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MEMORIE DI UN CHIERICHETTO MILANESE

Scritto da redazione il 25/7/2014


MEMORIE DI UN CHIERICHETTO MILANESE

MEMORIE DI UN CHIERICHETTO MILANESE
DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Nelle serate invernali, nel loculo-guardiola della portineria milanese di via Cusani, a pochi metri dal centrale Largo Cairoli – illuminata solamente da una lampadina da 40 watt – papà Ambrogio (“Ambrosìn”, classe 1887) raccontava per l’ennesima volta le vicissitudini dei quattro anni passati al fronte. Nato a Seregno, famiglia povera, dovette subito ingegnarsi per aiutare ed aiutarsi in un ambiente dove la vita dei campi e l’osteria erano le uniche realtà, insieme all’egemonia della Parrocchia e della figliolanza lasciata allo stato brado.    Sarebbe stato un formidabile memorialista se avesse avuto capacità letterarie: strisciare sotto i reticolati con i tubi di esplosivo, gettare sul Fiume Piave i ponti di barche per favorire l’avanzata dei plotoni, gelare nelle trincee fangose in attesa dell’ordine d’attacco fino alla medaglia di bronzo ed al congedo. Un anno prima della disfatta italiana nella tragica ritirata di Caporetto, il 14 febbraio 1916, Milano fu bombardata per la prima volta dal cielo: diciotto morti e molti feriti. Per gli uomini in prima linea, affermati dalla temuta cartolina rosa che obbligava a presentarsi nei centri di reclutamento, diventò un ulteriore motivo di sofferenza per la preoccupazione delle proprie famiglie. La divisa grigioverde gonfia di pioggia, la malaria che lo avrebbe perseguitato tutta la vita e la terribile “Quota” – una delle tante alture anonime – obiettivo tattico sul quale si immolarono interi reggimenti per conquistarne e perderne inutilmente la cima (un canto militare dell’epoca riporta le parole di un soldato ferito a terra che, sovrastato da un austriaco, accusa “quel vigliacco di un assassino, prese il pugnale e morire mi fa”). Gli episodi – magari leggermente alterati dalla polvere del tempo – si susseguivano nelle lunghe serate del coprifuoco, in attesa della chiusura del pesante portone d’ingresso. La televisione, che oggi persegue il cervello insieme ai cellulari, era molto lontana, la radio era fuori dalle nostre finanze; le parole, i libri, le partite a briscola e scopa d’asse riempivano le ore del tempo libero. Ricordo bene alcuni fatti sui quali si soffermava, tenendo presente l’ignoranza diffusa della truppa, quasi tutta reclutata nelle campagne, la cosiddetta carne da macello: un soldato di nome Balossi fu legato per la sua noncuranza ad un palo ed esposto al fuoco nemico. Un plotone nuovo di zecca in marcia dalle retrovie verso il fronte, comandato da un tenente di prima nomina, fu avvertito – proprio dal veterano sergente maggiore del Genio, Ambrogio Confalonieri –    che oltre la curva erano appostati gli austriaci: senza neppure degnarlo di uno sguardo l’ufficiale proseguì e dopo pochi minuti fu accerchiato con tutti i sottoposti e portato in prigionia. Dopo quattro mesi consecutivi passati in prima linea, arrivò il sospirato periodo di riposo nelle retrovie perché erano arrivate le truppe di rincalzo; appena entrato nella fureria del Comando per farsi vistare il permesso, un ufficiale lo apostrofò duramente ordinando di togliere immediatamente la ragnatela sul soffitto della stanza. Stanchissimo e frustrato, mio padre gli fu addosso e forse lo avrebbe colpito se non lo avessero fermato. Fu l’intervento del suo capitano che lo stimava senza riserve a salvarlo dalla corte marziale, in tempo di guerra particolarmente severa (migliaia i militari fucilati per codardia, per insubordinazione, per angherie personali, per simulazione o per autolesionismo onde ottenere il congedo).
La sera, per riempire le ore di apertura fino alle 22, riparava piccoli oggetti mentre raccontava, con piacere e competenza, storie ed esperienze della sua lunga vita. Il tavolo rotondo nella ‘cella’ di nove metri quadrati, aperta a tutti coloro che passavano per salire le scale, diventava uno stimolo per la mia fantasia. Ascoltavo rapito la sua voce sollecitandolo talvolta a ripetere gli aneddoti filtrati dalla sua sensibilità. Statura media, segaligno, vivace, scattante: ho ancora una sua foto in bianco e nero che lo ritrae mentre legge il giornale, il mozzicone della sigaretta “nazionale”, capelli corti che si tagliava da solo e nuca forte (fino a sessanta anni riusciva a saltare sul tavolo a piedi uniti). Si è piegato solamente davanti alla malattia che lo ha fatto morire – un cancro distruttivo ai polmoni derivato dai lunghi anni di lavoro in fonderia – vecchio precoce malgrado il coraggio di sempre: sereno e dignitoso, lo sentivo alle spalle come un angelo custode. Il suo naturale buon senso lo aveva preservato dai pericoli della seconda guerra mondiale, dai rapporti sempre tesi con il comando tedesco che si serviva dell’autorimessa in fondo al grande cortile. Riuscì a salvare il caseggiato (un ex convento femminile) quando le bombe incendiarie, in uno dei tanti bombardamenti del centro città, foravano tetto e pavimenti continuando a spruzzare materiale infuocato. Anche in quei terribili momenti, lo vedevo sereno, intento come sempre alla praticità delle cose. Avevo fiducia in lui così come lo avevano chiunque lo conosceva. Nelle lunghe serate invernali mi affascinavano gli episodi da lui vissuti durante la Grande Guerra. Dopo il servizio di leva, era stato nuovamente richiamato alle armi nel 1915. Quasi sempre in prima linea, si era guadagnato sia il grado di sergente maggiore sia una medaglia al merito. Aveva portato a casa, e ne avrebbe sofferto per tutta la vita, la malaria contratta nelle lunghe ore di trincea tra fango e topi: l’unico sollievo al tremore della febbre erano le pastiglie di chinino confezionate nel cilindretto di vetro. Come geniere graduato aveva partecipato alle traversie dell’esercito italiano sul Monte Grappa, sul fiume Piave, da Caporetto al comunicato conclusivo del generale Armando Diaz al termine del conflitto il 4 novembre 1918.
Tuttavia, in quei frangenti dirompenti per tutti coloro che hanno partecipato alla carneficina dei vari fronti di guerra – dalla Francia alla Russia, dalla Turchia alla guerra sui mari, dall’impegno inglese a quello americano – aveva mantenuto l’equilibrio necessario non solo per sopravvivere ma anche per diventare un punto di riferimento per gli altri. Ci sono numerose testimonianze di quel periodo spaventoso: l’esperienza di Lussu narrata nel libro “Un anno sull’altipiano”, i film “All’Ovest niente di nuovo” di Milestone tratto dal romanzo di Remarque e “Orizzonti di gloria” di Kubrick, più le innumere-voli ricerche storiche che hanno riportato la carneficina del fronte e la sofferenza delle popolazioni. Nessuno dei suoi comandanti aveva il minimo dubbio quando doveva far conto su un uomo di fiducia per qualche incarico. Una soddisfazione da parte sua ma anche la diminuzione delle possibilità di permesso. Malgrado la sua presenza quasi costante sulla linea del fuoco, mio padre riportò soltanto una ferita non grave al piede sinistro. Negli anni Quaranta, Milano diventò una prima linea civile nella quale le ansie, le paure e le ferite del soldato erano trapiantate sulla pelle di tutti. Il civico n° 10, con grandi cortili e lunghe balconate a ringhiera, offriva spazi e personaggi di un affresco degno della penna o del pennello dei grandi maestri veristi: un insieme di scale, scalette, solai, abbaini angusti e locali ampi occupati allora anche dalla gente di poco conto. Il portone dell’ingresso fatto con legname vecchio di due secoli era enorme, alto e largo: i due cippi di pietra che lo delimitavano, una notte incastrarono un camion militare tedesco guidato dall’autista ubriaco che voleva entrare ad ogni costo nel garage-officina; gli autieri, usciti precariamente dai finestrini bestemmiando non capirono di trovarsi in una situazione pessima e ridicola allo stesso tempo: fu l’ufficiale intervenuto qualche ora dopo l’incidente a trascinarli fuori con un cingolato ed a riportarli alla disciplina con pochi latrati. Se moriva qualcuno l’architrave del portone era coperta da un pesante drappeggio nero: la targa portava il nome della “madre e moglie esemplare” o “uomo probo dedito al lavoro e alla famiglia”.
L’epopea non è riservata agli eroi omerici. Il figlio di una portinaia assume il privilegio del posto d’osservazione u-nico e la possibilità di entrare ovunque inosservato perché ritenuto inoffensivo. Relazioni produttive come le mance per servizietti vari o l’ingresso “a gratis” al Teatro Olympia di Largo Cairoli in cambio dei rotoli di moneta che mi procuravo dall’amico giornalaio Griffini per dare il resto alla cassa: drammi e commedie viste dagli strapuntini delle ultime file, un ambiente signorile e protetto, spia evidente di agi e benessere, in stridente contrasto con le abitudini del mio ambiente. Il portone del caseggiato segnava il confine tra la vita di strada con tutti gli avvenimenti stimolanti e la vita dentro le pareti dove gli striscianti rapporti interpersonali componevano romanzi d’appendice densi d’amore e odio, invidie e ripicche che scivolavano senza nessuna originalità: famiglie i cui nomi avevo presto imparato per distribuire la posta nel casellario sotto l’androne. Al piano nobile affacciato sulla strada, all’altezza dei fili del tram, si accedeva dallo scalone in granito. Vi abitavano alcune famiglie con qualche orpello in più delle altre, indice di tempi migliori. Il fabbricato aveva alle spalle, in Foro Bonaparte, il palazzo ottocentesco d’angolo – sede del Comando tedesco – e in Via Rovello, il presidio della milizia “Ettore Muti”: due vicini poco raccomandabili perché possibili obiettivi di attentati (ci fu infatti una grande esplosione nella birreria d’angolo con lo scempio di molti corpi).    Parole non dette o bisbigliate avevano inculcato un timoroso rispetto: sul primo si vociferava di gente imprigionata nei sotterranei e di pericoli non ben identificati, sul secondo le voci erano peggiori anche se da venti anni eravamo adusi alla presenza delle camicie nere (“Villa Triste” e il “Quinto braccio” del carcere di San Vittore, con la loro lista di torturati e torturatori, erano troppo distanti sia in linea d’aria che dalla nostra esperienza per assumere un volto sinistro; marginalmente implicati in queste aberrazioni anche due famosi attori del cinema del regime: Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, entrambi fucilati furono comunque presenze terrificanti se lo stesso Benito Mussolini all’inizio del 1944 chiese al Federale della città “Spazzatemi via la teppaglia che sta disonorando Milano. Avete carta bianca”.
In tempo di guerra il portone di via Cusani 10 rimaneva chiuso notte e giorno; l’obbligo dell’oscuramento, le ore di coprifuoco ed il movimento delle truppe suggerivano prudenza. L’autorimessa e le altre attività artigianali del caseggiato, il viavai frettoloso dei passanti e le solitarie prostitute che, avventurosamente, lavoravano fuori dalle “case chiuse” di via Fiori Chiari, erano argomento di disimpegnata conversazione dei “grandi” insieme alle storie personali: Oriana, figlia della sarta vedova e la sua    relazione “segreta” (la parola ‘amante’ era detta con estremo imbarazzo) con un uomo sposato, l’Epifània con la quale bivaccavo fino al fatidico richiamo “è pronto da mangiare”, il Beretta cesellava al tornio anelli in ferro e in ottone che vendeva a poco prezzo. L’affittacamere ufficiale del caseggiato (“senza servizio di cucina”), una donna senza età con la bocca a culo di gallina, viveva con pochi selezionati pensionanti, solitamente impiegati o dirigenti in trasferta della società elettrica Edison la cui maestosa sede era ubicata nel palazzo di Foro Bonaparte. Dopo il secondo androne ecco aprirsi il cortile contornato da decine di metri di ringhiere e occupato dall’autorimessa Montresor. In questo vasto spazio confluivano umori e rapporti, conoscenze reciproche favorite dalla vicinanza dei vari Clemenza (il ricorrente epiteto in fase di litigio con i vicini era grattacù che, oggi, mi rammenta il vocabolo merde di Zazie), Enea, fratello del titolare del garage e reduce dalla guerra d’Africa (AOI), convalescente per una ferita al torace, si occupava del lavaggio ed ingrassaggio delle vetture. Giovannino, custode notturno e narratore di avventure amatorie: sdentato mingherlino di età indefinibile, conosceva tutte le bagasce del circondario e divulgando le sue storie erotiche esagerava un poco. Brighenti lavorava alla redazione della “Settimana Enigmistica”, Braghieri era il figlio del portinaio del n° 8, la casa signorile accanto alla mia con alcuni studi legali e pavimenti tirati a lucido.
    L’andirivieni delle “Topolino”, “Balilla”, “Ardea”, “Aprilia”, le frecce a tirante, i fanali listati a lutto per l’obbligo dell’oscuramento, i parafanghi verniciati di bianco per una migliore visualizzazione, il predellino per favorire la salita delle persone (nel dopoguerra ospitò anche la lussuosa vettura della fabbrica ‘Buick’ – poi General Motors – di un alto dirigente americano della filiale italiana). Passavo ore in officina, sotto il ponte elevatore o raggomitolato su qualche sedile per leggere    fumetti in auge come “Saetta” e “Dick Fulmine”, eroi di carta nostrani creati dal clima del regime.
Gli abbaini, affascinanti per l’alea di mistero che circondava i due inquilini, si potevano raggiungere soltanto dopo un’ulteriore rampa strettissima. Quello abitato da Caimi, solitario terreo misogino, solleticava la mia curiosità per il grammo-fono a molla dall’enorme cornucopia e per due statue raffiguranti personaggi della commedia dell’arte sfavillanti di colori (nominato capo fabbricato, scendeva in rifugio con l’elmetto e la camicia da notte imbrigliata dalle tracolle della maschera antigas e della cassetta di pronto soccorso). Un altro era occupato da un ciabattino con i capelli brizzolati tagliati alla moda “umbertina”, molto abile con i giochetti di prestigio, puzzava di colla, cuoiame e di profumo da poco prezzo delle donnine che riceveva per ‘eccesso di ospitalità’. La parte più suggestiva dell’intero complesso rimase comunque, fino alla catastrofe delle bombe incendiarie che lo svuotarono, il “Premiato Studio Fotografico”. L’enorme terrazza ricoperta di rampicanti occupava un’intera parete del quadrilatero. Solitario nel suo piano unico, splendido per la veranda sala-di-posa completa di tende regolabili per dosare la luce del giorno, fascinoso per la macchina fotografica in legno lucidato a mano che immortalò sulle lastre di vetro centinaia di fieri militari, spose belle, famiglie altere e giovani speranze (eventuali difetti fisici erano regolarmente eliminati da pose appropriate o da un attento ritocco sul negativo). Proprio lì avrei conosciuto il primo uomo nero, un militare dell’esercito americano che voleva avere un ricordo da riportare in Patria facendosi fotografare con un ragazzo bianco. Nel dopoguerra avrei lavorato nel laboratorio decentrato come apprendista; una attività febbrile, specialmente nel mese di settembre, per soddisfare la frenesia delle ferie ritrovate delle famiglie italiane: migliaia di rullini formato “Leica” da sviluppare e stampare a mano in bianco e nero nel formato “7x10”, i bordi – lisci o frastagliati – con la taglierina. L’odore degli sviluppi, dell’acido acetico tipico dei vecchi laboratori di fotografia, si mescolava all’odore del fumo degli stampatori relegati in camera oscura.
La guardiola, tre metri per tre, ci metteva in vetrina dalle ore 7 alle ore 22 quando il servizio di portineria finiva. Spifferi da destra e da sinistra che una stufa, fatta da mio padre con mattoni refrattari e una lamiera spessa, tentava invano di attenuare. Da neonato mi piazzavano per ore in bella vista sul tavolo tondo, disponibile alle moine ed ai baci umidicci di chi passava. Fino ai quindici anni una mia fotografia di pargolo nudo del “Premiato Studio” fu esposta al pubblico ludibrio nelle bacheche dell’atrio. Doveva passare ancora tanto tempo perché il “putto” conquistasse la dignità dei primi calzoni lunghi e di quelli alla zuava o del “vestito buono” indossato a Pasqua e Natale. Titolare del servizio di portineria era la mamma, lavorava nella fonderia, io fungevo da tappabuchi. Il contratto di portierato – pochi soldi, molto impegno – prevedeva il non pagamento della locazione e la luce a forfait con la limitazione dei consumi a pochi watt. Acqua in cortile, camerata da letto senza riscaldamento né gabinetto se non quello alla turca all’esterno, tanti scarafaggi; situata in un altro blocco del fabbricato, era un’autentica ghiacciaia, finestroni a volta, soffitto alto ed il grande quadro con la riproduzione della Madonna. Per molti anni ho dormito nel lettone con i miei genitori, dapprima a guanciali appaiati, poi con la testa dalla parte dei loro piedi. La “boule” dell’acqua calda in lamiera ramata si sforzava di togliere l’umidore diaccio delle lenzuola, in alternativa il “prete” dava tepore ed esalazioni micidiali; il “vasino” serviva per i bisognini quando il gabinetto in comune nel sottoscala rispondeva “occupato”, il lume a petrolio del tempo di guerra proiettava ombre tremolanti come la lanterna magica.
Nel periodo in cui non convivevano frange delle truppe tedesche in fuga, solitari rappresentanti della Repubblica di Salò, partigiani delle varie fazioni che cominciavano a circolare e una popolazione terrorizzata al limite del collasso, i cecchini appostati nei piani alti di vari rioni sparavano e colpivano a caso. Era anche il tempo delle vendette personali, favorite dal clima di impunità. Solamente molti anni dopo compresi che le gallette e le razioni dei soldati in licenza costituivano una novità e un diversivo alla dieta, che avevo indossato scarpe e panni smessi dagli inquilini, sempre troppo grandi e troppo usurati, che avevo sofferto d’asma e di geloni, un inverno dopo l’altro. Lavarsi era un rito dovuto ma non abusato perché la vasca in cemento, inservibile quando l’acqua gelava nelle canne, era esposta ai quattro venti ed agli occhi di tutti. Il bagno completo – una tantum – richiedeva una pentola d’acqua bollente versata nella tinozza di ferro zincato. Mi sedevo e mi facevo strigliare con il sapone “marsiglia” dalla mamma fino a quando la pelle si arrossava. Fuori c’erano le puttane, le ronde, i tram dell’Azienda Municipale modello 1928, i pattini a rotelle, l’oratorio, lo sbuffante Gamba de legn, lo storico residuo del trasporto a metà strada tra le vetture a cavalli e i tram con la ‘perteghetta’ che li collegava alla rete elettrica. Il Cinema Dante e le comiche finali con le torte in faccia e le gag a raffica di Ridolini, i film di Stan Laurel e Oliver Hardy, l’ottimismo imperante dei documentari dell’Istituto Luce, voluto dal fascismo nel 1937. Il Cinema Teatro Fossati: platea e galleria inseriti nell’area oggi occupata dal Teatro d’Europa, un ambiente fumoso affollato dall’eterogenea e vociante folla alle prese con spagnolette e palpatine alle “morose”, con i cannoli alla crema – reperibili soltanto fino al razionamento – o le fette di polenta acquistate nel negozio d’angolo.
Al Cinema-Teatro Smeraldo di Porta Garibaldi si esibivano compagnie di guitti davanti a fondali scoloriti dall’uso, quattro gatti per l’orchestra e sullo schermo film “patriottici”. Il cine-varietà diventava spesso un’arena crudele: sghi-gnazzate per l’odalisca con incipiente pancetta, pernacchie al virtuoso fine dicitore, fischi all’attore di turno (un pubblico simile fu severamente ammonito nel XVI secolo: “i comici venivano importunati e interrotti con tale frequenza da richiedere decreti e leggi che comminavano ammende in denaro, detenzioni e perfino torture ai disturbatori”). Se possibile, assistevamo allo spettacolo due volte: si usciva dalla sala ottusi e rimbambiti come le generazioni di oggi bloccate davanti allo schermo televisivo. Naturalmente ci erano preclusi i teatri che ospitavano le grandi produzioni di rivista, per ragioni di costo e di ceto; ci accontentavamo di vederli sui manifesti e negli spazi pubblicitari dei quotidiani. Alberto Sordi nel film “Polvere di stelle” (1973 – rievocazione del mondo dell’avanspettacolo e delle sue miserie), Alberto Lattuada e Federico Fellini in “Luci del varietà” e Charlie Chaplin in “Luci della ribalta” hanno rivissuto con nostalgia l’atmosfera delle sale di periferia dove spesso il faccendiere di turno – a spettacolo terminato sulla grancassa di “Tripoli bel suol d'amore” e “Felici-bum-tààà” – al momento della paga diceva “Ragazze, non c’è una lira” (i termini stranieri furono messi al bando dal ‘Ventennio’ per non contaminare la “lingua armoniosa”; la norma colpì la grafia di artisti del palcoscenico i cui nomi “esterofili” come Renato Rascel e Wanda Osiris, diventarono obbligatoriamente Rascele e Osiri).
In quegli anni nevicava molto a Milano; in giro poca gente frettolosa e infreddolita chiusa in pastrani scuri o pellicce spelacchiate. “Sono arrivati gli zampognari” significava Natale: bardati come imponeva la tradizione antica, le coppie d’uomini riempivano le strade intonando la nenia, tradotta dalla voce popolare “Piva piva l’oli d’oliva”, in attesa che dalle finestre cadesse l’elemosina. Se il babbo mi svegliava dicendomi “gh’è la fiòcca”, ero subito pronto ad uscire malgrado il disagio dei piedi bagnati e delle dita pulsanti dal gelo. Spalare il tratto di marciapiede e rompere il ghiaccio temibile dei giorni successivi per declinare la responsabilità di rovinose cadute diventò una incombenza che accettavo volentieri. I cumuli di neve sporca venivano portati via dai carretti della “Nettezza Urbana”, trainati dagli uomini assunti limitatamente al periodo dell’emergenza; gli spazzini effettivi (“ruee”) arrivavano al mattino presto con le gerle e caricavano la spazzatura direttamente in cantina, al fondo delle colonne destinate a convogliare i rifiuti imbucati ad ogni piano. Code davanti ai negozi di alimentari, ognuno con la propria tessera annonaria e la propria fame.
Il fenomeno della “borsa nera” rappresentò il commercio fuori norma, fatto in angoli discreti: burro, uova, pasta e riso al posto dei prodotti dell’autarchia come il surrogato del caffé, lo zucchero giallastro non raffinato, l’olio senza olive. Il vocabolo “pescecane” indicava chi con la guerra si arricchiva sulla pelle degli altri, dalle forniture scadenti agli enti statali all’accaparramento di generi di prima necessità. Uno dei tanti rapporti riservati di quel periodo chiarisce molto bene la situazione: “Nelle macellerie di carne fresca gente agiata non se ne vede e i macellai chiudono bottega alle nove del mattino, quando pure l’abbiano aperta. Vuol dire che costoro fanno la ripartizione a bottega chiusa e mandano la carne a domicilio di quei clienti che sono disposti a pagarla più cara”. Talvolta il droghiere Ravizza forava una moneta da pochi centesimi e la inchiodava davanti al negozio sul marciapiede per ridere alle spalle di chi si intestardiva a svellerla con cacciaviti, coltellini, perfino con grosse unghie contadine. In alternativa la metteva sulle rotaie della tramvia per ritirarla poi deformata dall’enorme peso in transito. Ancora negli anni Cinquanta fuori dalla drogheria a fianco del portone n° 10 spiccavano i cartelli di metallo verniciati a colori vivaci: la pubblicità del “Lucido Brill” con i raggi del sole nascente e quella di “Acqua Giommi” con la dicitura “apri l'occhio”.
Con i miei genitori rimanemmo a custodire per qualche anno i pochi appartamenti rimasti abitabili dopo gli incendi, quindi ci trasferimmo nella zona del Cimitero di Musocco nella palazzina di ‘civile abitazione’: vasca da bagno, riscaldamento centrale, acqua calda, cucina a gas smaltata e, al posto delle rotaie incastrate nel selciato, un grande prato davanti al balcone. L’apparecchio radio fu l’altra conquista che ci regalò tante serate raccolte ad ascoltare le commedie; la manopola della sintonia ci collegava con paesi diversi ed ogni volta la sorpresa della musica e delle parole uscite dal retino di stoffa rimaneva sospesa a darci emozione. Si parlava della zia Giulia, morta zitella in un ospizio dopo una vita da serva e dei nonni che non avevo conosciuto. Ero spesso ospite dai padroni della zia, un rappresentante vedovo con due figlie in Corso XXII Marzo; rimase da loro per molti decenni ma quando lui morì, lei dovette lasciare il servizio e trasferirsi nei pressi di Via Manzoni da una famiglia agiata: in quel periodo mi fu permesso di andare qualche giorno con lei a Santa Margherita Ligure (lessi molti libri d’avventura di Zane Grey) e Brunate – il paese si raggiungeva con la funicolare da Como – nei locali di proprietà di questa coppia della media borghesia.    
Le vicende del babbo in guerra costituiscono un capitolo importante della memoria: durante il posizionamento delle passerelle sul Piave, i compagni al suo fianco caddero colpiti a morte dal fuoco di sbarramento austriaco; l’impraticabile striscia di terra di nessuno fra le due prime linee riempita dall’urlo tremendo dei feriti abbandonati, eroi e lavativi, montanari e contadini, operai e intellettuali che i film “All’ovest niente di nuovo” di Lewis Milestone (vietato dal regime fascista e proiettato in Italia solo negli anni Cinquanta), “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick e “Uomini contro” di Francesco Rosi avrebbero riproposto nella loro grandezza e nella loro miseria; testimonianze preziose per rivivere i momenti tragici vissuti da ogni soldato della Grande Guerra. I postumi dell’iprite , le fucilazioni sommarie per “codardia di fronte al nemico”, gli ospedali da campo come macellerie. Il fischietto del capitano decideva in pochi secondi il futuro di ogni uomo, la ferita, la morte, la mutilazione, oppure la stupenda sensazione di ritornare al riparo della trincea, fino al prossimo incontro con il fuoco incrociato delle mitragliatrici. Moltissimi sono sepolti negli ossari, nei sacrari, nei cimiteri sperduti o nascosti nell’eufemismo “disperso” per non dire smembrato o dissolto dalle esplosioni. Cippi e monumenti eretti    negli oltre ottomila comuni della nostra penisola riportano sbiaditi il nome, il cognome, il grado e le parole altisonanti ripetute nella cerimonia dell’alloro alla memoria. Nelle serate estive, rimanevamo soggiogati da queste storie lontane eppure così vivide da sembrare in pieno svolgimento poiché ogni scampato mescolava nel racconto episodi picareschi che dovevano convincere prima di tutto lui stesso e poi gli altri di essere stato protagonista e di avere meritato l’onore e l’onere delle imprese. La scuola elementare è il primo confronto diretto con i    limiti, le abitudini e le velleità proprie e degli altri. Nelle aule suddivise drasticamente nelle sezioni maschile e femminile, abbigliati con il grembiulino nero ed il fiocco bianco.
La celebrazione del regime fascista nella vita pubblica era costante; nelle case e nelle strade il ventennio è stato vissuto con diverso sentimento e diversa partecipazione ma sempre con attenzione. La propaganda offriva un’immagine politico-sociale che prometteva grandi novità; la gente era stuzzicata dalle ambizioni imperialistiche malgrado le manganellate e la somministrazione di abbondanti dosi d’olio di ricino agli oppositori. L’iscrizione coatta (la “tessera”) dava al Partito un consenso popolare fittizio però le riunioni d’indottrinamento nelle sedi del Fascio, l’inaugurazione dei centri abitativi in acquitrini bonificati, la battaglia del grano, il “Sabato ed il Natale fascisti”, i discorsi del Duce, le adunate ed i motti magniloquenti (“Presente!”, “Vinceremo!”, “Credere, obbedire, combattere!”, “Otto milioni di baionette”, “I petti d’acciaio”, “Spezzeremo le reni alla Grecia”) favorirono indubbiamente un regime che incrementava la propria immagine con la propaganda (le date su lettere e compiti in classe erano diligentemente completate    con l’aggiunta “XX    E.F. Era Fascista”). La superficialità dell’apparato riuscì comunque a coprire per diversi anni le enormi lacune strutturali della dittatura e l’avventurosa conduzione dell’Italia, un tipo di impostazione politica ravvisabile già al tempo di Mussolini socialista: “Ho sempre sputacchiato il buon senso. I greci ritenevano la pazzia d’origine divina e le rivoluzioni sono le rivincite della follia sul buon senso”.
Da via Palermo, sede della “Scuola Elementare Castellino da Castelli”, tornavo a casa ciondolando come tutti i ragazzi, perdevo tempo curiosando tra persone e vetrine. Il reticolo delle strade    mi era molto famigliare: ognuna con la sua identità, ognuna secondo il ceto degli abitanti ed il tipo di commercio. Il passeggio di via Dante, le “case chiuse” del quadrilatero intorno a Via Garibaldi (si vociferava che la maîtresse de maison urlasse al clienti stravaccati sulle sedie “andiamo giovinotti, andiamo in cameraaa, non facciamo flanella”), i negozi di Via Mercato, il sempre affascinante interscambio dei binari del tram tra via Monte di Pietà e via Broletto (quando pensavo al futuro ed al lavoro che avrei preferito fare, la mia fantasia si fermava sugli operai che pulivano l’interno delle rotaie incassate nel selciato con un attrezzo a forma di stretta spatola). La zona centralissima non era preclusa alle possibilità economiche della classe operaia e impiegatizia perché molti fabbricati si presentavano modesti sia nella funzionalità che nell’aspetto. Il terziario non aveva ancora requisito gli spazi e quindi si viveva la vita di quartiere pur nel privilegio di abitare nel cuore stesso della città. L’artigianato molto vivo ed i negozi molto animati offrirono prezzi e servizi – almeno fino all’inizio degli anni Quaranta – in armonia con le modeste condizioni della maggior parte dei residenti. I mestieri di strada “inventati” e poi diventati tradizione, proliferati soprattutto nella prima metà del Novecento, ravvivavano l’attività commerciale della zona: il calderaio ed il muletta, il caldarrostaio e la rosticceria con polenta e merluzzo, lo spazzacamino e l’aggiustatore di ombrelli o delle sedie impagliate. All’ingresso delle scuole, l’immancabile “Gigi della ’gnaccia” offriva le fette di    farina di castagne cotta nelle grandi teglie di ferro nero. Dopo la scuola, se non ero “comandato” nella guardiola, andavo dal lattaio con la bottiglia di vetro ossidato da riempire a misurini oppure alla Cròta Piemuntèisa di via Sacchi per il bottiglione settimanale di vino Barbera. Sulle pareti della classe, ai lati del crocefisso,    rimasero per qualche tempo gli aloni dei ritratti del Duce e del Re, molti insegnanti cambiarono.
Il 9 Maggio 1936, XIV dell’Era Fascista, il Duce fece dal balcone di Piazza Venezia un discorso altisonante che non poteva non coinvolgere emotivamente una folla disposta ad essere convinta: “Ufficiali! Sottufficiali! Gregari di tutte le forze armate dello Stato in Africa e in Italia! Camicie nere della Rivoluzione! Italiani e italiane in Patria e nel mondo: ascoltate!”... “Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’Impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”. Improvvisamente la “Gioventù del Littorio”, i “Balilla”, gli “Avanguardisti”, la “Milizia”, le “Camicie nere” e gli “Arditi” (reparti all’assalto con il pugnale tra i denti, le bombe a mano e la fiaschetta del cognac), diventarono obsoleti e vietati. Come gli scalpellini dell’Antico Egitto scalfirono dai bassorilievi i cartigli dei Faraoni o dei potenti in disgrazia, così gli scalpellini di quegli anni ruppero e deturparono tutto quanto ricordava il Ventennio, dagli innumerevoli Fasci in pietra ai busti in bronzo del Duce, alle    scritte sui muri: “Me ne frego!”, “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi!”, siglate dalla famigliare firma “M”.
I sussulti del vecchio regime nel periodo della Repubblica Sociale Italiana (600 giorni) fomentarono ulteriori tensioni, incattivite dalla consapevolezza di fronteggiarsi fra compatrioti. Episodi odiosi    nel conflitto tra repubblichini e partigiani ritardarono e complicarono un chiarimento definitivo perché caricati dal timore e dalla vendetta. Sobillata dalle reminiscenze di una storia in divenire, sballottata da un giornalismo improvvisamente senza bavaglio ma chiaramente indottrinato dalle nuove fazioni politiche, la gente faticava a distinguere le nuove maschere delle parti in lotta per il potere. Il 24 giugno 1943, un mese prima del Gran Consiglio e tre mesi prima della neonata Repubblica Sociale Italiana (“R.S.I.”), Mussolini ordinava: “Non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga , la linea della sabbia dove l’acqua finisce e comincia la terra. Il dovere dei fascisti è di dare questa certezza dovuta a una decisione ferrea, incrollabile, granitica”. Più tardi, esiliato a Salò in mano al comando tedesco, il dittatore confesserà: “Sono finito, la mia stella è tramontata. Lavoro e faccio sforzi, pur sapendo che tutto non è che una farsa... Aspetto la fine della tragedia e, stranamente distaccato da tutto, non mi sento più attore; mi sento come l’ultimo spettatore. Anche la mia voce, la sento come riprodotta...”    Il suo carisma è spento come spenta è la luce dello studio a Palazzo Venezia, solitamente accesa per far sapere agli italiani che il “Dux” vigila e lavora. Più difficile la suddivisione delle coscienze, combattute da pulsioni contrarie, da sentimenti contrapposti, da speranze represse dall’incerta quotidianità. Le situazioni personali di molti coinvolti in fatti gravi o insistenti dicerie su partecipazioni alle esecrate coercizioni del regime, contribuivano a creare nell’opinione pubblica un’indeterminatezza di giudizio. L’ambiguità del momento di passaggio tra una dittatura e l’embrione di una democrazia, innescava reazioni che spesso demotivavano ogni ideale di giustizia.
La maggioranza della popolazione – intenta a ricuperare le forze fisiche e morali dopo tanti anni di privazioni, a ri-costituire il nucleo della famiglia ed a reinserirsi nel clima sufficientemente sereno del tempo di pace – sentiva comunque la pressione    della lotta e partecipava con passione al giudizio delle coscienze. La Liberazione fece perdere alle facce della gente l’espressione luttuosa. Pur nell’angustia dei problemi non più coperti dal roboante rullo della propaganda, pur nella carenza di abitazioni, di strutture pubbliche e di organizzazione programmata, pur nella decimazione del tessuto sociale per lo smembra-mento delle famiglie, i sopravvissuti sentivano scorrere la linfa nuova di tutte le speranze. Finito il periodo delle lampade oscurate, dei vetri istoriati di strisce di carta incollata per preservarli dallo spostamento d’aria delle bombe, ci accorgemmo del cambiamento sostanziale dai nuovi comportamenti e dal clima reso decisamente più sereno dalla mancanza del miagolio cupo delle sirene d’allarme, del rombo degli sciami di bombardieri, del fragore delle esplosioni: un incubo lasciato alle spalle come tante altre mestizie meno incombenti ma che, nella loro molteplicità, avevano rappresentato un pesante fardello per tutti.
Cominciai a frequentare la “Scuola Commerciale Paolo Frisi” in fondo a via Solferino, oltre la sede storica del “Corriere della sera” , a ridosso del “tombone” di San Marco, residuo della rete dei Navigli    ormai sotterrati per favorire la circolazio-ne delle auto. Mi avvicinai a materie come stenografia, dattilografia con le nere “Olivetti M40”, computisteria (la ‘partita doppia’ di Luca Pacioli). Facevamo il bagno nel Naviglio Grande o arrancavamo controcorrente con le barche della “Canottieri Olona” fino a Corsico; al ritorno si seguiva il filo della corrente senza fatica, attenti però a non sbattere per il forte abbrivio contro il muro di sostegno del ponticello che portava nella piscina della sede. Siccome ero mingherlino, talvolta fungevo da timoniere (“otto con”) nella strettoia delle rive in allenamento e nelle acque dell’Idroscalo nelle gare ufficiali. Al tramonto, la corsa in bicicletta fino alla Ripa Ticinese con la “Bianchi Sport”, il piacere di esibire il tesserino di socio, aprire l’armadietto personale, usare la doccia calda. Per il Naviglio Grande furono le ultime stagione dei “barconi” che trasportava-no ghiaia e sabbia dalle cave per la ricostruzione dell’edilizia milanese profondamente ferita; scendevano giganteschi e pesantissimi sul filo della corrente, tenuti al centro delle sponde dal lungo timone, scaricavano nella Darsena di Porta Ticinese e risalivano legati tra loro in fila indiana, trainati dai cavalli o dai trattori. L’acqua pulita permise ancora per qualche anno alle massaie di usare le pietre larghe – leggermente pendenti – per strofinare lenzuola e biancheria da stendere poi sui fili tesi tra le balconate.    
L’eccitazione collettiva al rutilante Luna Park intorno agli spalti dell’Arena Civica, circonfusa dalla meteora di luci, musi-ca, movimento e tante novità, catturava inesorabilmente chiunque si affacciasse all’invitante corridoio dei fantastici baracconi avvolti dal profumo dello zucchero filato e delle frittelle bollenti. Nei periodi meno drammatici, i trucchi ed i segreti dello spettacolo viaggiante attiravano i vitelloni del tempo a misurarsi in prove di vigore e di abilità. Nel labirinto degli specchi ci si perdeva, il tiro a segno a premi era stimolo per gare accanite, spiccioli permettendo; la giostra con gli altezzosi altalenanti cavalli bardati, l’autoscontro rallegrato dal falso gridio delle ragazze che fingevano di spaventarsi ad ogni urto dei giovanotti ghignanti, le gabbie a bilico che a forza di braccia portavano in alto le coppie impegnate allo spasimo per vincere la forza di gravità, i percorsi obbligati nel buio della “casa delle streghe” con gli incontri terrorizzanti degli scheletri, il “calcinculo” nel quale gli ardimentosi davano più ebbrezza al giro vorticoso dei seggiolini pendenti dalle catene sospingendosi a vicenda.
Il castello metallico delle ‘montagne russe’ con i vagoncini stridenti sulle rotaie, la pesca delle ochette di celluloide sovra-state dal cartello “si vince sempre”, il pesante ferro con manico e ruote che – spinto dai bicipiti esposti con dovizia – doveva roteare sui binari dell’impalcatura a cerchio. Qualche chilometro più in là, l’annuale Fiera di Sant’Ambrogio proponeva i libri d’occasione, la raccolta della “Domenica del Corriere” e del “Corriere dei Piccoli” , gli scambi dei numismatici e dei filatelici, i venditori dei filoni di castagne lessate, le bancarelle dei robivecchi. I cantastorie (barbapedanna) indicavano gesticolando sul tabellone appeso le varie vignette colorate e intonavano cantilenanti storie, truci e passionali, dalla morale semplice. Giravano poi il piattino per raccogliere le offerte del pubblico e per vendere i testi stampati. Gli imbonitori suggestionavano il gran passeggio dei milanesi in festa formando capannelli di curiosi in attesa di farsi convincere all’acquisto nel vociare e nel calpestio frenetico della folla. Il “Teatro delle Marionette della Premiata Ditta Colla & Figli” in Piazzale Beccaria    evocava un mondo incantato con le voci gutturali ed artefatte degli animatori nascosti. Nel minuscolo spazio della platea e delle gallerie i bambini godevano pienamente l’invenzione della favola. Le marionette dai caratteri variegati impersonavano simbolicamente i sentimenti dei grandi ed i sogni confusi dei piccoli. Dentro la bomboniera di un teatrino ornato da stucchi, ci si avvicinava alla creatività antica degli spettacoli da strada.
Similmente, quando arrivava in città il Circo Togni partecipavamo alla vita dei saltimbanchi diventando prezzolati venditori di bibite e caramelle. Fui infatti assunto per girare tra gli spettatori con la cassetta a tracolla. Una piccola percentuale per ogni vendita e lo spettacolo 'a gratis' erano il premio per le serate. Era il periodo in cui tutti volevano riemergere dalla nebbia della guerra, dimenticare le bombe ed il terribile odore degli incendi che stagnava da mesi nell’aria. L'arrivo del circo era dunque un avvenimento simbolico, la rinascita dal tremore e dalla morte. Da l'esperienza breve ma intensa nacque la mia passione per quel tipo di spettacolo, per la sua storia, per il variopinto carosello della pista e per i retroscena che il pubblico non poteva vedere. Un lavoro che si svolgeva febbrile perché la “Grande Prima” serale doveva debuttare. All’interno della struttura montavano le gradinate, i riflettori, gli attrezzi, le sedie pieghevoli dei primi posti, il palchetto per l’orchestrina che accompagnava i vari numeri, il tunnel attraverso il quale le fiere sarebbero entrate ed infine la pista cosparsa di uno spesso strato di segatura. Le gabbie su ruote degli animali formavano un reparto a parte; l’ingresso come in un normale zoo avrebbe attirato molta gente sia nel corso della giornata che durante l’intervallo dello spettacolo. La puzza di selvatico persisteva dentro e fuori per l’intero periodo di permanenza, lo stile di vita zingaresco contagiava coloro che curiosavano intorno all’accampamento. Lo spettacolo costituiva l’apoteosi della fatica: lo scintillio dei costumi, le musiche trascinanti, il movimento ininterrotto ed il piacere di far parte tutti insieme di un momento magico, estremamente terapeutico. I pagliacci “Bianco e Augusto” , le scimmie sapienti, gli orsi, i cani ammaestrati, l’omone mangiafuoco, la contorsionista, i salti mortali del gruppo “cosacco”, il bilico che proiettava l’acrobata sulla poltroncina in cima alla pertica, il funambolo, il lanciatore di coltelli abbigliato come gli indiani del Circo fine Ottocento diretto da Buffalo Bill, il nano e la donna cannone, il roteare delle mazze dei giocolieri, la giovane sorridente amazzone che vorticava sul cavallo bianco. Come avremmo    potuto sottrarci al fascino di tante cose messe insieme in due ore di spettacolo intenso? Come avremmo potuto capire che i lustrini nascondevano talvolta realtà drammatiche? Alle spalle del grande circo ruotava la fatica giornaliera degli spostamenti e degli allenamenti, l’ansia di procurarsi pubblico nuovo ogni sera, le spese di gestione inderogabili, l’imprevisto dell’incendio, del gelo, della piena di un fiume, dell’incidente ad un componente del numero centrale, la moria di animali, la carestia o turbolenze sociali.
La banda di amichetti si inventava, una stagione dopo l’altra, nuovi giochi, talvolta strani, spesso ingegnosi: la “flotta” di monopattini costruita con due corte assi tenute assieme da una cerniera raffazzonata e rese mobili dalle ruote a sfera usate, ricuperate dalle officine che riparavano le macchine. Via Rovello, pavimentata con mattonelle di fine asfalto e quindi estremamente liscia, si prestava molto bene al rullare dei bolidi che con un rumore assordante si davano battaglia fino all’inevitabile pianto per ginocchia lacero - contuse; i cani ci inseguivano abbaiando, disturbati nei loro giri logistici, pericolosi per le non improbabili morsicature ai polpacci. Venne la moda delle cerbottane con le quali ci si appostava dietro gli angoli per colpire i passanti con “bussolotti” di carta avvolta a cono. Avere in tasca qualche soldino ci permetteva di frequentare il Cinema Cantù o il Meravigli (“Militari e ragazzi a metà prezzo”) dove vecchi pederasti bavosi allungavano le mani sui calzoncini corti oppure noleggiare gli slittini al Parco Sempione e le automobili a pedali ai Giardini Pubblici. Don Emanuele con l’aspersorio e la busta di stoffa foderata dalle suore per raccogliere le offerte; si passava da un caseggiato all’altro, da una famiglia all’altra, ognuna con i propri odori e con i propri umori, sofferenze ed ambizioni rinchiuse nel ghetto della guerra. Una popolazione diversificata, unita in cellule familiari delle quali potevamo carpirne i segreti anche nei pochi minuti della ‘visita’. Poveri ed agiati, adolescenti e vecchi, mostravano tutta la loro fragilità umana; gli arredi, le pareti, le cucine, i letti matrimoniali, i comò con le specchiere, le ghiacciaie vuote ed il gas spento mostravano al prete la    precarietà che ci distingue. Nella penombra dei locali, vedevamo facce ed umori, reazioni e relazioni: gli amanti segreti, l’anarchico, il “rosso” ed il “nero”, vecchi che stentavano a campare, il disertore, l’ebreo nascosto protetto a pagamento, la sposa appena uscita dal letto. Chi chiudeva la porta in faccia, chi voleva conversare e faceva fare al prete il giro di tutte le stanze, chi si mostrava generoso e chi si scusava dicendo di “non avere spiccioli”; un    variopinto mondo di caratteri e situazioni incorniciate nel caleidoscopio della commedia umana, visibili e disponibili nella loro intimità. Nei primi anni Quaranta cominciò la mia “avventura” presso l’edicola di Largo Cairoli. Il vecchio Griffini, titolare del chiosco, mi considerava come un figlioccio e così entrai nel giro di uno straordinario lavoro extra al quale dedicavo qualche ora al giorno alternando i servizi secondo le esigenze del momento e gli impegni della scuola. La mattina presto ritiravo i quotidiani dal distributore di Piazza Missori: ero talmente piccolo da dover montare la nera bicicletta infilando la gamba attraverso il telaio. I due portapacchi sostenevano il peso dei giornali, all’andata i resi invenduti, al ritorno quelli freschi di stampa.
Durante la stagione invernale servivo i clienti attraverso l’apertura della garitta tenendo sulle ginocchia lo “scaldi-no” a carbonella, poi distribuivo i quotidiani agli abbonati abituali. Nel periodo della “Repubblica Sociale Italiana” vendemmo, insieme al “Corriere della Sera”, molte copie del libretto “Il tempo del bastone e della carota” nel quale il redivivo Mussolini, avendo sempre considerato la carta stampata – così come il cinematografo –“un formidabile mezzo per l’educazione del Popolo Fascista”, raccontava le vicende storico-politiche dall’ottobre 1942 al settembre 1943. I fumetti “a gratis” e la mancia di fine settimana cementarono l’amicizia tra un bambino ed un anziano scapolo dai capelli tagliati a spazzola. Quando morì, trascinato insieme alla bicicletta dal tram “38” poco distante dalla sua edicola, per me fu un trauma, il primo vero severo impatto con la crudeltà della vita. Uscii dal limbo che mi aveva fatto accettare gelo e bombardamenti per entrare nel più concreto emisfero del timore e del dolore, una consapevolezza nuova che mi rese più adulto anche se non ancora smaliziato. Finalmente il primo inverno senza geloni (indice evidente di carenza nutrizionale). I bagliori della contraerea e dei razzi illuminanti, degli incendi e delle fotoelettriche lasciarono il posto ai buchi neri delle finestre; interi rioni distrutti e macerie ovunque. I numerosi senza tetto trovarono alloggi di fortuna presso conoscenti, nelle scuole o in locali requisiti, la fila delle persone che cercavano parenti dispersi si allungava ogni giorno di più, nelle scuole lo sconquasso pedagogico durò anni per ricucire le tappe della storia e per adattarsi alle innovazioni della nuova situazione politica. Nelle fabbriche e nei musei si inventariava il materiale rimasto dopo le requisizioni delle truppe naziste, gli ospedali sembravano accampamenti (i feriti e i morti frequentemente riposavano insieme), i trasporti faticarono a riorganizzarsi. Alcuni miei compagni ebbero le mani devastate dalle penne esplosive lanciate dagli aerei alleati e raccolte imprudentemente da terra (nell’immediato dopoguerra fu la Fondazione Don Gnocchi a prendersi cura del ricupero di molti mutilatini). Largo Cairoli e Piazza del Duomo esprimevano le tensioni, le emozioni e le rivolte popolari; il polso della città batteva attorno ai due monumenti al centro delle piazze, sovraccarichi delle persone che in assemblee spontanee o programmate esprimevano gli umori di una categoria o di una fazione.
La “poltronissima” dell’edicola mi permetteva di seguire in diretta    il susseguirsi degli eventi: le parate fasciste e le colonne tedesche, i partigiani e gli americani fino alla Liberazione. La maggior parte della gente badava a riorganizzare la propria esistenza però i gruppi che manifestavano per i motivi più diversi riuscivano a richiamare l’attenzione di molti. Aprile 1945: Benito Mussolini e Adolf Hitler , accomunati nella morte con le rispettive amanti Claretta Petacci ed Eva Braun. In giugno dimissioni del gabinetto Bonomi    e formazione del governo Parri    con la pluralità dei partiti. Persone più vecchie di me, chi ha vissuto sulla pelle gli umori e gli untori del ventennio, non possono non risentire il tono declamatorio del Duce nel 1926: “Il quinto anno dell’incrollabile Regime Fascista si inizia sotto gli auspici migliori. In questo anno il Fascismo ha guadagnato in profondità. È diventato come lo volevo, la religione civile di tutti gli italiani che sono degni del nome di italiani. In alto i moschetti. Il mondo veda questa foresta di baionette e senta il palpito dei nostri cuori decisi e invincibili”.
La caserma “Ettore Muti” in via Rovello (diventata nel 1947 la prima sede del Piccolo Teatro di Milano fondato da Paolo Grassi e Giorgio Strehler ), fu saccheggiata dalla folla non appena i militi dal basco nero scomparvero incalzati dal cambio repentino del clima politico. La voglia di rivalsa e la necessità fecero sortire dai magazzini merce in quantità e qualità tipiche dei detentori del potere: sacchi di zucchero raffinato, caffè-caffè, riso, cioccolato, farina, scarpe. L’assalto fu tanto veloce ed efficace da lasciare    i locali completamente vuoti. Intorno alla squadra composta da sbandati e criminali fanatici del terrore, aleggiavano voci sinistre confermate più tardi dalle testimonianze e dall’atto d’accusa formulato contro di loro dopo la guerra, particolarmente insistente e dettagliato sulla pratica delle torture. La curiosità morbosa della gente si scatenò dopo la razzia: le celle di segregazione mostrarono le pareti ricoperte di graffiti disperati, gli uffici furono distrutti, le “prati-che” bruciate. Nel periodo di interscambio dei poteri politici e civili,    la suddivisione delle coscienze fu problematica: comprensibile il nero ed il rosso delle due bandiere, molto più complessa e delicata la suddivisione tra buoni e cattivi, tra collaborazionisti onesti e carogna, tra conniventi degli assassini e semplici entusiasti delle parate al passo d’oca. La giustizia sommaria diventò un mezzo di vendetta valido sia per il criminale che per il vicino antipatico (la delazione equivaleva spesso alla condanna). La sadica berlina delle donne rapate, lo sbrigativo colpo di pistola alla tempia, la galera, il pestaggio, linciaggi immotivati che in pochi secondi decidevano il destino di una persona: è il costo che ogni società paga inevitabilmente dopo grandi sommovimenti sociali. In Largo Cairoli    bivaccava un campionario di umanità sempre rinnovata: i folcloristici barboni, diventati per necessità    raccoglitori di mozziconi di sigaretta, seguivano piste a loro note; la sera spandevano il bottino, lo “arieggiavano” per togliere l’odore tossico e formare miscele non in commercio. Per arrotolare le sigarette “nuove” usavano una ingegnosa macchinetta a scatto oppure poggiavano una presa di tabacco sulla cartina, ruotavano le dita e leccavano infine il bordo per tenere insieme il cilindretto informe. Il “ricuperante” era una moda diffusa, un    mestiere praticato da molti della classe proletaria. Si rivoltavano i cappotti lisi, si vendevano allo straccivendolo i più disparati oggetti usati, si inchiodava il ferretto ad arco per salvare la punta alle scarpe. Poche famiglie possedevano la radio, poche si facevano portare in casa i pani di ghiaccio gocciolanti (antenati del frigorifero), molti mettevano a seccare fuori dalla finestra le palle di carta per la stufa economica.    Piccole astuzie che si mescolavano ad avvenimenti come il dono – obbligatorio – dell’Oro alla Patria (la ‘vera’ matrimoniale in cambio dell’anello in ferro che attestava l’avvenuto scambio) e gli atti eroici puntualmente illustrati dal pittore Achille Beltrame (1871/1945) sulla prima pagina della Domenica del Corriere. “Du-ce! Du-ce! Du-ce!”: durante le visite di Mussolini a Milano, la folla raccolta in Piazza San Sepolcro scandiva le due sillabe con veemenza, favorevole ad essere aizzata dalle parole e dagli inni patriottici nei quali la propaganda di regime profondeva idee a manciate. Fedeli al motto “Libro e moschetto”, i cortei e le “oceaniche” adunate roboanti di “Vinceremo!”, “Lancia il sasso”, “Colonnello non voglio pane”, “Faccetta nera”, “Giovinezza”, “Per vincere la guerra ci vogliono i leoni” costruivano trascinanti coreografie di regime, il cui parossismo fu raggiunto il 10 giugno 1940 dal balcone romano di Palazzo Venezia: “La dichiarazione di guerra è già stata consegnata... Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria... La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: Vincere!”. La steppa narrata da Mario Rigoni Stern    nel libro autobiografico “Il sergente della neve” ed il lager descritto da Primo Levi    in “Se questo è un uomo” sono il resoconto tragico di un’isteria collettiva costata milioni di morti, fossa comune delle velleità del Patto Tripartito – Italia, Germania, Giappone – prevista dal giurista Piero Calamandrèi (“Da oggi, qualunque cosa accada, il fascismo è finito”) e da Georges Bernanos    (“Penso a Hitler come a un defunto”).Al segnale d’allarme, nell’oscuramento totale le scale si animavano immediatamente. Ognuno si coricava mezzo vestito e con la valigetta pronta a lato contenente gli ori di famiglia, l’indispensabile tessera annonaria per i generi alimentari razionati e qualche caro ricordo. Seguiva il corteo di un eterogeneo campionario di tipi, gli stessi che vedevo di giorno ma uniformati dalla stanchezza e dal timore, dalla nudità di chi rinuncia alla maschera delle convenzioni per diventare se stesso.
Si evidenziavano i piccoli segreti di un’umanità riunita dal caso in un antro, gente senza passato e senza futuro, affidata al puntatore di un bombardiere. Il vecchio Moll riduceva la sua mole in un angolo delle panche e rimaneva silenzioso con gli occhi chiusi fino all’ululato liberatore, la Colombo lottava ogni volta per prendere il posto sotto una delle volte vicino al pilastro principale, ritenuto più sicuro. La coppia dei signori Grasso, già pensionati, si teneva sempre per mano, ambedue ricoperti da scialli multicolori fatti all’uncinetto con un’infinità di spezzoni di lana. Il ciabattino, curvo infido levantino, grande maneggione, splendido artigiano che badava non tanto al guadagno quanto alla soddisfazione del mercanteg-giamento tipica delle popolazioni arabe, era uno dei pochi che non si preoccupava: la faccia grigia tagliata dal sorriso mefistofelico non esprimeva che istrionica ironia e disprezzo anche quando una bomba dirompente inglese di 800 chili perforò con grande fragore tutti i piani del palazzo alle nostre spalle e sprofondò nelle fondamenta senza scoppiare; si rimase con il fiato sospeso per qualche giorno fino al disinnesco della spoletta. Alcune famiglie erano sfollate in Brianza o nel pavese, ospiti a pagamento di parenti e amici. Il fenomeno assunse dimensioni considerevoli in concomitanza con l’intensificarsi dei bombardamenti su Milano, pendolari di guerra con relativi traffici alimentari (uova, formaggio, polli), utili riserve per parodiare lo sgretolato muro della sicurezza e della quotidianità. Per l’ennesima volta la sequenza immutabile del ricognitore notturno, avanguardia delle squadriglie alleate, si rinnovava con il ronzio di “Pippo”, rassicurante perché apparentemente innocuo. Si avvicinava tanto quietamente che spesso la contraerea lo lasciava in pace. Alto e invisibile nel buio della notte, probabilmente armato solamente con le macchine fotografiche all’infrarosso, inquadrava planimetrie parziali che l’abile montaggio dei topografi avrebbe trasformato in identikit dell’intera città. Ogni volta gli chiedevamo di non guidare gli stormi micidiali dei quadrimotori alleati invece, implacabilmente, al suo si sostituiva il rombo dei bombardieri in avvicinamento, le esplosioni lontane o il sussulto del terreno quando il grappolo di bombe cadeva vicino. Nell’attesa snervante di poter essere colpita, la gente si abbracciava, piangeva, imprecava, pregava: laggiù era davvero difficile controllare il tremore e la paura per l’impossibilità di qualunque tipo di difesa o reazione.
Notti d’inferno a Milano nell’estate del 1943, soprattutto il 7 e 8 agosto, prime dei violentissimi bombardamenti a “tappeto” che causarono oltre mille morti e centinaia di edifici distrutti o lesionati. Era un modo di fare la guerra in maniera indiscriminata usato sia dai tedeschi sia dagli alleati con la distruzione di alcune importanti città per spezzare le dittature (solamente più tardi gli alti comandi compresero che questo sistema era eccessivamente dispendioso per la massiccia perdita delle “fortezze volanti” e assolutamente non produttivo sul piano militare). Le incursioni inculcavano nella popolazione la costante paura di “fare la fine del topo” nei rifugi ricavati dagli scantinati puntellati con travature incerte. La sigla “U.S.” verniciata in bianco-nero è tuttora visibile dal marciapiede sopra qualche grata ad altezza d’uomo: “Uscita di Sicurezza” diventava l’unico mezzo di fuga dopo che la bomba aveva centrato la casa, altrimenti rimanevi sotto, vivo o morto, in attesa che i soccorritori capissero che le macerie coprivano persone. L’ululato delle sirene che annunciava l’incursione aerea penetrava dentro come un bisturi usato senza anestetico. I civili inermi, sottoposti allo shock quotidiano della vittima nell’implacabile girone dantesco, curvavano le spalle accontentandosi di rivedere la notte rossastra e risentire l’odore di bruciato quando al termine dell’allarme risaliva le scale del precario rifugio. Io temevo invece cose più banali come l’olio di ricino propinatomi dalla mamma, quello di fegato di merluzzo e l’impiastro bollente di semi di lino sul petto perché “el fa ben”. Saltuariamente riappariva il fotografo ambulante con la camera oscura completa di cavalletto: i manicotti di stoffa nera servivano per infilare le mani nello scatolone di legno e sviluppare i ritratti delle serve con i pargoli ed i militari in libera uscita. Le facce rubizze denunciavano gli accaparratori, i faccendieri i cui intrallazzi con il potere politico ed economico affamavano la città; noi ci accontentavamo del minestrone di verze alla mensa popolare di Piazza Diaz. Le poche macchine che circolavano portavano sul tetto le bombole del gas per risparmiare la preziosa benzina, i cavalloni da tiro trainavano carri carichi di masserizie per i traslochi d’emergenza (i “San Michee”), la fontana di Piazza Castello rimase inattiva, un muro proteggeva l’affresco del “Cenacolo” di Leonardo da Vinci, il “Teatro alla Scala”, il “Filodrammatici”, il “Dal Verme” ed il “Lirico” furono colpiti duramente. I micidiali bombardamenti squarciarono i saloni del Castello, le Chiese, la “Pinacoteca di Brera”, il “Palazzo Reale”, la “Galleria Vittorio Emanuele” ed i duecento bambini ammassati nella scuola di Gorla.
Il cannone, residuato della Grande Guerra, posizionato sul retro del quadrilatero sforzesco non ospitava più i giochi pome-ridiani, accumulò ruggine per qualche tempo poi sparì come molte cancellate di ferro che circondavano i vecchi palazzi: le fonderie ingoiavano ogni tipo di manufatto ferroso per far fronte alla grande richiesta di acciaio rifuso per ricavarne armi. Il rombo delle squadriglie si era già sentito nel cielo di Milano dal 24 ottobre 1942 e poi ancora all’inizio del nuovo anno. Nel dopoguerra si sarebbero contati i danni: oltre il 30% dei fabbricati milanesi era stato raso al suolo ed il 36% danneggiato, 400.000 persone senza tetto e 250 fabbriche impossibilitate a produrre. A proposito delle due devastanti incursioni di agosto, la storia ufficiale del “Bomber Command” riporta: “Centonovantasette Lancaster furono mandati a bombardare Genova e Torino; a Milano l’allarme scattò alle 0,52 quando i quadrimotori inglesi avevano già sorpassato la catena delle Alpi. Le prime bombe furono sganciate all’una e dieci. Dai portelloni di settantuno aerei caddero 198 tonnellate di esplosivo fino alle 2,23 ... bisognava creare un vortice di fuoco su Milano, tale da distruggerla completamente”. Nelle notti dal 12 al 15 agosto 1943 ritornarono altri 504 bombardieri completando la carneficina della città e dei suoi abitanti con 2.000 tonnellate di bombe e 380.000 di micidiali spezzoni incendiari. La cintura dei proiettili traccianti delle batterie antiaeree si incrociava con i pochi riflettori rivolti al cielo, gli uomini vigilavano che l’oscuramento a terra non tradisse l’abitato, il coprifuoco notturno lasciava in giro poca gente autorizzata. Nei rifugi strapieni si mescolavano turbamenti, debolezze vescicali, malori, isterie: costretti nell’aria viziata di spazi progettati per accatastare roba ammuffita, i sopravvissuti all’incursione si guardavano in faccia come miracolati e correvano a “riveder le stelle” per controllare la casa: salva se le facciate si mostravano nere contro il profilo luminescente dei tetti, colpita se da qualche finestra si intravedeva la luce tremolante delle bombe incendiarie al fosforo che continuavano ad emettere il loro micidiale prodotto per ore.
Si doveva intervenire immediatamente con i secchi di sabbia stando attenti agli schizzi, responsabili di piaghe dolorosissime. Il prete dalla lunga veste nera sostituiva l’ansiolitico e fungeva da analista a buon mercato come la terapia di gruppo esercitata oggi dalla televisione. La dipendenza morale da questa figura sociale si rivelava in ogni occasione. La sua conoscenza dell’ambiente nel quale operava – sia nel segreto del confessionale sia nella veste di confidente e giudice di pace – gli permetteva di gestire i fedeli (le parole del moribondo parroco di campagna descritto da Georges Bernanos “Che importa? Tutto è grazia” esprimono emblematicamente il potere e la debolezza di una figura che deve agire “in nome di Dio” con le forze dell’uomo).
Avendo a disposizione la biblioteca dell’oratorio, cominciai a leggere Emilio Salgari, Vamba, Jules Verne, Jack London, Edgar Rice Burroughs . Tarzan e Sandokan furono i primi personaggi sanguigni offerti alla fantasia: con gli abiti sontuosi del maharajak ed il perizoma dell’uomo scimmia ci sentivamo parte dei tigrotti della Malesia e della jungla misteriosa, salivamo sul sottomarino di Nemo e sui cavalli fumanti che correvano nelle praterie. Da un appartamento incendiato e svuotato ricuperai diversi libri umidicci insieme ad una raccolta rilegata del giornale a fumetti “Avventuroso” (fuori dal circuito della biblioteca parrocchiale lessi furtivamente qualche titolo “index librorum prohibitorum” con sabba, messe nere, sesso, eresie ed ateismo dichiarato; un incontro precoce con argomenti pericolosi, difficili e diversi da quelli del mondo infantile. In quel periodo Milano conviveva con i retaggi della cultura di fine Ottocento: l’economia agricola e artigianale gradatamente erosa dalla grande industria. Gradatamente i bisogni della popolazione, sempre meno legata alle ultime forme di baratto o all’autonomia alimentare come usava nel mondo contadino, diventarono più differenziati anche se il benessere non era diffuso.
L’alta borghesia ostentava la propria ricchezza soltanto nelle grandi occasioni e condivideva il potere politico ed economi-co con la vecchia aristocrazia e la nuova imprenditoria, la massa del proletariato puntava al ceto medio come possibile obiettivo. Furono la quantità e la tipologia dei nuovi cittadini a costituire una notevole spinta centrifuga nella vita dei quartieri favorendo sia l’espansione del piccolo commercio che una maggiore consapevolezza del nuovo ruolo. Il costume e la società, modificati dall’immigrazione dalla provincia e dal conseguente processo di integrazione per tante famiglie aduse ad un tipo di vita diverso, cambiarono sulla spinta di un’economia di mercato che per sopravvivere doveva imporre la sinergia produzio-ne/consumo. La civiltà contadina padana rappresentata nel film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, emigrava verso i grandi centri. I provinciali assumevano gli atteggiamenti, i vizi e le virtù di uno stile di vita diverso da quello lasciato: sotto i piedi l’asfalto al posto delle zolle, sopra le teste il perimetro delle grondaie anziché il cielo aperto. La coabitazione forzata negli appartamenti requisiti per ospitare profughi e senza casa, la solidarietà per la condivisione dello medesimo pericolo mortale e la tradizione della campagna non ancora dimenticata, facevano sopravvivere alle notti di tragedia e mantenevano integri i valori dell’umana pietà; gli egoismi ed i tradimenti che serpeggiavano non riuscivano a sopraffare i buoni sentimenti. Il Monte di Pietà salvò molte situazioni al limite dell’inedia e della disperazione: gli oggetti preziosi di famiglia andavano e venivano dai forzieri, prima impegnati poi riscattati a seconda degli eventi favorevoli o contrari; gli oggetti di uso comune si buttavano solo se completamente inservibili, altrimenti si aggiustavano, si rappezzavano, si assemblavano per ricavarne altri. Pantalonaie, specialiste con l’uncinetto, l’occhiellaia e la “sarta finita”, utile per qualunque lavoro di cucito.
Usuale era la scritta “Rammendi invisibili”: lì si portavano giacche e calzoni con lo strappo a forma di 7, orlature da rifinire, calze da donna con la “scorlera” (smagliatura); la ‘copisteria’ batteva a macchina manoscritti e documenti, insomma un mondo popolare ricco di genialità e tradizionalmente legato all’abilità manuale. Noi ragazzi non sapevamo ricostruire il mosaico storico perché vivevamo nel recinto delle esperienze quotidiane senza sapere valutare la situazione di una società in fermento. Lo stato di guerra ci aveva sorpresi in un’età fortunatamente in grado di assorbire qualunque “modus vivendi”, anche quello della paura: la precarietà diffusa e la carenza di beni primari per noi erano la normalità. A distanza di molti decenni rivedo immagini positive: non le mutilazioni, non la sofferenza, non i contraccolpi di chi, adulto, passò attraverso l’esperienza della battaglia, della prigionia e del corpo martoriato poiché il coinvolgimento diretto negli avvenimenti fu controbilanciato dall’incapacità di riflessione approfondita e coordinata; l’involontario rigetto degli avvenimenti ci risparmiò la preoccupazione e la nevrosi protratta.
La firma nel 1939 del “Patto d’Acciaio” fra Italia e Germania fu il preludio della tragedia per tante popolazioni, un antefatto che può essere ritenuto l’inizio della fine; l’estate del 1940 segnò l'ingresso dell’Italia in un conflitto che si prevedeva risolto con la solita “guerra lampo”. Infatti il Duce dichiarò perentoriamente: “Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex belligerante al tavolo delle trattative”. Le armate male equipaggiate in Africa, in Albania, in Grecia, in Russia;    tanta gioventù entusiasta o rassegnata guerreggiò per ottenere il promesso “posto al sole”. La gente da una parte si sentiva trascinata dalla retorica del regime, dall’altra era perplessa e sfiduciata: il cavallo bianco di Mussolini in parata e le ricorrenti adunate, la “Donna Italiana” i “Figli della Lupa” e gli “Avanguardisti”, venivano inevitabilmente confrontati con l’autarchia, l’ammasso, l’oscuramento, il gas e la luce intermittenti. Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarò guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna; il giorno dopo la “RAF” (Royal Air Force) bombardò Torino. In agosto cominciò la battaglia d’Inghilterra con perdite terribili tra la popolazione (solo nel 1940 sono state sganciate 37 mila tonnellate di bombe). Vancouver fu bombardata dai giapponesi, Mosca dai tedeschi. Nel 1942 la Germania è dilaniata    da 40 mila tonnellate di bombe. Nel 1943 il quartiere Tiburtino a Roma, attaccato dai bombardieri, contò 1.500 morti tra la popolazione civile, Milano è gravemente colpita (circa metà delle abitazioni è distrutta o danneggiata). Un cronista di guerra di quegli anni registrava: “L’aspetto di Milano era terrificante, il centro sembrava ardere tutto ... Il Teatro Filodrammatici era trasformato in un rogo immenso ... Corso Garibaldi offriva uno spettacolo ininterrotto di rovine ... l’Ospedale Fatebenefratelli centrato nel cortile ...”    La tragedia collettiva, gli orrori e gli eroismi di quella discesa all’inferno sono raccontati con partecipazione nel film di John Boorman “Anni ’40” dove la gente di Londra vive i sentimenti e le passioni di qualunque bambino che ha vissuto la precarietà dell’epoca.
Il 25 luglio 1943 chi era all’ascolto della radio (“EIAR”) udì al posto dell’imperioso “Achtung! Achtung!” un comunicato scandito “Attenzione! Attenzione! Sua Maestà il Re Imperatore ha accolto le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Sua Eccellenza il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio ... Assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento ... Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il sacro suolo della Patria”. Il Re andò in esilio senza credito, Mussolini finirà prima a Salò poi a Dongo, ci fu la rincorsa all’untore (i buoni da una parte, i cattivi dall’altra), i reduci trovarono le famiglie sfoltite. Le ferite infette della società avrebbero continuato a produrre infezione: la tragedia dell’occupazione tedesca e della guerra civile, con i conseguenti strascichi di ripetute tensioni fisiche e morali, ritardarono il processo di ridimensionamento delle coscienze. L’armistizio dell’8 settembre rovescia i fronti ma non ferma la carneficina, i bombardamenti incidono profondamente il territorio tedesco, i nazisti intensificano le rappresaglie nei paesi occupati e nei campi progettati per la soluzione finale (Dachau, Buchenwald, Auschwitz).
Nel 1944: sbarco in Normandia, i missili tedeschi V1 e V2 sui centri inglesi, attentato al Fuhrer (5.000 esecuzioni per ritorsione), l’intensificarsi della guerriglia partigiana, l’ultima inutile offensiva tedesca nelle Ardenne. Un susseguirsi di fatti che si intersecavano, si sovrapponevano, si confondevano e si influenzavano a vicenda, sobillati dall’isterismo di Hitler: “Io sono insostituibile. So quel che vale il mio cervello. Nessuno ha fatto finora quello che ho fatto io. Il destino del Reich dipende da me e io quindi non indietreggerò. Anzi sterminerò chi mi ostacola”. Il generale Ludendorff, eroe della prima guerra mondiale, dieci anni prima aveva valutato il Fuhrer un “malvagio individuo che getterà in un abisso il nostro Reich infliggendo immani sciagure alla nostra nazione”.
        Dicembre 1944, Mussolini è al Teatro Lirico: “Milano deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa”. Il Comitato di Liberazione Nazionale risponderà: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo”. Il 25 Aprile 1945 Mussolini incontra infruttuosamente i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale in Arcivescovado, la sera parte per Como, tre giorni dopo sarà giustiziato. Hitler sposa Eva Braun, ambedue suicidi quando la bandiera rossa sovietica sventola su Berlino. Maggio 1945: resa delle truppe tedesche in Italia; al Brennero avviene lo storico incontro tra le truppe alleate provenienti dal nord e quelle provenienti dal sud. Agosto 1945: la superfortezza volante “B29 - Enola Gay”, sgancia la prima bomba atomica su Hiroshima. Qualche giorno dopo la seconda bomba su Nagasaki causerà 250.000 morti oltre all’orrore dei decenni successivi che videro la lenta agonia delle persone contaminate dalle radiazioni. Settembre 1945: nella baia di Tokio i giapponesi firmano l’atto di resa sulla corazzata americana “Missouri”. I conti a conflitto finito: 60 milioni tra morti e dispersi, metà dei quali civili (sei milioni gli ebrei sterminati dai nazisti).
Gli “imboscati”, coloro che non erano mai stati al fronte per essersi nascosti in attesa di tempi migliori, si erano costruiti un curriculum eroico nel quale credere e col quale giustificarsi. Nei primi giorni della Liberazione, individui isolati o gruppi di tedeschi e fascisti in fuga erano pronti ad ogni compromesso pur di salvarsi dall’incombente odio di rivalsa. I collaborazionisti che fino al giorno prima avevano inneggiato ai cartelli “partisan” attaccati al collo dei ribelli impiccati, si nascondevano o sfoggiavano il foulard rosso per meglio mescolarsi alla folla esagitata in voluttuosa ricerca di capri espiatori e di linciaggi indiscriminati. L’epilogo storico si ebbe in piazzale Loreto il 29 aprile 1945: Claretta Petacci, Benito Mussolini e alcuni    gerarchi    furono appesi a testa in giù – estremo oltraggio – al distributore di benzina. Come molti altri mi ritrovai di fronte al palcoscenico della vendetta, ai cadaveri esangui; i volti alterati, i mitra a bandoliera, il brusio intermittente, qualche alterco qua e là per esprimere passione e dialettica politica, non pietà. Ferruccio Parri disse a questo proposito: “È terribile e indegno: nocerà al movimento partigiano per gli anni a venire; non Claretta Petacci! Non una esibizione da macelleria messicana!”    Molti sopravvissuti accesero una candela per grazia ricevuta e gli “ex-voto” riempirono le pareti del Santuario della taumatur-gica Rita da Cascia, Santa dell’impossibile . Cambiano le bandiere ed il colore delle camicie, cambia lo stile dei cortei e degli oratori, entra in campo la pluralità delle forze politiche, comincia la propaganda dei partiti per il referendum repubblica o monarchia. La gente ha voglia di vivere per dimenticare gli incubi notturni, si lascia accesa la luce, ritornano gli sfollati, il lavoro non manca perché molto è stato distrutto. Si riassaporava il semplice “uscir di casa”, parlare ad alta voce, fare vita di società.
Naturalmente la fine della guerra non coincise con l’inizio della pace: una firma ed una resa non bastano a seppellire gli strascichi pesanti di una tragedia mondiale. Appelli smentiti, voci confermate, notizie a valanga: non fu davvero facile districarsi in mezzo alla pletora di novità. Quasi tutti avevano pagato la grande follia e molti avrebbero continuato a pagare negli anni a venire; le ferite inferte ai corpi, alle psicologie, ai patrimoni ed al tessuto di una società alla ricerca di una dimensione diversa, non si sarebbero sanate con semplici impiastri d’erba medicamentosa. Il periodo di transizione tra l’anarchia ed il ristabilimento delle norme fu un crogiolo di fervori; la pace istigava ognuno a partorire voglie e speranze, ritorsioni e clemenze. Si ripartiva da zero e quindi l’occasione irripetibile aizzò il tumulto dei sentimenti e dell’interesse per tentare di ricostituire l’identità storica e personale. Le aspettative di ogni inizio contagiarono l’intera    popolazione: si riaprirono le botteghe, ricomparvero prodotti alimentari “proibiti” per i non privilegiati. L’esterofilia disprezzata dal fascismo difensore dell’italianità, irruppe con gente di ogni razza, con i termini anglo-americani della segnaletica, con la gomma da masticare, con le jeep che scarrozzavano gli “M.P.”, la polizia militare alleata; via Rovello dimenticò la malfamata milizia “Ettore Muti” aprendo il dancing “La Sirenella” a militari e “segnorine” disponibili.
Evidente metamorfosi di un’epoca, il processo di ripristino dei compiti civili incanalava tutte le energie verso la ri-costruzione e la normalità. La gioia di ritrovarsi insieme al termine della carneficina non dava spazio a previsioni nefaste: nessuno voleva il rinnovarsi di sciagure. Gli uomini di buona volontà abbondavano anche se il germe delle tensioni e delle rivendicazioni apriva nuove pesanti conflittualità a tutte le latitudini (i fatti testimoniano che, malgrado speranze e promesse, il mondo che aveva così tanto sofferto si ritrova, alle soglie del terzo millennio, inquieto come prima: intere etnie coinvolte e sconvolte da spasmi e crimini orrendi marchiati dalla consapevolezza della reiterazione). Gli uomini si sono pentiti infinite volte per le azioni infami: ogni volta hanno stilato trattati, costituzioni, codici, editti, proclami, leggi su diritti e doveri, su delitti e pene; una lunga lista di principi per regolarizzare l’incognita del tarlo ancestrale che rode l’imperfezione della razza. La pazzia collettiva di intere generazioni alla ricerca di un Santo Graal    inesistente è una mistura che tormenta e che da sempre fa soffrire. L’elisir dell’immortalità si materializza nel dubbio, nel non sapere, nel non potere: è l’ignoto. Rimanevano gli scheletri dei palazzi colpiti, con alcune camere arredate esposte oscenamente come cadaveri con tutti i loro segreti, rimanevano i sopravvissuti con le facce segnate dall’insonnia e dalla paura. Anche la pietà era morta, ognuno continuava a convivere con i propri egoismi, le diffidenze e le cattiverie reciproche. Sull’infausto periodo Salvatore Quasimodo    scrisse: “la città è morta. È morta: s’è udito l’ultimo rombo sul cuore del Naviglio”. Il XX secolo ha conosciuto la tragedia di due guerre mondiali. Nato nel 1934 ho trascorso senza timore quel periodo, forse perchè inconsapevole dei rischi; infatti la fanciullezza tampona le paure di qualunque persona adulta già toccata da esperienze ostili. La chiesa e l’oratorio in Via Broletto a Milano sono stati per lunghi anni il rifugio della mie prime esperienze di vita sociale. Per la mia formazione – più tardi modificata dalle scelte adulte – è stata molto importante l’ubicazione dell’abitazione dove vivevo con i miei genitori: Via Cusani, civico n. 10, a due passi da Largo Cairoli,    ha rappresentato per molti anni il punto focale dal quale allungare i tentacoli della curiosità infantile. Di fronte al vecchio caseggiato – un ex convento – si apriva Via Rovello con il dancing ‘La Sirenella’ e soprattutto il fondo stradale ideale per i pattini con le quattro rotelle e le cinghiette di pelle ruvida per fissarle ai piedi. Formalmente ero sotto l’egida della Parrocchia del Carmine, praticamente sono stato presente per molto tempo alle attività della chiesa di San Tomaso dove prevaleva il prete con la veste nera e lunga (Don Emanuele), un ottimo ‘compagno’ che fungeva anche come direttore spirituale e dal quale bisognava confessarsi regolarmente. Iniziavo la tiritera con la frase confesso i peccati passati e di quelli che non ricordo, liberando coscienza e memoria con qualche Pater e Ave Maria.
Nel coro della chiesa si apriva la porticina che conduceva alle penzolanti corde delle quattro campane: era prassi comune per i chierichetti novizi incaricati di tirare il bronzo, rimanervi appesi e picchiare la testa contro il soffitto a ca-lotta. A turno dovevamo servire il sacerdote durante le funzioni e rispondere in latino le frasi imparate a memoria; in base al punteggio accumulato in un anno di presenze alle funzioni venivamo premiati con un libro e con il gelato preparato dalla mamma del Prevosto, un prete vecchio stile, tipo Don Abbondio,    attaccato alla cultura cattolica ortodossa, adatto più alle beghine che non alle acerbe esperienze esistenziali. Non era certamente Don Bosco, ideatore degli oratori per la grande sintonia con i giovani e non aveva neppure la prestanza morale dell’educatore storico, preferivo Don Emanuele che – molto più giovane – riusciva a creare un feeling con gli adolescenti. Giocavamo col vec-chio pallone nel cortile bitorzoluto dietro l’abside, con regolari sbucciature sanguinolenti. Qualche gita insieme al Monte Bisbino o per l’annuale narcisata che si concludeva sui vecchi vagoni delle Ferrovie Nord odorosi di fiori già appassiti e di sudore giovane.
Alle spalle del Castello Sforzesco troneggiò per molto tempo un enorme obice, residuo della prima guerra mondiale, scomparso quando ci fu l’accaparramento del ferro per scopi bellici, comprese le recinzioni dei giardini comunali e di quelle private. Un tempo pregno di nubi temporalesche pronte a colpire chiunque con i fulmini celati, senza distinzione di ceto e d’età. La nostra generazione viveva ancora nel limbo protetto di mamma e papà che facevano ogni sforzo per non farci mancare almeno le cose essenziali. Incombevano i bombardamenti a tappeto degli alleati con conseguenze terribili su persone e cose. Il cielo notturno era rosso e l’odore acre degli incendi    prevaleva su qualunque altra sensazione. Era anche pericoloso raccogliere da terra le lucenti penne che esplodevano tranciando le dita della mano e lasciando così il segno indelebile della guerra che ormai aveva coinvolto tutto e tutti. I mutilatini curati e accuditi dall’Istituto di Don Gnocchi sono stati per molto tempo il ricordo tangibile di una tragedia immane.
A Milano avevamo vicini poco raccomandabili: la Caserma fascista Ettore Muti – dove agì nel dopoguerra il Piccolo Teatro di Strehler, in via Rovello – e la sede tedesca della Gestapo in Foro Bonaparte. Forse per ritorsione a queste presenze fu messa una bomba ad orologeria nella birreria all’angolo di Via Cusani con conseguenze truculente.
                        
Giuliano.Confalonieri@alice.it


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