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La finanza e la speculazione hanno sopraffatto la politica

Scritto da redazione il 7/3/2012


La finanza e la speculazione hanno sopraffatto la politica

A.A.A. EUROPA CERCASI
All’attuale Europa dei mercati si richiede uno scatto di orgoglio politico

Il 29 febbraio scorso ci siamo occupati della grande finanza e della speculazione che imperversano creando disastrose “bolle” e determinando le quotazioni dei titoli, senza che un’istituzione pubblica ne disciplini in qualche modo l’attività. Accennando all’attuale grave crisi dell’euro, osservavamo che le autorità politiche, al di qua e al di là dell’Atlantico, non sono in grado di fronteggiare gli aspetti più perversi della speculazione.
Lo stesso atteggiamento timoroso e rinunciatario viene adottato verso le agenzie di rating, che distribuiscono pagelle a dritta e a manca sull’affidabilità delle varie economie. Non siamo pregiudizialmente ostili verso le agenzie che, in fondo, scoprono gli altarini che le autorità dei singoli Stati preferirebbero tenere nascosti. Ci dicono in sostanza che “il re è nudo”, ma non è dato sapere attraverso quali strumenti giungono a formulare i loro giudizi, forse perché emergerebbero conflitti di interessi che inficerebbero la neutralità delle valutazioni. Il recente declassamento di mezza Europa può essere anche visto in chiave ostile all’euro, la moneta di cui l’America ha sempre diffidato.
Certo è che queste agenzie non sono organi elettivi, ma con i loro pronunciamenti determinano anche le dimissioni di governi liberamente eletti, ed è inutile, oltre che infantile, imprecare contro il “destino cinico e baro”.

Il culto del particulare
Mancando un’intesa sovranazionale che fronteggi le agenzie e la speculazione pura, non ci resta che assistere allo spettacolo dei singoli Paesi che si affrettano a rinchiudersi nel proprio orticello. Dopo aver sprecato gli anni di relativa pace economica senza progredire nel progetto politico, ora siamo al culto del particulare, che, celebrato da Guicciardini nell’Italia di cinque secoli fa, si è esteso nei Paesi della Unione Europea; invece di far fronte comune, dopo tanti “conclavi” pressoché inutili, oggi procedono in ordine sparso, alimentando discredito nei confronti dell’euro, strumento unico (o quasi) di coesione europea.
Qualche decennio fa Henry Kissinger, potente segretario di Stato americano, avvertiva che qualcosa di nuovo stava nascendo in Europa, ma si rammaricava, non senza ironia, che se avesse voluto parlare con il rappresentante dell’Europa, non avrebbe potuto farlo, perché nessuno era in grado di dargli un… numero di telefono.
In questi anni abbiamo sì creato una burocrazia europea efficiente e forse pletorica e asfissiante, ma, pur registrando progressi, non abbiamo un esercito, né una vera politica che tracci un percorso univoco per una grande popolazione di quasi 500 milioni di abitanti, che meriterebbe di avere un ruolo più significativo nel contesto internazionale. Ma soprattutto non abbiamo una vera banca europea. La sfiducia originaria in una politica comune e il timore di perdere una fetta di sovranità hanno portato alla creazione di una banca europea, la BCE, che è l’unica entità sovranazionale per lo spazio della moneta comune, ma ha un unico compito, la politica deflattiva.
Ne è derivata la mancanza di una politica economica comune, che oggi rende vulnerabili i singoli Stati di fronte agli attacchi speculativi. Negli USA la California, il Minnesota e l’Illinois hanno debiti pari, se non superiori, a quelli di alcuni Stati europei, ma la grande finanza si guarda bene dallo speculare, perché sa che dietro c’è un governo federale. Da noi invece si crea di fatto il direttorio franco-tedesco, Merkozy (al quale tenta di agganciarsi l’Italia), oppure si scrive una lettera alla Commissione e al Consiglio europei chiedendo un piano per la crescita da dibattere al prossimo vertice dell’Unione. Peccato che a firmarla, oltre a quello italiano, siano stati solo altri 11 governi! Gli altri Stati non hanno, evidentemente, bisogno di crescere…
È chiaro che così ci si muove in direzione opposta all’unità europea. L’Italia, che pure si vanta giustamente di essere tra i Paesi fondatori, può solo balbettare, perché schiacciata com’è dal debito pubblico, non può urtare la suscettibilità dei mercati a cui deve continuamente ricorrere per rifinanziare il debito.
I grandi ideali europeisti che hanno alimentato la nostra adolescenza si sono come accartocciati e immiseriti dietro il mero calcolo economico che, pur fondamentale, non può sintetizzare l’essenza di una Nazione Europea degna di questa espressione.

Giganti e nani
Gli Stati Uniti d’Europa, tanto per intenderci, non sono in agenda, nonostante siano stati vagheggiati più di 60 anni fa da personalità come De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet, Spaak, Altiero Spinelli, autentici giganti del pensiero europeo. Ci viene in mente Bernardo di Chartres che nel XII secolo, riferendosi all’eredità della cultura e civiltà europea, così si scherniva: “Siamo nani arrampicati su spalle di giganti. Così vediamo di più e lontano degli antichi. Non già perché la nostra vista sia più acuta o la statura più alta, ma perché ci sollevano nell’aria con tutta la loro altezza gigantesca”.
Bene, noi europei del terzo millennio avremmo dovuto seguire la strada tracciata da quei giganti che, dopo le macerie della guerra, intuirono la necessità di integrazione che, partendo da quella economica (soluzione funzionalista), doveva sfociare in quella politica (federalismo). Potevamo, da nani sulle loro spalle, continuare a guardare lontano, ma non lo abbiamo fatto, abbiamo distolto lo sguardo dagli ideali, contentandoci di pascere sul contingente, sul quotidiano.
Migliorate le condizioni di vita, con i vari “miracoli” economici (tra cui quello italiano), si è venuta infatti spegnendo la carica ideale europeista e ci siamo adagiati sul realismo del primum vivere, deinde philosophari    di Thomas Hobbes. Osserviamo, per inciso, che il filosofo scriveva in latino nell’Inghilterra del XVII secolo; oggi noi italiani, per aver qualche possibilità in campo internazionale, dobbiamo pubblicare direttamente in inglese. Sic transit gloria linguae.
Oggi, dopo aver “vissuto” realizzando progressi in economia, è tempo di alzare lo sguardo e riprendere a “filosofare”, a pensare ad un’Europa politica che si esprima con una sola voce, riaffermando la superiorità della Politica (con la P maiuscola) rispetto alle esasperazioni economicistiche e, soprattutto, rispetto a una finanza irresponsabile e una speculazione impudente.
Lo chiedono i popoli dei Paesi dell’Unione, lo chiedono la civiltà e la cultura di cui l’Europa è portatrice.
Vito Procaccini


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