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La ricerca della felicità

Scritto da redazione il 26/6/2010


La ricerca della felicità

Anche quest’anno, come tutti gli anni, mi è toccato fare gli esami di maturità; ho seguito con particolare interesse la prima prova scritta, quella di italiano, con le tracce inviate dal Ministero. Devo dire che mi sono piaciute quasi tutte: era interessante quella sugli ufo; bella quella che chiedeva di parlare della musica; quella di storia sulle foibe presupponeva una specifica preparazione sul tema, ma ha trovato l’ostacolo di essere uno degli argomenti meno trattati del Novecento (si parla molto di più dei lager tedeschi e dello sterminio ebraico, piuttosto che dell’eccidio degli italiani fascisti ad opera dei partigiani di Tito in Iugoslavia). I giovani, però, che non si sono cimentati a scrivere di loro stessi, e del ruolo storico-politico che hanno occupato nella storia, hanno invece decisamente prediletto la trattazione sulla ricerca della felicità. Ed anche io avrei fatto lo stesso tema, se fosse capitato a me di dover scegliere tra le varie opzioni. Questo per due motivi: innanzitutto il materiale messo a disposizione degli studenti era abbondantemente supportato da documenti storico-filosofici che reclamavano l’elaborazione del pensiero degli autori considerati. E mi sarebbe molto piaciuto commentare le riflessioni sulla felicità. In secondo luogo perché credo fermamente che compito di ciascuno nella vita sia soprattutto quello di ricercare, e qualche volta rincorrere, la felicità, come fine ultimo dell’esistenza dell’essere umano. Tutti abbiamo diritto ad essere felici. Perché se una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, secondo il dettato di quel grande filosofo che è stato Socrate, è anche vero che una vita infelice non ha senso. Perciò, come si addice ad ogni uomo il compito di pensare e riflettere sulle grandi questioni dell’esistenza, allo stesso modo è proprio di ciascuno il ricercare lo scopo della propria vita nella felicità. Resta, ovviamente, da intendersi su cosa sia la felicità. Per i filosofi antichi essere felici voleva dire filosofare, cioè vivere in modo saggio, cercando sempre e comunque un equilibrio tra passioni e ragione. Perciò lo studio e l’approfondimento delle domande radicali costituiva un primo passo verso la felicità, intesa come un piacere duraturo, e non momentaneo, capace di pacificare l’esistenza. Col tempo è cambiato il significato dell’essere felici, perché con l’arrivo della società di massa e col consumismo si è creduto che il piacere interiore potesse essere sostituito da quello derivante dal possesso delle cose e dei beni materiali. Donde la rincorsa affannosa dei mezzi economici, e l’accumulo delle ricchezze, nella mera illusione di potersi accaparrare un solo briciolo di quella falsa felicità da supermercato. Oggi, probabilmente, c’è un ritorno al passato, e si ricomincia a considerare la sapienza come uno dei pochi beni immateriali, il cosiddetto capitale intangibile, in grado di rappresentare un significativo passo verso la serenità che rende felici. La felicità in quanto tale, difatti, pare sia destinata ad essere l’ebbrezza di un attimo. Ma esiste, ed è reale, anche quella serenità dello spirito che si manifesta come duratura pace interiore, che non subisce sconvolgimento alcuno, perché fa parte dell’uomo, ed è destinata a rimanere imperturbata, nonostante tutte le possibili traversie ed avversità provenienti dall’esterno. Il fatto che i giovani tornino ad interrogarsi su questioni filosofiche di tale portata è un bel passo significativo in avanti. Perché vuol dire che davvero il compito della filosofia è inesauribile, e rappresenta la doverosa e incessante domanda dell’essere umano nel suo cammino di civiltà. Ecco perché questo tema mi è piaciuto. E mi è piaciuto che l’abbiano scelto i giovani. Perché, nel panorama di disorientamento e di tristezza del nostro quotidiano, riflettere su un argomento come questo porta una ventata di ottimismo e di gioia. E tutti ne abbiamo proprio bisogno.
Antonietta Pistone


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