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QUALE FUTURO PER L’EUROPA?

Scritto da redazione il 19/2/2013


QUALE FUTURO PER L’EUROPA?

A venti anni dal Mercato unico

Gennaio 1993 – gennaio 2013: non se n’è ricordato quasi nessuno, ma venti anni fa è entrato in vigore il Mercato unico che oggi comprende i 27 Paesi dell’Unione europea. Siamo troppo assorbiti dagli affarucci di bottega, con le imminenti elezioni politiche, il parto laborioso delle liste, il gioco degli schieramenti futuribili. Come potevamo, con questo mare di cose da fare, preoccuparci dell’Europa e del nostro destino nel continente?
Il Mercato unico europeo è ormai maggiorenne, ma continua a navigare a vista. La grande Politica, prigioniera dei piccoli egoismi nazionali, lascia che il vascello dell’economia sia sballottato qua e là dai marosi della finanza aggressiva e stenta ad elaborare uno straccio di strategia sovranazionale che tagli le unghie alla speculazione selvaggia.
Fingiamo di ignorare che è in ballo il destino di quasi cinquecento milioni di persone, ma da noi, non solo non si pone mano ad un vero progetto di integrazione politica, ma c’è anche chi rinnega il valore di quanto finora è stato fatto. C’è chi rimpiange i tempi “favolosi” della nostra lira e il comodo ricorso alla svalutazione competitiva, con la quale ritenevamo di poter mettere una toppa provvisoria sul tessuto lacerato della nostra economia e dell’assetto istituzionale, dribblando sulla necessità di affrontare il tema delle riforme strutturali.
Molti di questi nostalgici della lira sono gli stessi che allora definivano in modo spregiativo la nostra moneta; era la “liretta” rifiutata nelle transazioni internazionali che venivano espresse in dollari. Bastava oltrepassare la dogana di Chiasso per sperimentare il comportamento degli esercenti svizzeri nei confronti degli italiani che esibivano la lira per i loro acquisti. Contribuivamo alla crescita del loro volume d’affari, ma, come contropartita, non solo eravamo taglieggiati dal tasso di cambio, ma dovevamo anche subire la spocchia del loro atteggiamento di superiorità schifiltosa nei nostri confronti. Abbiamo la memoria corta e abbiamo dimenticato che qualcosa del genere accadeva anche quando trattavamo con gli altri Paesi europei.
Di fronte a tutto questo, c’è chi vagheggia la creazione di una moneta “lombarda”. A quando il varo del fiorino, del ducato? Che ne direste del sesterzio?

La lungimiranza
A proposito di moneta unica riportiamo un brano di sicuro interesse: “Non parrebbe controversa la devoluzione alla federazione del regolamento della moneta e dei surrogati della moneta… Sarebbe abolito cioè il diritto dei singoli stati federati di battere moneta propria… Potrebbe essere solo consentito che la zecca o la Banca centrale… battesse esemplari di monete, con impronte diverse per ogni stato, ma con denominazione, peso e titolo uniformi… e tutti dovrebbero essere mutuamente intercambiabili senza alcun ostacolo”.
Sembra scritto ieri, ma risale al 1944 ed è il pensiero di un grande statista liberale, Luigi Einaudi. Lo abbiamo ricordato affinché ognuno di noi possa riflettere sull’abisso che corre tra l’anima politica di settant’anni fa e quella di oggi. Allora i nostri politici si lasciavano apprezzare per la lungimiranza del loro pensiero, oggi abbiamo il capo chino sul quotidiano, sul contingente e inseguiamo gli umori della piazza, con grande gioia dei sondaggisti, novelli aruspici. Allora le nostra personalità elaboravano una visione di futuro, additando agli altri la via da seguire, oggi arranchiamo a fatica dietro un carro guidato da altri Paesi.
Stante la nostra condizione di minorità (derivata, tra l’altro, da un debito pubblico ingigantito al tempo delle cicale), dobbiamo anzi sperare che la corda che ci lega a quel carro non si spezzi, abbandonandoci nelle fauci della speculazione finanziaria internazionale.
Anche nell’assetto europeo – beninteso – c’è qualcosa da emendare. Pensiamo, ad esempio, alla struttura burocratica e al dirigismo che pervade anche settori per i quali non se ne avvertirebbe la necessità. Alcune problematiche, ingigantite dai media, hanno appannato lo slancio europeista, ma la soluzione non è nel ritorno al passato.
Dopo che nei lustri scorsi abbiamo fatto una scelta filoeuropea, cominciando dall’economia, oggi siamo in mezzo al guado e bisogna superarlo non voltandosi indietro, ma rilanciando la posta verso una vera unione politica, da realizzare con i Paesi che davvero credono nel progetto ed emarginando quelli che oggi sono tiepidi e si destreggiano nella palude del doppio gioco.
Non c’è alternativa, se vogliamo che l’Europa riprenda il ruolo che le compete in un contesto internazionale sempre più vigile e agguerrito.
È in gioco il nostro futuro e, soprattutto, quello dei nostri figli e nipoti.

Vito Procaccini


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