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Parole: affaire e affare

Scritto da redazione il 3/2/2012


Parole: affaire e affare

Ragionare su affaire nell’uso della lingua francese dispone naturalmente ad una distensione nel senso di rilassatezza, cioè, di qualcosa di non economico come potrebbe essere la sua controparte italiana nella parola affare che, specularmente, inseguirebbe un senso simile a quello di cosa, francesismo utilissimo nell’identificare un’attività che col fare nel senso di produrre come guadagno ha poco di prossimo. Affare come connotazione sporca, pregna di appendici economiche e di pari finalità, tanto da pensare che mai tanta ostentata chiarezza spregiativa la si possa abbinare ad altrettanta indeterminatezza della parola dei cugini d’oltralpe.
Parole assonanti o consonanti diversamente detto che nella loro somiglianza hanno la colpa originale della loro mutevole e vicendevole sinonimia che sfida il totale astio che questi termini, quasi fossero vivi ed antipatici l’un l’altro, hanno nel rapporto di significato.
“L’affare è concluso!”, denota una totale sopraffazione del valore aggiunto nello scambio o, meglio, del plus valore come attestazione di un riuscito rapporto economico, un guadagno collaterale che nell’intento nulla cela di questa collateralità, anzi, preclude ogni margine di errore nella direzione di una cosciente affermazione di superiorità dialettica promuovendo un incedere fatto di lotte per la primazia interpersonale. Dunque, sopraffazione linguistica ed etica se è vero che le parole sono riferite a sostanze o che siano sostanze esse stesse che nell’interazione subiscono delle modificazioni di fondo nel loro essere per me, nel percepire la loro propria qualità o forma. Se poi la sostanza ad essere modificata è una persona si capisce quanto dura possa essere accettare nel gioco dialettico il giogo di essere per altri e quindi ridotti ad oggetto. In questo senso, affare denota una belligerante tendenza alla supremazia di un essente su di un altro nelle modalità frantumatrici del reale degli atti di coscienza che tutto dominano senza creare nulla nel senso di un idealismo leggero e non forte, fenomenologico e psicologistico. Nel regno animale come per noi, esiste la naturale tendenza alla produzione piramidale dei rapporti inter-soggettivi, ma tutto è governato dal tempo circolare, questo significa che in questi rapporti non vi è la tendenza ad un fine, ad un telos che significa temporalità lineare, non esistono cognizioni volte al futuro come filosofie della storia e, tornando indietro, affare ha la pretesa reazionaria proprio ad una filosofia della storia che festeggia la sua uscita di scena come “grande narrazione” del secolo scorso.
Affaire ha in sé tutta la qualità di un fatto neutrale di ciò che in etica verrebbe definito amorale, né buono né cattivo, semplicemente dotato di una costituzionalità che sempre va riferendosi ad oggetti in una traduzione italiana che dovrebbe suonare più come cosa. Invero, anche il riferimento ad un oggetto presuppone una coscienza intenzionale, ma mai volta alla prostrazione del vicino che nessuno chiamerebbe cosa, ma persona, individuo e quant’altro.
Una neutralità che però cede il passo alla connotazione verbale. Dire cosa è effettuare una netta demarcazione nell’Essere che è ridotto a cosa appunto. Dire questa pietra è tonda nasconde un atto originario di prevaricazione sull’ente che è preso in trappola dalla nostra natura di datori di nomi.
Fatto vuole che si possa accettare per motivi di convenzione una sottile violenza sugli oggetti, ma una fitta corrispondenza tra persone dialetticamente entrate in contatto è forse duro da assumere o impossibile per alcuni. Non salvo affaire che per la sua amoralità, condanno affare per la sua immoralità.

Giuseppe Marrone    
    


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