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La scuola del concorsone

Scritto da redazione il 12/1/2013


La scuola del concorsone

“Per sapere se so fare il maestro mi hanno chiesto: “Pamela, Fiona e Gina, sono tre ragazze newyorkesi. Stanno prendendo il sole in una piscina della loro città. Pamela indossa un costume intero. Fiona legge un libro, Pamela e Gina sono cugine”. Dovevo indovinare la risposta esatta tra queste quattro: “Fiona è una studentessa universitaria; Pamela è grassa; a Roma non sono le 9 del mattino; Pamela e Fiona sono cugine”. Non è una battuta di spirito. Ma una domanda dei test che molti dei nostri colleghi hanno dovuto il mese scorso “tentare” per poter finalmente aspirare ad una cattedra in ruolo nella scuola in cui sono precari da anni. Precari che ormai vengono definiti storici per il lungo tempo di attiva “militanza” tra le fila di coloro i quali devono sperare ogni anno di poter ritornare nella stessa sede dell’anno prima, altrimenti sanno già che toccherà loro cedere il posto a qualcuno che non conosce nemmeno i volti di quegli allievi da loro stessi cresciuti con tanto accorato accudimento. Non è bello comunque per chi ha studiato una vita le stesse discipline che nella scuola si impegna quotidianamente ad insegnare dover, tutto d’un tratto, essere giudicato in base a delle stupide domande, che alcuni osano definire di logica. In effetti questi test di logica somigliano molto ai quesiti con i quali le facoltà di medicina selezionano i loro futuri studenti. Vi siete forse dimenticati la domanda sulla grattachecca della signora tal dei tali?! Che devo dirvi. Forse conosco poco la logica, che pure ho studiato. D’altra parte non sono mai stata particolarmente portata per la matematica, il cui valore ho scoperto troppo tardi, solo all’università. Ma riesco a vedere assai poca congruenza nella domanda dei test sopra riportata con quanto dovranno andare poi ad insegnare i colleghi nelle scuole. Questi test, ricordiamolo, hanno determinato la bocciatura di più della metà dei candidati in corsa, e hanno perciò stabilito una forte e determinante selezione tra chi avrà la sua cattedra, e chi rimarrà ancora per anni, se non per tutta la sua vita professionale, a rincorrere l’incarico di supplente precario, se gli va bene annuale, nella scuola italiana. Chi legge e studia magari è più avvezzo a scrivere un testo, un saggio su un argomento specifico. Ma i test di logica sono conosciuti discretamente solo da chi insegna matematica. Un po’ da chi fa “certa” filosofia. Come fanno ad essere alla portata di tutti? E che relazione ha un problema di logica con la storia, la filosofia, l’italiano, la lingua straniera, l’insegnamento delle lingue classiche, la pedagogia e via dicendo? Se il tenore di tutte le domande è stato dello stesso tipo di quella presa ad esempio qui sopra, bisogna proprio dire che questo concorsone ha rappresentato un’ennesima beffa nei confronti di chi un posto fisso non ce l’ha. Alcuni mesi addietro, per questa trovata stravagante dell’ultima ora, c’è stato persino un collega di Napoli che ha deciso di farla finita. Perché, fatti due conti, aveva più o meno calcolato che ad entrare di ruolo non ce l’avrebbe mai fatta. Vi sembra giusto che chi ha studiato una vita debba essere umiliato per così tanto tempo prima di avere un posto di lavoro dignitoso? Vi sembra giusto che lo sfortunato che non ha superato le prove dei test debba andare in classe e ritornare dai suoi allievi per raccontare che il sistema italiano ha deciso che lui che sta a quel posto da tempo non è degno di avere una cattedra in ruolo perché non sa risolvere un problema di logica? Una volta, nel vecchio sistema scolastico, erano i docenti che picchiavano gli studenti “asini” e negligenti. Oggi è il sistema stesso che umilia e picchia gli insegnanti. Accrescendo in loro il senso di frustrazione e di inadeguatezza che porta tutti ad uscire di corsa dall’istituzione per il collocamento in quiescenza, ammesso che si riesca ad arrivarci ormai, come a prendere quella boccata d’aria vitale di cui da anni si avvertiva l’esigenza. Ecco perché comincio seriamente a credere che davvero la scuola meriti maggiore attenzione da parte delle classi di governo. E che sia giusto che le sue problematiche divengano il centro delle discussioni politiche dei programmi elettorali e dei partiti. Non per vincere le elezioni, come molti furbi si apprestano a fare. Ma per riportare al centro delle questioni fondamentali il dibattito sul problema della formazione dell’essere umano. Che non può essere tralasciato e messo in secondo piano, se non si vuole correre il rischio di perdere la parte migliore della politica, che rimane l’uomo, come protagonista e signore della scienza della città e dello stato. Come possono delle prove preselettive non indagare su aspetti fondamentali della didattica e sulle centrali questioni disciplinari di ogni classe concorsuale? Bisognerebbe ricominciare a guardarsi negli occhi e nelle anime. Per parlarsi e comunicare in un’apertura integrale e senza falsi preconcetti all’altro. Ma in una scuola dei numeri, nell’asfittico universo dell’orientamento al successo ad ogni costo, resta difficile rintracciare l’elemento umano. Ed il suo centro. E così accade che uno si toglie la vita. L’altro viene bocciato. E gli alunni restano orfani, in due modi diversi, ma non per questo meno dolorosi l’uno rispetto all’altro.

Antonietta Pistone


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