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MARIO SANSONE, UN GRANDE MAESTRO DI VITA E DI PENSIERO

Scritto da redazione il 18/7/2010


MARIO SANSONE, UN GRANDE MAESTRO DI VITA E DI PENSIERO

Per il prof. Mario Sansone l'età era soltanto una questione anagrafica. Per questo grande Maestro il tempo sembrava essersi arreso, sembrava avere perduto quel mordente che lo porta a insinuare e a distruggere ogni cosa. Sembrava che il destino gli avesse    riservato un riguardo particolare, un rispetto inconsueto per la sua alta intelligenza, per la sua profonda sensibilità, per il suo impegno «sul piano dei problemi di metodologia della critica e della storiografia letteraria»: doti che gli permisero di raggiungere altissimi traguardi, e di definirsi come una delle personalità più complete e complesse del panorama letterario italiano ed europeo.
Mario Sansone ha dedicato l'intera sua esistenza all'approfondimento dei suoi studi, sostanziati di una eccezionale cultura e di uno straordinario acume, tanto da darci lezione «non solo di critica e di letteratura, ma di tolleranza, di civiltà, di laicismo, di partecipazione democratica». Chi ha conosciuto il prof. Sansone non può non essere rimasto affascinato dalla umanità che lo rendeva familiare e cordiale con tutti, dalla lucidità del suo pensiero e, in particolare, dal suo sincero e disinteressato attaccamento a tutto ciò che parlava della sua terra e del suo popolo.
Mario Sansone ha svolto il suo compito di professore e di critico con passione e serietà, forte di una preparazione rigorosa e approfondita, che gli ha consentito, nei campi in cui ha fatto sentire la sua presenza, un indirizzo personale e una connotazione propria, mai avulsi però dalla realtà storica, e aperti a quei contributi che gli permettessero di rendere le sue riflessioni preganti e attuali.
Sansone era cittadino del mondo per la larghezza delle sue vedute, per l'universalità della sua cultura, ma era fiero di essere nato nella Daunia. Confessava candidamente    che una parte di lui era rimasta ancorata al fascino della «terra piana, la magna Capitana, là dove - diceva il poeta - lo mio core è notte e dia». La sua presenza e il suo pensiero non potevano, per la molteplicità degli impegni e per la fecondità degli studi, sostare «notte e dia» nel suo paesaggio dell'anima, ma egli ci confidò che una buona parte di giorno, una buona parte di ricordi, si rivolgeva alla terra della sua infanzia, di cui serbava e portava impronte incancellabili.
Impronte tanto radicate e solide da fargli dire:
         «Ogni volta che torno a Lucera, vi ritorno con il cuore di allora; e per me è sempre uno            stupore nuovo, ed è un riacquistare quella freschezza di visioni, quell'incanto di prospettive e di affetti che io ho goduto a Lucera e che non mi sono mai caduti dal cuore.
         Pensate ad un episodio particolare, al fatto che io ho avuto mia madre solamente a Lucera         Lucera, perché tre mesi dopo che siamo andati via da Lucera, mia madre è morta.
         E quindi il ricordo di mia madre è legato a Lucera; le pallide memorie che io conservo di lei, essendo allora io ancora fanciullo, sono legate a Lucera. E a Lucera poi ho avuto modo di concepire le mie prime riflessioni, e quella terra piana e grande, quella terra di una malinconia struggente, certe volte, quella terra mi ritorna sempre nel cuore, specialmente quando io ritorno. Cioè io mi sento cittadino di Lucera non occasionale, mi sento cittadino di Lucera per il fatto che vi ho conformato la mia coscienza e la mia anima, che si forma particolarmente negli anni fanciulleschi se sono vissuti intensamente.»
Alla nostra terra, dunque, erano legati momenti assai significativi della sua esistenza: la dolcezza e il conforto della presenza materna, l'incidenza dell'atmosfera di cultura sulla sua vocazione alle lettere, il ricordo di famiglie e personaggi che colpirono la sua sensibilità, fissandosi indelebilmente nella sua mente, ma anche l'episodio che lo pose a contatto con la drammaticità degli eventi: l'eruzione del Vesuvio del 6 aprile 1906, le cui ceneri, trasportate dal vento, oscurarono il cielo della Capitanata.
Il suo legame alla città natia fu tanto profondo, così intenso che volle festeggiarvi il compimento dei suoi novanta anni. La manifestazione, organizzata dal Comune di Lucera, dalla Famiglia Dauna di Roma e dal Circolo Unione, registrò la partecipazione entusiastica e sincera di gran parte della cittadinanza lucerina e di moltissimi ospiti, allievi, scrittori, rappresentanti della cultura e amici, lieti di testimoniare al grande Maestro, che aveva dato nobiltà e prestigio alla nostra terra, tutta la loro stima e la loro gratitudine.
Ci sembrò, in quella occasione, di rivivere momenti andati, giorni in cui il richiamo della cultura e dell'arte era prepotente e di primario interesse; giorni in cui i valori ideali superavano di gran lunga gli interessi contingenti, per i quali oggi si lotta e ci si affanna. Merito esclusivo della figura di Mario Sansone, tanto familiare e umana quanto elevata nel suo carisma culturale. Egli seppe restituirci un'emozione indimenticabile, un'occasione unica, irripetibile: uno di quei rari momenti che avevamo definitivamente consegnati agli archivi della memoria.
La partecipazione alla cerimonia assunse toni intimi, di profonda partecipazione, quando il professore Sansone prese la parola per trattare il tema della sua conferenza: «Manzoni francese (1805-1810) e le origini del Romanticismo italiano». Attraverso una sottile, ordinatissima rete di date, di nomi, di accenni storici, egli tracciò un esauriente quadro del periodo in cui il Manzoni soggiornò in Francia, con particolari riferimenti all'incontro con il gruppo degli ideologi, all'amicizia affettuosa e determinante con lo storico Charles    Claude Fauriel, e all'acquisizione di quei principi e di quelle «attitudini intellettuali», che segneranno tutta la sua vita di uomo e di letterato.
Sono da attribuire a questo periodo, infatti, "convinzioni in materia critica e letteraria, quali l'idea della necessità di una lingua unitaria e viva, e l'altra di una letteratura spontanea, antiaccademica e popolare, che [Manzoni] derivò principalmente dalle feconde conversazioni col Fauriel, e che saranno poi fondamento della sua salda adesione ai principi letterari ed estetici del Romanticismo".
Un arco di appena un quinquennio, quello vissuto da Manzoni a Parigi, ma di enorme importanza per il grande lombardo, per via degli incontri, degli studi, delle innumeri sollecitazioni, che Sansone riassunse con mirabile sintesi ed equilibrio, sorvolando, per ragioni di tempo, su numerosi altri agganci e motivi, che sono riportati nella sua ultima fatica, Manzoni francese (1805- 1810 dall'Illuminismo al Romanticismo, Bari, Laterza, 1993.
L'acclamazione, sincera e affettuosa, che sottolineò la fine della dotta conferenza, fu la riprova di un ascolto attento e la testimonianza di una ammirazione che portò i presenti ad affollarsi intorno all'illustre oratore.
Il clima di festa proseguì con uguale intensità il giorno seguente, quando si volle trascorrere, in compagnia e in onore del prof. Sansone, ore magiche nel suggestivo scenario del Gargano, quasi a coinvolgere tutta la Daunia. E la Daunia non esitò a palpitare con il suo cuore antico e nobile. Sansone ebbe per tutti una parola, un sorriso, un gesto di affetto.
La sera, mentre le prime ombre conferivano una particolare suggestione alla campagna ed evidenziavano la struggente malinconia del Tavoliere, tornando in macchina verso Lucera accanto al professore Sansone, sentimmo di esserci arricchiti di nuovi valori: ci scoprimmo immersi in una dimensione che soltanto la vera cultura e la nobiltà d'animo sanno regalare.

Mario Sansone era un signore della cultura. Affermava con piena lealtà di essersi formato nella generazione crociana, ma di avere assunto quella paternità "come i figli e i discepoli autonomi assumono sempre la paternità, vale a dire servendosi dell'esperienza del padre e non servendola". Compiuta la preparazione teorica, mediante studi severi e interiori travagli, iniziò la produzione critica, aggiornando continuamente la sua metodologia «specialmente dal punto di vista più che sociologico, formalistico».
Un modo di fare critica che univa al rigore scientifico una elevata dose di complicità con l'autore, per rivivere al suo fianco l'iter della creazione e per approfondirne la resa stilistica. E originali e propri sono gli esiti a cui il Sansone perveniva, e che apriranno, assai spesso, nuovi spiragli alla comprensione e alla interpretazione delle opere prese in esame.
Quel suo modo puntuale, affettuoso diremmo, di fare critica attirava un larghissimo pubblico e rendeva affollate le aule universitarie, sia quando il professore Sansone soffermava la sua attenzione su autori di portata universale, sia quando esaminava le opere di autori nuovi, cercando di estrarvi quegli indizi che si sarebbero sviluppati nel tempo. Egli non credeva nelle previsioni affrettate, eppure qualche volta "fece un po' il mestiere dello stregone" - come diceva scherzosamente --, pensando che le sue indicazioni avrebbero dato il frutto auspicato. E ciò puntualmente avveniva, ché la sua esperienza andava ben oltre gli esiti fissati sulla pagina.

"Verrei a Lucera anche a piedi, se potessi", ci confidò un giorno mentre attraversavamo insieme le strade di Lucera, nell'intento di cogliere antiche confidenze e di rivivere «momenti» che gli erano rimasti impressi nella memoria, lucidissima e attenta, con tutti i contorni e i significati. E Sansone mantenne puntualmente la sua promessa, recandosi nella nostra città e nella Daunia ogni qualvolta si ebbe bisogno della sua insostituibile presenza.
Fu proprio la sua presenza, infatti, a dare lustro e prestigio alle varie edizioni del «Premio Bari Palese», a quelle del «Premio U.Bozzini-Città di Lucera» e a quelle del «Premio di Poesia-Città di Alberona», dedicato al poeta dialettale Giacomo Strizzi (per non citare i numerosi altri premi di poesia e di narrativa a carattere nazionale, cui prese parte come presidente), e a dare a noi tutti il privilegio di poterci dire suoi concittadini e amici.
Fu ancora la sua presenza a richiamare in ogni città della Daunia personalità, scrittori e intellettuali in occasione della sua partecipazione a conferenze, a convegni o a presentazione di autori e di opere, che riguardavano la nostra terra.
Mario Sansone era un prezioso punto di riferimento: la persona cui si ricorreva per un giudizio illuminato e obiettivo, l'intelletuale che non esitava a concedere il supporto della sua parola saggia e affettuosa insieme, esortativa ma anche estremamente franca e leale. Era, insomma, l'uomo, i cui valori morali e civili non erano stati affatto scalfiti dalla celebrità, né tanto meno dai vantaggi che da essa gli derivavano.
Tutti gli dobbiamo molto. Lucera, la Capitanata, la Puglia, l'intera Penisola non possono pensare a lui senza avvertire un senso di gratitudine e di riconoscenza, non solo per le benemerenze letterarie, per i suoi insegnamenti, per la sua eccelsa statura culturale, ma anche per la sua incondizionata disponibilità, per il suo esemplare stile di vita, per il dono della sua parola «familiare», ma sempre estremamente forbita e pregnante.
Tutti gli dobbiamo molto. Mario Sansone era un grande Maestro che sapeva fare cultura non solo dalla cattedra universitaria, ma anche dialogando cordialmente con quanti venivano a contatto con la sua profonda umanità; disposto sempre a incoraggiare tutti coloro che lasciavano intravedere valide possibilità espressive e creative, ma decisamente imparziale e controllato nell'esprimere il suo giudizio critico o le sue preferenze in sede di commissione giudicatrice di premi letterari.
Tutti gli dobbiamo molto. E io che mi onoro di essere "uno dei suoi figli prediletti", debbo in gran parte al suo intuito e al suo sostegno quel tanto di valido che ho prodotto. Egli resta un grande protagonista della cultura del Novecento, un intellettuale di raro spessore, un maestro di vita, un esempio da imitare nella superficialità dei nostri giorni.
Scritto da: Michele Urrasio








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