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La didattica delle 24 ore

Scritto da redazione il 20/10/2012


La didattica delle 24 ore

La recente proposta del Ministro Profumo di aumentare l’orario di cattedra per i docenti di ruolo ha scatenato l’inferno nelle scuole italiane. Sì, perché non si tratta solo di lavorare molto di più, quanto soprattutto di lavorare gratis per lo stato. Le sei ore eccedenti l’attuale orario cattedra non verrebbero difatti pagate, e sarebbero messe a disposizione dei docenti a tempo indeterminato, i quali potrebbero essere chiamati a svolgere le lezioni attualmente assegnate ai supplenti nella loro scuola di titolarità. Si taglierebbero, in questo modo, circa trentamila posti di lavoro, con un risparmio per lo stato di un miliardo di euro, sottratto alle tasche dei docenti italiani. La paventata perdita del posto di lavoro non sarebbe, perciò, realistica per i titolari di cattedra, che lavorerebbero però molto di più, ma sottopagati. Sappiamo tutti che i docenti italiani, pur lavorando in media due ore in più a settimana rispetto agli altri colleghi europei, che salgono in cattedra per circa sedici ore settimanali, sono i peggio pagati. Immaginiamo cosa accadrebbe se questa proposta diventasse legge. La differenza con gli stipendi medi europei degli altri docenti si farebbe più ampia ed iniqua. I sindacati sono scattati sulla difensiva. E si paventano disordini e scioperi nelle scuole italiane. Si pensi a chi, senza riuscire ad ottenere la titolarità, lavora da anni con un contratto a tempo determinato. Gente che, magari, ha nel frattempo messo su famiglia, e che oggi potrebbe improvvisamente tornare a casa. Si pensi ai docenti di ruolo e al pesante lavoro cui sarebbero sottoposti da questa proposta di legge. Per giunta nemmeno gratificati da un aumento di stipendio. I tagli alla cultura che si stanno apportando nel nostro paese dimostrano la scarsa attenzione e sensibilità di questo governo nei confronti del sistema dell’istruzione. Il mondo della cultura è il volano di una società civile. Non ci si può permettere di tagliare sulla ricerca, sull’istruzione e sulla cultura di un paese, se si vuole che quel paese accresca il suo sapere e le conoscenze utili a rimanere in Europa con piena dignità di appartenenza. In questi giorni impazza su facebook e su tutti i blog in rete, che affrontano il medesimo discorso dei tagli alla scuola e della proposta taglia-precari, una bellissima frase attribuita a Luigi Einaudi che recita più o meno così "Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle "macchine per vendere fiato". Ma la merce "fiato" perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana. LA SCUOLA A VOLERLA FARE SUL SERIO LOGORA. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo". Assolutamente vero! Chi insegna sa bene che forse più di qualunque altro questo è un mestiere che mette a dura prova il sistema nervoso e che necessita di energie in quantità, di lucidità mentale, di serenità e di passione. Ma come tutte le attività creative, che trattano con gli esseri umani, necessita anche di qualità e di rinnovamento. Caratteristiche sempre più difficili da assimilare all’idea di catena di montaggio, in cui la scuola si troverebbe ad imitare il sistema di fabbrica, ripetitivo e costante, oltre che veloce ed efficiente, nell’intento di aumentare il ritmo della produttività. L’ideologia capitalistica, penetrata come un tarlo nella coscienza collettiva del post-moderno, ci sta portando alla distruzione della politica e dell’economia attraverso la crisi strutturale che tutti stiamo da qualche anno vivendo. Il sistema educativo, al contrario, ha da sempre preteso delle pause. Come sostiene giustamente Neil Postman, la scuola ha il dovere di rallentare l’accelerazione della storia, perché questo è il solo modo per fungere da termostato della società, che è il ruolo principe che le compete. Nelle recenti proposte di legge, al contrario di quanto da sempre va sostenendo la migliore pedagogia didattica, si lavora a trasformare l’impegno scolastico in una produzione d’azienda, in cui i docenti vengono assimilati sempre più agli operai che lavorano alla catena di montaggio della cultura. Ciò che non si è ancora compreso, e che a maggior ragione sarà sempre più difficile poter trasferire ai giovani, è che la cultura rimane un discorso d’élite, e che, sebbene debba democraticamente essere accessibile a tutti, chi poi la pratica quotidianamente ha necessità di studiare, di riflettere, di approfondire, di vivere in prima persona l’esperienza gratificante ed arricchente di quei contenuti culturali che intende a sua volta trasmettere agli allievi. Non funziona più il vecchio paradigma dell’imbuto, che vuole saziare l’allievo più o meno affamato di sapere introiettando nozioni. La scuola, come ogni ambiente educativo che si rispetti, deve diventare l’ennesima occasione di apprendimento attraverso il fare esperienza. La scuola deve essere in grado di costruire quelle occasioni d’incontro con la cultura che possano essere ritenute emblematiche e pertanto indimenticabili a chi, nel tempo, volesse riavvicinarsi a questo meraviglioso mondo della conoscenza che è il sapere in senso lato. Se ogni allievo, anche dopo molti anni, non ricorda le esperienze fatte a scuola con questo profondo senso di nostalgia, la scuola ha fallito la sua missione. Ma se è capace di far questo allora essa è, come è, un’isola felice di pace e di serenità, cui riandare sempre con la mente negli anni della propria esistenza, per ritrovare forza e coraggio, per non smarrirsi, per rivedere quei riferimenti indispensabili che l’esperienza didattica dei nostri maestri ha per ciascuno di noi rappresentato. Tutti, quando ricordiamo un insegnante in particolare, lo facciamo con gioia per la sua capacità di stupirsi e di stupire, per il suo entusiasmo, per la passione che nutriva per i suoi insegnamenti. Non ricordiamo certo la stanchezza, la noia, la passività. Ma la vitalità, il sorriso, l’energia. Tutto questo vuol dire insegnare in modo autentico. E tutto questo necessita di un lavoro sotterraneo e sconosciuto ai più. Quel famoso dietro le quinte che si sente sempre a teatro. Il lavoro fatto a casa, nei pomeriggi e nei giorni di festa. L’aggiornamento solitario e silenzioso di chi ha scelto lo studio come lavoro. Come si potrà conciliare tutto questo con una cattedra che vuole il docente presente ogni mattina per tutta la giornata scolastica nella propria sede di insegnamento? Come si potranno bilanciare lo studio personale con la pretesa di avere sul posto di lavoro continuativamente dei funzionari a disposizione della scuola? Questo deve ancora spiegare ai docenti italiani il Ministro della Pubblica Istruzione. Forse lui sa già quello che ancora sfugge a chi esercita la professione docente nella scuola da anni.

Antonietta Pistone

Nota bibliografica
Per questo articolo si rimanda alle letture di seguito:

1) A. Pistone, Teoresi e Prassi delle Scienze Umane, Bastogi Editore, Foggia 2009


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