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Piste ciclabili a Bologna, Trento e Foggia, un ignobile paragone

Scritto da redazione il 1/8/2010


Piste ciclabili a Bologna, Trento e Foggia, un ignobile paragone

Anni fa fui costretta a trattenermi un mesetto a Bologna, durante l’estate, per far fronte a gravi motivi di salute che misero a serio rischio la vita di mio padre. Mi fermai con mia madre a casa di mio fratello, che lì vive e lavora. Dovendo raggiungere ogni giorno il centro cittadino, e dal momento che mio fratello abitava in periferia, in prossimità del parco, cominciai a far uso quotidiano della bicicletta, alternandola al bus a seconda delle circostanze di tempo e di urgenza che si presentavano. L’intervento di quasi dodici ore andò bene, e permise a mio padre di vivere più o meno dignitosamente ancora due anni (oggi, purtroppo, non c’è più per il progressivo aggravarsi delle condizioni di salute a causa della sua malattia). Ciò che ricordo sempre con piacere, nonostante la tristezza degli avvenimenti, e a parte l’affabilità della gente calda, oserei dire mediterranea, dell’Emilia Romagna, sono proprio le piste ciclabili di Bologna, che stringono a rete l’intera città dall’estrema periferia agli assai noti portici del centro. Ben curate, vengono considerate alla stregua di vere e proprie strade, percorribili dai pedoni, da giovani sportivi che vi praticano la corsa, e dagli amanti estimatori della bicicletta, come mezzo ecologico, silenzioso ed economico per tutti gli spostamenti cittadini. In tutte le grandi città del nord Italia c’è questa diffusa e sana buona abitudine che permette di osservare, oltre ai giovani e ai bambini, anche moltissime signore mature che fanno uso di questo antico mezzo di locomozione per uscire, andare a lavorare, o recarsi a fare spesa e servizi vari. La stessa realtà Bologna la condivide con la città di Trento, immersa nello spettacolare verde delle Alpi, ma giacente in una conca collinare di soli duecento metri di altitudine sul livello del mare. Città dal clima mite, ricca di ossigeno per il fiorente rigoglio naturale, coltivato per offrire ristoro e frescura agli abitanti e ai turisti, numerosi soprattutto nel periodo estivo. Anche Trento, dicevo, è attraversata dalla rete ciclabile che, con gli attuali scompensi dell’inquinamento atmosferico dei gas di scarico, diventa un indispensabile strumento di civiltà e di cultura di cui non poter fare a meno. Un’abitudine elegante e signorile che abbiamo ereditato noi italiani dalla cultura tedesca di Monaco e di tante altre città, ma che è ormai diffusa in tutto il centro nord e nel cuore stesso dell’Europa.
Un discorso a parte, invece, meritano le piste ciclabili di Foggia. Sono poche e scarsamente utilizzabili perché rappresentano unicamente alcuni tracciati viari che non investono a rete la città. Se si decide di prendere la bicicletta per andare da un estremo all’altro, molto probabilmente si sarà poi costretti a noiosissime, quanto pericolose, gimcane, nel traffico cittadino, e per giunta fuori pista. Quei percorsi tracciati per le due ruote spesso e volentieri finiscono per diventare parcheggi non autorizzati per le automobili, che non vengono mai multate per l’infrazione, in costante aumento. Inoltre, le piste ciclabili foggiane, sono mal tenute. Il percorso di Viale Europa è completamente dissestato, e l’asfalto si presenta tutto sbrecciato anche a causa delle radici degli alberi che sporgono dal terreno. Per non parlare di quello che avrebbe dovuto consentire il transito da Foggia all’Incoronata, seguendo l’antico tracciato della mena delle pecore. Il percorso si presenta asfaltato solo fino ad un certo punto, dopo di che diventa esclusivamente sterrato, fino ad un ponticello, ormai divelto, che passa sopra un fiumiciattolo. Per cui chi volesse cimentarsi nell’avventura, perché di questo si tratta, dovrà anche portarsi dietro un canotto gonfiabile all’emergenza per poter guadare il fiume e oltrepassarlo alla sponda opposta. Questa ciclabile venne inaugurata da una visita dell’allora sindaco di Foggia Ciliberti, che mancò poco si facesse accompagnare al suono di fanfare per festeggiare il varo di quella che solo dopo pochi mesi si è ridotta pressappoco ad una mulattiera di città. Dopo l’onore delle autorità, giunte sul luogo a riscattare il loro istante di grandezza, il silenzio pietoso della menzogna delle istituzioni, dimentiche dei reali bisogni ed interessi della gente. Sappiamo tutti degli attuali oneri e dissesti comunali. Ma dove abbiamo messo gli occhi e il decoro? Quando l’Amministrazione comunale smetterà di mangiare denaro e comincerà a rendersi conto dello stato di degrado generalizzato in cui si trova oggi la nostra città? Basterebbe cominciare a viaggiare per confrontare almeno un poco le differenti realtà italiane, se non vogliamo, perché probabilmente nemmeno possiamo, paragonarci agli standard europei (ai quali ci dovremmo invece adeguare!) per capire di quali tempestivi interventi abbia bisogno una città per non collassare pericolosamente su se stessa. Non mi sembra che questo sia chiedere troppo.
Scritto da: Antonietta Pistone


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