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PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE “ULTIMI” a SANNICANDRO GARGANICO

Scritto da Incoronata Lombardi il 29/5/2013


PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE “ULTIMI” a SANNICANDRO GARGANICO

Una serata all’insegna della riflessione e della legalità quella che si è tenuta il 17 maggio scorso presso il Cine Teatro Italia di Sannicandro Garganico con la presentazione ufficiale dell’Associazione Nazionale per la Legalità “ULTIMI” di don Aniello Manganiello, meglio noto come il parroco anticamorra di Scampia. Con lui il Vice Presidente e Agente Scelto della Polizia di Stato, Pietro Paolo Mascione ed il Procuratore della Repubblica di Lucera Domenico Seccia. Moderatore dell’incontro il direttore de “La gazzetta di Capitanata” Ernesto Tardivo.
Per poco meno di due ore l’ampia sala di proiezione sì è trasformata in una culla per considerazioni attente ed approfondite circa lo stato attuale di quel sentimento di legalità che non resta confinato alla mera sfera interiore di ognuno, ma che si esplica esteriormente attraverso il rispetto della legge e la repressione di atti ad essa contrari.
Riflessioni sentite quelle del Vice Presidente dell’Associazione Pietro Paolo Mascione che con disarmante e coraggiosa semplicità ha ricordato la sua infanzia; quella in cui una sola telefonata notturna poteva cambiare le sorti di un’intera famiglia. Ricordi personali, profondi ed intimi condivisi con una platea di ascoltatori interessati, affascinati ma forse anche intimoriti dalla cruda veridicità delle sensazioni descritte. Ricordi quasi marchiati a fuoco sulla pelle di un bambino che divenuto uomo sceglie ancora una volta la legge, così come suo padre gli ha insegnato da tutta una vita. Il colore della divisa è diverso ma gli obiettivi non cambiano: tutelare la legalità e difendere la vita. Questa “vocazione” lo porta a Scampia, territorio dove una vita vale quanto una dose di eroina, dove accanto al traffico di sostanze stupefacenti come gli innumerevoli tentacoli di una piovra, si sviluppano una serie infinita di traffici collaterali: le armi, la prostituzione, il gioco d’azzardo. E lì, in quella moltitudine di anime perdute un uomo solo cammina controcorrente e i loro destini si incrociano ed intrecciano inevitabilmente. Quell’uomo è don Aniello Manganiello, il “prete anticamorra” che per amore della vita ha il coraggio di    denunciare, di negare i sacramenti ai camorristi, di sottrarre al mercato della droga e della prostituzione anime fragili altrimenti destinate a perdersi e sparire per sempre.
Da esperto conoscitore, don Aniello descrive le vicende e gli anelli di congiunzione tra quelle impensate dinamiche che pure fanno parte della stessa catena, quella della mafia. Una mafia che prolifera anche (e soprattutto) grazie all’omertoso silenzio di quanti impauriti tacciono, reputando forse che essa sia sempre e comunque un problema esterno alla propria sfera personale e familiare. Una mafia multiforme e camaleontica che muta, si evolve, si mimetizza tra auto di lusso e cravatte firmate, tra banconote viola e tacchi a spillo e che arriva ai piani alti, fino “alle scale troppo pulite di Montecitorio”.

Allegato:

La camorra come la mafia, Scampia come il Gargano.
Paragoni troppo azzardati secondo il Procuratore Domenico Seccia che spiega come in realtà, la mafia garganica non sia assimilabile ad alcuna delle altre “associazioni” presenti sul territorio nazionale; questo tipo di mafia territoriale non si può paragonare con le altre.
Chiunque abbia cercato infatti in un qualsiasi dizionario della lingua italiana la parola mafia, ha letto di una organizzazione criminosa sorta in Sicilia nel XIX secolo (e poi diffusasi anche all’estero), che pretende di sostituirsi ai pubblici poteri nell’attuazione di una forma primitiva di giustizia fondata sulla legge dell’omertà e della segretezza, servendosi di intimidazioni, estorsioni, sequestri di persona e omicidi allo scopo di proteggere interessi economici privati o di procurarsi guadagni illeciti.
La prima volta che la parola mafia compare in un documento ufficiale è il 1865 quando il prefetto di Palermo Filippo Gualtieri in un rapporto al Ministero degli Interni, scrive della mafia come di “una associazione malandrinesca”, la cui caratteristica peculiare risiede nel rapporto con personaggi della politica.
Tuttavia “mafia” è termine polisemico. Si riferisce a fenomenologie differenti a seconda dei contesti, delle circostanze, delle intenzioni e degli interessi di chi lo usa.
E proprio su queste particolari caratteristiche si appuntano le riflessioni del Procuratore che spiega come essa debba prevalere sugli altri sistemi,vivendo fuori e al di sopra delle leggi. La mafia garganica non è stata ancora debellata perché gli arresti e le condanne non si sono tramutate in sconfitte definitive. Un cerbero le cui tre teste sono il territorio, il    tacito consenso e l’omertà.
La si è negata, ignorata e sottovalutata. La si è semplicemente confusa col concetto di “faida” sminuendo la gravità degli omicidi e della scia di violenza che ad essi fanno inevitabilmente da eco.
Un errore semantico che ha causato alcune delle vicende più sanguinose della storia del luogo, che ha imbrattato di sangue gli sterminati campi di grano del promontorio dove solo i muggiti hanno coperto le strazianti urla delle vittime di questa bestia feroce.
Ottanta delitti ancora irrisolti, ottanta vite a cui rendere giustizia, ottanta anime senza pacifico riposo, ottanta corpi che chissà, magari tra non molto tempo saranno riportati alla luce dal buio di una delle tante cave ancora inesplorate che circondano il nostro territorio.
Allegato:

Due grandi figure a confronto dunque, quella del Procuratore che in mano ha un codice penale e quella di un Sacerdote che in mano porta una Bibbia ma entrambi, con quella libera volta verso chi ha il coraggio di pentirsi, di ricominciare, di abbattere quel muro di omertà dove come una rampicante velenosa la mafia prolifera e si allunga puntando ad altri spazi. Due grandi uomini tesi alla ricerca costante degli “ULTIMI”.


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