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PATERNITA’, UN RUOLO DA RECUPERARE

Scritto da Direttore il 27/3/2015


PATERNITA’, UN RUOLO DA RECUPERARE

La riscoperta di un’ identità nel disorientamento odierno         

PATERNITA’, UN RUOLO DA RECUPERARE

In prossimità del 19 marzo, il pensiero corre alla festività di san Giuseppe e alla moderna deriva mercantile rivisitata come “festa del papà”. Proponiamo qualche riflessione sulla crisi che attualmente interessa la figura paterna.
Per intendere quale sia stato nel tempo il percorso del rapporto padre-figlio, non possiamo non riferirci alla radice sanscrita “pa”, che contiene il concetto di proteggere e anche di nutrire. Non sfugge a nessuno l’importanza di questa funzione e non poteva sfuggire alla sensibilità dei latini che, per sottolineare la sacralità dell’origine, rinunciarono al genitivo familiae, per adottare il genitivo indoeuropeo, dando così luogo all’espressione pater familias.
La radice “pa” è inoltre ampiamente prolifica, perché ne derivano patria, patriarca, patrimonio, padrone, tutte espressioni che rimandano a un concetto di solidità, di stabilità, qualcosa, cioè, di cui l’essere umano ha assoluto bisogno, dopo che con la nascita si rompe la dolce sicurezza dell’abbraccio materno e la creatura è chiamata ad affrontare il mondo.
Si colloca a questo punto la figura del padre, che è il primo estraneo con cui il piccolo si relaziona. Molto significativa appare l’etimologia del padre per antonomasia, Giuseppe, che vuol dire appunto “aggiunto in famiglia”, “Dio aggiunga”. Finite le sicurezze del grembo protettivo materno, ecco presentarsi    il mondo, con le sue difficoltà, ma anche con l’apertura a nuovi orizzonti. In questo contesto il padre assume il ruolo simbolico di rappresentante della legge, oltre che di genitore. Rispetto a questo ruolo paterno, il bambino si emancipa dal soddisfacimento perentorio ed egocentrico dei bisogni per approdare ad una situazione in cui il bisogno è mediato dal pensiero, dalle norme, dalla cultura vigente nell’angolo di terra in cui è chiamato a sviluppare la sua esistenza.
Quale paternità oggi
Di fronte all’assoluta pregnanza di questi compiti, dovremmo chiederci ora quanto tempo il padre dedica oggi ai figli e come svolge il suo ruolo. Le rilevazioni recenti sono sconfortanti e lo sono ancora di più per i padri italiani, che dedicano poco tempo, meno degli spagnoli, norvegesi e svedesi.
Quasi per rimediare a un senso di colpa, il padre si presenta accondiscendente, disponibile, “aperto” a ogni richiesta del figlio, che di conseguenza non trova argini. Le richieste si fanno così più ardimentose e non è escluso che in questo atteggiamento si annidi una sorta di provocazione, forse nell’inespresso tentativo di cercare dove si colloca quel senso del limite che viene continuamente spostato in avanti.
Ogni richiesta soddisfatta segna per un verso una crescita sul piano delle esperienze che si acquisiscono, ma per altro verso, dopo la momentanea soddisfazione, segue un senso di vuoto, perché la richiesta soddisfatta non è il risultato di una conquista, ma la semplice premessa per una nuova istanza, nel tentativo di riempire quel vuoto. La sequela incalzante delle richieste porta da una crescita precoce del figlio a cui fa riscontro la cosiddetta infantilizzazione del padre, che si lascia ammaliare dal giovanilismo fatuo e rassicurante dei messaggi pubblicitari. “L’uomo nuovo – scriveva provocatoriamente il polemista francese Régis Debray – sarà giovane o non sarà” (Fare a meno dei vecchi, ed. Marsilio).
Adolescenza perpetua?
L’attenzione esagerata ai canoni della bellezza del corpo e della forza fisica, il rifiutarsi di prendere atto della propria condizione e dell’ineludibile scorrere del tempo, riduce spesso il padre a una maschera. Nella mitologia greca, Ebe, dea della giovinezza, dispensava nettare e ambrosia per assicurare bellezza e immortalità. Oggi il mito dell’eterna giovinezza ha perso la sua antica purezza e beltà, mimetizzandosi nella cura maniacale del corpo, che ignora o relega in secondo piano ogni anelito alla spiritualità.
Cosa rimane oggi della funzione di genitore e di educatore? Poco, forse perché non si posseggono i valori di fondo, o forse perché non si ha voglia di farlo o non se ne trova il tempo. Si registra, anzi, quella che gli studiosi chiamano “socializzazione inversa”, per cui si passa dalla direzione tradizionale dell’educazione, dal padre al figlio, alla situazione inversa che figlio che “educa” il padre.
Tra infantilismo del padre e adultizzazione del figlio forse si potrebbe giungere alla confluenza di un punto centrale di intesa, all’insegna dell’armonia. Non è così, perché in realtà il padre arrendevole abdica alla sua funzione, rassegnandosi a delegarla alla televisione, alla strada, alla società, e il figlio annaspa alla ricerca di una propria identità. Questa non si costruisce con la compiacenza del paternalismo, ma imparando ad affrontare un diniego, per capire se sia il caso di accettarlo o costruirsi un’altra via. La realizzazione del proprio sé non passa attraverso la confusione dei ruoli, né compiacendo le aspettative degli altri; è piuttosto il risultato di una propria autonoma conquista.
Nessuno auspica il rigore e il formalismo dei tempi andati, col padre severo, elevato su un piedestallo siderale. Il nuovo padre, dopo le incertezze e le indecisioni dei tempi recenti, deve tornare a essere un punto di riferimento. Deve recuperare la funzione originaria che nutre e protegge, non per mortificare l’anelito alla libertà e all’indipendenza, ma operando nel suo ruolo di guida sicura in un quadro complessivo in cui ci sia spazio alla coscienza del limite.
Il figlio ha bisogno di recuperare fiducia nella sicurezza e nella stabilità affettiva che offre il tetto paterno, ambiente in cui crescere e maturare per poi staccarsene. È in fondo la lezione che ci viene dalla natura. Nell’ambito familiare si consolidano le radici per la crescita, ma poi ecco spuntare le ali, con cui spiccare il volo per realizzare le proprie aspirazioni e vivere in autonomia la propria esperienza di vita.

scritto da: Vito Procaccini    


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