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PLATONE E LA VIRTU’ POLITICA

Scritto da redazione il 26/4/2011


PLATONE E LA VIRTU’ POLITICA

Al via il primo incontro del ciclo “Filosofia e Politica”

Nel “Protagora” il valore del dialogo contro il monologo soffocante

La capienza dell’Aula Magna universitaria di via Caggese è di quelle che incutono qualche timore anche al più navigato degli oratori, perché non è facile avere dal palco un colpo d’occhio incoraggiante. Questa sera, invece, più della metà dei posti è occupata soprattutto dagli studenti del Liceo “Marconi”; è vero che sono “incentivati” dalla rilevazione della presenza, ma è anche vero che hanno seguito con attenzione la relazione su “La virtù politica in Platone”, del prof. Domenico Di Iasio, docente di Etica Sociale presso la nostra Università.
È il primo dei quattro appuntamenti organizzato dal Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo Scientifico “Marconi”, in collaborazione con la sezione di Foggia della Società Filosofica Italiana. Interessante il titolo del ciclo, “Filosofia e Politica” e ancora più intrigante il sottotitolo, “Un percorso filosofico per l’esercizio attivo della cittadinanza”.
Con queste premesse non si poteva non partire da Platone e, in particolare, dal dialogo del Protagora. È un’opera che Schleiermacher, ricostruendo la successione naturale degli scritti platonici, classifica (insieme al Fedro e al Parmenide) nel gruppo di opere iniziali in cui domina lo sviluppo del metodo del dialogo. Viene solitamente ascritta al periodo giovanile, anche se questa classificazione non convince completamente il prof. Di Iasio, considerando che Platone ha rielaborato i suoi testi fino alla fine della sua vita.
Si tratta, comunque, di un dialogo che Platone immagina si sia svolto nella illustre casa di Callia tra Socrate e Protagora, il sofista di Abdera, con la partecipazione di altri filosofi. Lo spazio di queste note ci consente di soffermarci    solo su un tema, la possibilità che l’arte politica si possa insegnare.
Protagora sostiene di sì, e non potrebbe essere di diverso avviso, visto che è il caposcuola dei sofisti, maestri di retorica che erano ben in vista nella nuova democrazia ateniese, in cui bisognava orientare la cittadinanza nelle assemblee convocate per assumere le decisioni più importanti. A questo scopo erano capaci di dimostrare dialetticamente qualunque cosa e il suo contrario e per questa attività venivano ricompensati.
Socrate dissente, perché se così fosse Pericle avrebbe potuto insegnare la politica ai suoi figli, che invece sono lì da Callia ad ascoltare. Non è inoltre insegnabile come la medicina o l’architettura; quando se ne parla, infatti, tutti intervengono, perché la conoscono senza che nessuno sia andato alla scuola specifica.

Il mito di Prometeo
A sostegno della sua tesi Protagora riporta il noto mito di Epimeteo (colui che ha in senno di poi) e Prometeo (il previdente). Gli dei li incaricarono di assegnare ad ogni essere vivente    facoltà diverse in modo da consentire a tutti la prosecuzione della specie.    Epimeteo assegnò, ad esempio, forza a chi non era veloce e velocità ai più deboli, ma alla fine si avvide che aveva distribuito tutte le facoltà tra gli esseri privi di ragione, mentre l’uomo era privo di tutto.
Prometeo dovette intervenire rubando a Efesto e ad Atena la perizia tecnica e il fuoco, donandoli all’uomo, che poteva così procurarsi il necessario, ma non era in grado di difendersi dalle fiere, perché non viveva in città. Le difficoltà non cessarono con la costruzione delle città, perché erano angustiati da continui litigi, finché Zeus decise di inviare Ermes per donare agli uomini, con il rispetto e la giustizia, l’arte politica. Destinatari erano tutti gli uomini, perché “se uno solo conosce la medicina, basta per molti che non la conoscono”, mentre per l’esistenza stessa della città è necessario che tutti siano partecipi dell’arte politica. Con la politeia (capacità di gestire la città) l’uomo acquisì in questo modo    la qualità che lo rendeva superiore alle altre specie viventi.
Rispetto e giustizia non sono, dunque, connaturate all’uomo, attribuite come le altre facoltà a caso, in modo inconsapevole, alla maniera di Epimeteo, ma sono trasmesse successivamente, sono insegnate. A suffragio della sua tesi, Protagora osserva che in tema di giustizia,    quando si commina la pena al trasgressore, all’empio, lo si fa in vista del futuro, “affinché non venga commessa ingiustizia di nuovo, né da quello né da un altro che lo veda punito”.
Socrate ha ascoltato con attenzione, ma obietta che mal sopporta i lunghi discorsi, preferendo la dialettica, impostata su domande e risposte brevi. Il monologo asfissiante é, secondo lui, esibizione di forza e gli oratori anche abili sarebbero in difficoltà se venissero interrotti.
Socrate chiede allora “se la virtù è una sola (e la giustizia, la saggezza e la santità sono parti di questa) o se tutte queste che ho elencato sono solo nomi diversi di un’unica essenza, la virtù”.
Secondo Protagora le parti della virtù sono cinque: sapienza, coraggio, temperanza, giustizia, pietà religiosa. Sono tutte parti della scienza, ad eccezione del coraggio che è diverso, perché si può essere coraggiosi pur essendo rozzi e ignoranti.    Ma Socrate ribatte che essere coraggiosi non vuol dire essere sconsiderati, temerari, perché il coraggio si estriseca in cose che si sanno fare; ne deriva che sapienza e coraggio sono identici e che anche il coraggio è parte della scienza, della scienza della misura, che consente al coraggioso di conoscere le cose da temere.
Associando il coraggio alla sapienza, Socrate finisce col ribaltare la sua originaria posizione sulla non insegnabilità della virtù, perché anche il coraggio si può insegnare. Specularmente Protagora, differenziando il coraggio dalla scienza finisce col ritenere che il coraggio non sia insegnabile e che quindi non lo sia neppure la virtù politica.
È il ribaltamento delle posizioni generato dalla capacità di dialogare.    
Quanti saccenti infestano oggi i salotti televisivi, prevaricando con la loro intolleranza invasiva chi vorrebbe contraddirli? Quanti tuttologi si cimentano impudentemente in editoriali presuntuosi in materie in cui non hanno grande competenza?
L’insegnamento dei dialoghi di Platone merita qualche approfondimento.
Vito Procaccini


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