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La Pedagogia di Gandhi di Antonio Vigilante

Scritto da redazione il 4/3/2011


La Pedagogia di Gandhi di Antonio Vigilante

Gandhi, il profeta della nonviolenza, era anche un pedagogista d’eccezione che sapeva invitare i suoi allievi a seguire un ideale percorso di vita verso la santità e l’ascesi, nella donazione totale di se stessi ad un dio povero, che si incontra nel quotidiano, e che si sperimenta sempre accanto, facendosi perciò più che mai prossimo. A sostenere questa tesi in La Pedagogia di Gandhi    è Antonio Vigilante, studioso del pensiero nonviolento, e già autore di alcune pubblicazioni sull’opera di Gandhi, l’ultima delle quali, Il Dio di Gandhi, è stata recentemente vincitrice del Premio Il Feudo di Maida per la letteratura religiosa. Ne La Pedagogia di Gandhi, in cui sono presenti anche testi antologici scelti dagli scritti del grande filosofo della nonviolenza, alla scuola dell’apprendimento teoretico delle tre “r” (leggere, scrivere e far di conto), viene sostituita la scuola delle tre “h”, che educa la mente e il cuore attraverso la mano. Il giovane, che deve essere istruito in compiti manuali, apprendendo un’arte che si fa mestiere, deve imparare attraverso la sua lingua madre e l’educazione umanistica ai valori eterni dell’umanità. In questo percorso, acquista un ruolo centrale l’insegnamento religioso, che è educazione alla fede in Dio, verità e amore. Nel dialogo nonviolento è possibile incontrare autenticamente l’altro, la sua cultura e la sua storia. In questo modo, ai principi religiosi, unitamente all’artigianato, in particolar modo all’arte della filatura, che per Gandhi resta la sola possibilità per liberare l’India dal possente giogo coloniale del dominio occidentale inglese, vengono affidati i presupposti dell’educazione nonviolenta, che si fonda sulla non collaborazione con i facinorosi. Il silenzio, il buon esempio, l’impegno quotidiano dell’adulto educatore sono il sostegno indispensabile all’apprendimento che, a partire dall’abitudine a praticare materialmente l’uso della mano nel fare, si accresce di quelle dimensioni spirituali del cuore e della mente, intesa come vita dello spirito. In un mondo come il nostro, dominato dall’ossessione del successo, del profitto economico e della carriera, anacronisticamente ancorato, nonostante la crisi occupazionale e la disoccupazione giovanile sempre in crescita, alla ricerca spasmodica di titoli culturali sempre ulteriormente spendibili nel mercato del lavoro, sembra davvero fuori luogo il messaggio gandhiano, con il suo invito alla pratica laboratoriale e professionale. Ma, a ben vedere, potrebbe essere invece questa metodologia, assai più vicina di quanto non si possa credere alla didattica empirica dei materiali della Montessori e alla vita di fabbrica di cui parla Marx nel Manifesto del Partito Comunista e nel Capitale, una valida alternativa nella ricerca affannosa di un’attività utile alla sopravvivenza. Soprattutto, Gandhi rivaluta, nella sua dignità, il lavoro manuale, nobilitandolo laddove la società contemporanea lo depriva di valore reale e lo snatura. L’arte del produrre attraverso la manualità esprime anche un doveroso invito a porre in essere delle pause, a decelerare i ritmi della vita e dell’esistenza, imponendo di rallentare e di assumere come presupposto della produttività la lentezza, piuttosto che la velocità imposta dall’economia capitalistica. Un invito alla riflessione, oggi più che mai opportuno e attuale, da prendere seriamente in considerazione.
Antonietta Pistone

Riferimenti
1)A. Vigilante, La Pedagogia di Gandhi, Edizioni del Rosone, Foggia 2010.


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