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La fattoria degli animali di George Orwell, metafora di una rivoluzione fallita

Scritto da redazione il 18/1/2011


La fattoria degli animali di George Orwell, metafora di una rivoluzione fallita

Orwell comincia a scrivere La fattoria degli animali nel 1943, a Guerra Mondiale quasi finita. L’opera, che sarà pubblicata solo nel 1944, dopo varie vicissitudini determinate dal rifiuto di alcuni editori a portare in stampa un libro apertamente antisovietico, è il primo lavoro politico dello scrittore, che diventerà poi famoso con 1984, capolavoro edito nel 1948.
La fattoria degli animali è un libro che si legge tutto d’un fiato, perché lo stile è semplice e piano come quello di un qualsiasi racconto per ragazzi. Narra le avventure di una fattoria, nella quale, ad un certo punto, tutti gli animali, capeggiati dai maiali, si ribellano al fattore e a sua moglie, mandandoli via per instaurare un nuovo ordine interno. La metafora, apparentemente inoffensiva, è immediatamente evidente, se all’Inghilterra, paese dell’autore in cui è ambientata la narrazione, si sostituisce la Russia del 1917, e se agli uomini e agli animali si assimilano l’impero zarista e i conservatori, nemici della Rivoluzione di Febbraio, che vede l’ascesa progressiva al potere dei Bolscevichi di Lenin, e di altri soggetti militari e politici, come Trockij e Stalin.
Nella fattoria di Orwell, dopo la cacciata dei proprietari e la promessa di un governo democratico, in cui fosse abolita la proprietà privata, si sostituisce pian piano il dispotismo dei maiali che, col trascorrere del tempo, diventano veri oppositori di quella stessa uguaglianza precedentemente tanto sbandierata, contravvenendo loro stessi a quei sette principi che si erano imposti durante la rivoluzione, e che avevano dettato come leggi agli altri facinorosi. Fino a giungere alla completa negazione dei valori di uguaglianza quando l’ultimo comandamento “tutti gli animali sono uguali”, verrà trasformato dal maiale Napoleone (alias Stalin) in “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Scoperto è, a questo punto, l’intento provocatorio della bella storia di Orwell, che oltraggia apertamente il regime totalitario dei Gulag, delle Purghe, della industrializzazione forzata dei piani quinquennali, dell’imposizione del partito unico, del dispotismo militare, dello stato delle istituzioni totali.    Prendendo l’incipit dal marxismo-leninismo della rivoluzione socialista, che avrebbe dovuto trasformare la Russia, abbattendo il potere della dinastia degli zar, e permettendo all’Unione sovietica di progredire economicamente e politicamente, ponendosi all’avanguardia come il resto dei paesi europei, la rivoluzione finisce per mortificare il suo stesso spirito iniziale, sostituendo ad un regime tirannico un’altra forma di dispotismo militare, chiuso e asfittico, e perciò stesso incapace di produrre una qualsivoglia forma di reale progresso per il paese che usciva già distrutto dalla Prima Guerra Mondiale.
Si capisce bene, pertanto, la difficoltà che incontrò Orwell nel pubblicare il suo lavoro, che resta un pilastro della narrativa europea sulla metafora di una rivoluzione fallita, che si richiama all’utopia marxiana di un socialismo reale e di un comunismo possibile da realizzare nella storia sotto forma di stato che avrebbe riconosciuto a tutti gli stessi diritti in base ai bisogni individuali e non ai meriti di ciascuno, da leggere e meditare con attenzione, in ogni tempo e in ogni luogo, come monito serio per il futuro dell’Europa e del mondo.
Scritto da: Antonietta Pistone


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