è il bene e c’è il male.

“Le parole non sono ancora sulla mia lingua” un libro di poesie, di canzoni, di preghiere in cui le parole: pace, gioia, coraggio, libertà s’intrecciano con la musicalità dei versi in una dimensione corale.
Parlare dell’autore e della sua indole propensa alla riflessione, non è difficile per me, poiché, pur lontani, in fondo non ci siamo mai persi di vista.

Le sue poesie riflettono il suo animo, in esse ho ritrovato un pensiero acerbo, incantato, pieno d’aspettative, specie nei ritornelli delle canzoni e in ogni testo, in una forma iterativa - ripetitiva, propria dei salmi, cui Nazario fa riferimento.

La silloge mostra come l’autore sia alla ricerca della sua dimensione umana.
- Canta e cerca Dio
- vive le sofferenze proprie della vita con la dipartita delle persone care;
- teme d’affrontare il proprio destino, ha paura di quello che lui chiama “giudizio”; ( p. 22)
- chiede    tempo e desidera un cambiamento nella propria esistenza.
Canta, cerca, vive, teme, chiede, desidera.
La sua anima si confessa e si apre con tutti i suoi limiti, le sue paure e le sue incertezze.
In queste poesie Nazario ci descrive il suo rapporto con Dio: lo cerca, lo prega, parla con lui. La fede in Dio è presente in tutti i versi, quelli dettati dalla gioia e quelli suggeriti dal dolore e dalla sofferenza.
“ Ti prego dammi coraggio/ io sento che / è finito il mio cammino / io sento che / ti voglio avere vicino /. Mi rimane un ultimo tratto / e andrò incontro al giudizio / (p.22)

Solidarietà ed accoglienza sono termini ricorrenti e familiari.
Sin dalle origini la gente del nostro paese si è sempre distinta per l’accoglienza e la solidarietà.
Questo fenomeno lo presento e chiarisco bene nella mia ultima pubblicazione su Poggio Imperiale, Anno 1759, in cui sono analizzati settantadue documenti d’archivio e dove
- non racconto la solita favola del Principe, ma parlo anche della gente che con umiltà e coraggio ha lavorato per fondare il nostro paese.
- Non parlo di riforma agraria, che non può esistere in pieno regime feudale, ma parlo di riformismo illuminato perché la terra non era donata ai contadini che la lavoravano, ma restava di proprietà del Principe.
Il nostro paese è sorto perché tanti dai paesi vicini del Regno di Napoli sono venuti ad abitarlo. Un miscuglio di gente con abitudini, storie e radici diverse eppure ricchi di solidarietà e aperti all’accoglienza.

Accogliere con solidarietà è un    modo di porsi verso gli altri che fa parte quindi del nostro bagaglio culturale e lo portiamo con noi, è insito nel nostro DNA, senza che possiamo liberarcene.
E Nazario ricercando le parole ci parla di solidarietà ed accoglienza.

“Le parole non sono ancora sulla mia lingua” .

Nelle strofe si snodano con un    ritmo incalzante le parole: appartenenza, assenza, partenza, convivenza, accoglienza, indifferenza, sofferenza.
“Pace, che sia pace, / il senso dell’accoglienza/ una porta aperta dice / che è morta l’indifferenza / che cadranno altri muri / e mai più se ne alzeranno. / (p. 24).

E nel raccontare le sue sofferenze ricerca il silenzio intorno a sé: anche la piazza zittisce all’improvviso interrompendo voci, brezza e respiri. (p.69)
Mentre il mondo si frantuma nel silenzio e si annulla, la sua anima si mette in ascolto dei versi, così il silenzio diventa pensiero e questo si trasforma in    “Parola”, termine con cui intitola e chiude la silloge:

“Che sia nel cercarla/ averla già trovata/ la Parola?” un interrogativo con cui chiude le sue riflessioni poetiche.
E non fornisce alcuna risposta, perché chi detiene il potere della Parola è candidato a vivere per l’eternità. Poeti, scrittori, artisti vivono per sempre, grazie alle loro opere.
“Le parole non sono ancora sulla mia lingua”.
Nazario le parole le cerca, le sceglie e le comunica a quanti vorranno leggerle, ascoltarle e comprenderle.
E mi fermo per non togliere il piacere di leggere!

Antonietta Zangardi

Poggio Imperiale 22 novembre 2013


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