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Lezioni meno stressanti!!!

Scritto da redazione il 16/4/2011


Lezioni meno stressanti!!!

Perché non rendere le lezioni scolastiche memorabili? E soprattutto meno stressanti? Me lo domando da circa vent’anni, da quanti sono gli anni in cui mi occupo sia di insegnamento che di apprendimento. Come possiamo rispondere a domande di questo tenore? L’insegnamento è un lavoro impegnativo, così come l’apprendimento. Ed a volte siamo noi i diretti responsabili sia delle soddisfazioni procurate da questo lavoro sia dello stress che ci può affliggere ed attanagliare.
Rendere lezioni memorabili per sé e per gli studenti diventa allora un obiettivo primario, così come instaurare con i ragazzi un determinato rapporto di fiducia e di reciproco rispetto.
Non è che intenda fornire soluzioni, ma semplicemente linee-guida, indicazioni elaborati grazie ai costanti feedback avuti con bambini, ragazzi, genitori e colleghi nel corso di questi anni, nonché forniti dai dati accademici e dalla letteratura scientifica esistente. In questo modo, ci si può rivolgere a qualsiasi insegnante, di ogni ordine e grado, indipendentemente della disciplina che insegna.
Ritengo che esistano quattro strumenti in grado di conseguire l’obiettivo primario:
-Raccogliere e vincere “sfide” grazie alla fiducia in se stessi
-Conoscere i processi di apprendimento per diventare strategici
-Rendere le lezioni interessanti ed entusiasmanti grazie alla capacità di persuasione
-Comprendere ogni individuo grazie all’empatia.
Partiamo dal primo punto. Sfidare ed affrontare il nuovo è alla base dell’apprendimento. Nel testo I processi cognitivi a cura di R. Job, l’apprendimento viene visto come passare da una situazione che ha caratteristiche di un certo tipo ad una che ha caratteristiche dverse. Apprendimento significa cambiare. Il cambiamento può consistere sia nell’acquisizione di un’informazione che prima mancava totalmente dal nostro bagaglio di conoscenze e di competenze, sia nel collegare fra loro conoscenze o competenze preesistenti, in modo da portare ad una nuova competenza prima non presente. Alla stessa moniera, si dica dell’insegnamento qualora si deve affrontare giornalmente sia l’ignoto che l’indeterminatezza nell’ambiente scolastico anche se si conoscono bene programmi e contenuti. Saper gestire il nuovo ed il cambiamento consente di crescere e di migliorare. Che cosa migliorare, direte voi? Migliorare, in primis,    gli studenti in quanto si incoraggia loro alti standard di impegno, precisione, elaborazione (anche se si devono usare strumenti di differenziazione in modo appropriato così che tutti gli alunni possano raccogliere le sfide loro proposte). Migliorare, in secondo luogo, se stessi, come docenti, in quanto delineare percorsi chiari e precisi agli alunni genera sicurezza per sé e per gli altri.
Esprimere aspettative positive    nei confronti degli studenti, essere tenacemente convinti che possano imparare e che impareranno, è uno dei modi più potenti per influenzarli e per aumentare in loro la sete di conoscere. Rifiutarsi dunque di accettare la mediocrità e sfidare, se necessario, gli altri che siano colleghi, genitori, gli stessi ragazzi interessati, per raggiungere un obiettivo superiore. Riporto, qui di seguito, un passo scritto da un mio allievo di diciotto anni, riguardo una riflessione sulle sue aspettative future, e che deve far meditare sulla mediocrità: “...Nel corso della crescita sono tanti i sogni e le aspettative che maturiamo, fino a quando, crescendo si comincia a mettere    a fuoco la realtà che ci circonda e i sogni si ridimensionano e le delusioni sono dietro l’angolo a demoralizzarci. Ciò invece ci deve spronare a fare di più, mentre la maggior parte delle persone rimane con le mani in mano arrendendosi magari ad avere un impiego monotono o non stimolante per tutta la vita, rimanendo nella propria mediocrità. Ecco, la mediocrità che è da rifuggire. Io penso di non sapere cosa farò da ‘grande’, ma so che l’unica spettativa che ho con certezza è di non essere mediocre nella vita, non diventare uno dei tanti, ma distinguersi...”.
Non è sufficiente solo “distinguersi”, e veniamo al secondo punto della trattazione, ma serve molto conoscere i processi di apprendimento per diventare insegnanti strategici.    Conoscere, dunque, un gran numero di strategie e di tecniche di insegnamento. Esistono molteplici strategie funzionali al raggiungimento di obiettivi specifici ed all’esecuzione di diversi compiti scolastici, come scrivere un tema, risolvere un problema tradurre un testo. Oltre alla lezione frontale, porre molte domande, coinvolgendo tutti gli alunni nella discussione riesce ad impegnarli attivamente ed a monitorare il loro grado di comprensione. Per quanto riguarda la valutazione, può trattarsi di test, di griglie, della regolare correzione dei compiti scritti, di domande, di interrogazioni. Ma è soprattutto con il quotidiano interagire con gli studenti che si dovrebbe rendesi conto dei loro progressi o di ciò che non hanno compreso. Strategie sì, ma capire quando, dove e perché sono importanti. Per ottenere il meglio occorre essere aperti a nuovi approcci ed a sperimentare cose nuove.
In questa maniera    si coinvolgono tutti gli allievi, ma per coinvolgerli profondamente dobbiamo tener conto di un’altra linea guida: la capacità di persuasione. Esercitare un forte ascendente sugli altri, influenzandoli in modo positivo, serve a trasmettere loro la passione per la disciplina che si sta insegnando sia ad incoraggiarli nei momenti di difficoltà, di freno e di stanchezza. Capacità di persuasione    non la intendo come capacità di manipolare le menti degli altri con messaggi semplicistici che fanno leva sull’emotività, ma creare spirito critico ed invogliare allo studio. Il possedere un ascendente sugli altri si realizza attraverso la capacità di “suscitare” emozioni. Come si possono “suscitare”, far emergere, allora, emozioni? Non presentando situazioni reali e presentando il massimo d’informazione, quanto piuttosto procurare il massimo di sorpresa a causa della sua imprevedibilità. Togliamo dal suo abituale contesto una parola, una frase, un discorso ed introduciamolo (in modo pertinente) in un contesto nuovo e diverso: creiamo così un fenomeno di novità linguistica    che è certamente efficace. Si può rendere il linguaggio più persuasivo con la modificazione del linguaggio stesso: inserendo al suo interno funzioni poetiche, messaggi riferiti in lingue diverse dall’italiano, moduli retorici. In tal modo il linguaggio diventa persuasivo perché gioca su sistemi di attese e di propensioni emotive, facendo interagire continuamente la sfera razionale con quella affettiva.
E veniamo all’ultimo punto-guida: l’empatia. La capacità di sfidare il cambiamento, quella di essere strategici e quella di essere convincenti nulla valgono, ritengo, se non si possiede la capacità di ascoltare gli altri e di valorizzare il loro contributo. Far sentire agli altri che sono tenuti in considerazione, trasmettendogli fiducia, li fa uscire dal loro isolamento e li spinge a fare molto di più di quanto atteso.
Per capire da parte dell’insegnante ciò che può motivare ed interessare lo studente è necessario possedere una sua conoscenza non superficiale: informazioni sulla    povenienza, informazioni su quello che hanno appreso in precedenza e sui risultati conseguiti. In questo modo non si sprecano energie invano. Ed in particolare la passione per l’insegnamento si approfondisce se si entra in sintonia con l’allievo. Mi spiego meglio. Entrare in sintonia con un altro individuo non è impresa semplice in quanto il ricevente si deve rendere conto che un altro si interessa a lui e si sente valorizzato in quano sinceramente ed autenticamente compreso. Questo atteggiamento e questo comportamento, che si definisce empatia rappresenta una forma piuttosto elevata di comunicazione. Grazie ad essa aumenta la nostra e l’altrui consapevolezza, in quanto attraverso un dialogo profondo, riesco ad interrogarmi su cosa è bene veramente per    me. Come sosteneva Socrate, il “conosci te stesso” consente di raggiungere la consapevolezza, foriera di inganni e di errori.
Nella mia esperienza mi sono spesso avvalsa, come mezzo, della scrittura, ma anche del resoconto orale, di carattere    personale. La lettura della scrittura autobiografica – così come la sua stesura – realizza, anzi impone, una dimensione empatica, inaugurata dal silenzio e promossa dall’ascolto. Si può accogliere le comprensioni e le informazioni riguardo l’altro, in questo caso lo studente, attraverso uno stato di coscienza non condizionato, libero dalle proprie preferenze e dai propri bisogni, solo in ascolto di ciò che c’è in quel dato momento. Ritengo, dunque, che un atteggiamento empatico, ripeto, della scrittura autobiografica (diari, temi e pensieri di carattere personale) ma anche di resoconti orali, possa costituire una fonte essenziale da cui attingere per comprendere meglio lo studente, ma non solo: serve anche per capire il proprio ruolo d’insegnante.

Scritto da: Lucia Balista





































                                


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