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RISCOPRIRE LA SOLITUDINE

Scritto da redazione il 18/10/2013


RISCOPRIRE LA SOLITUDINE

Dal trambusto dell’estate alla ordinarietà dell’autunno
È possibile ritagliarsi il tempo per una pausa di riflessione?            

di Vito Procaccini

Nell'articolo precedente abbiamo fatto cenno alla possibilità nel periodo estivo di trovare un po’ di tempo per riflettere, lontani dagli impegni ordinari. Abbiamo anche osservato come solitamente non cogliamo questa opportunità, perché non riusciamo a liberarci dalle nostre piccole “schiavitù” tecnologiche.
Ne deriva che forse il periodo giusto per ritrovare un po’ di calma è proprio il rientro in città al “travaglio usato” (per i fortunati che hanno un lavoro, ovviamente). L’estate è di per sé dispersiva e ci vede indaffarati a inseguire i vari eventi, a conoscere altre persone, ad allacciare nuove amicizie, a vivere intensamente e avidamente i giorni, come per ricavarne il succo fino all’ultima stilla. Non era così fino a qualche tempo fa, quando si riusciva davvero a rilassarsi; anche il nome era diverso, si chiamava villeggiatura.
In ogni caso, quando la fase vacanziera volge al termine, è del tutto normale avvertire un po’ di magone. “Ogni cambiamento – annotava giustamente Anatole France – ha la sua malinconia, perché quel che si lascia è una parte di noi: bisogna morire ad una vita per entrare in un’altra”. Si tratta, tuttavia, di un fenomeno di breve durata, perché gli impegni quotidiani ci richiamano subito dopo alla realtà. Ecco, allora, che superati i frastuoni dell’estate, il ritorno all’ordinario può consentirci di ritrovare noi stessi nel silenzio e nella solitudine.
Non sono condizioni che si connotano necessariamente in modo negativo, perché avvertiamo la necessità di recuperare un dialogo interiore che possa consentirci di fare il punto della situazione, prima che l’ingranaggio della routine lavorativa ci assorba completamente. In questo modo ci allineeremmo    - probabilmente senza avvedercene – a quello che viene illustrato nelle scuole di management aziendale, dove si insegna che,    dopo aver tracciato un programma di massima dell’attività dell’impresa, si raccomanda di inserire a varie scadenze i cosiddetti momenti di verifica. Sono queste le occasioni per controllare lo stato di attuazione del programma, in modo che, se si evidenziano criticità, sia possibile introdurre tempestivamente i necessari correttivi che consentano di recuperare la rotta giusta. Da queste verifiche potrebbe anche risultare opportuno orientare nuovamente gli obiettivi finali, tenendo conto delle mutate condizioni di partenza.

                                    Una solitudine proficua
Anche nell’ambito delle relazioni sarebbe bene fermarsi in solitudine a meditare, cogliendo la duplice accezione etimologica di pensare e misurare gli eventi. La sosta potrebbe essere utile per verificare lo stato dei rapporti familiari e amicali, per accertare che la strada che stiamo percorrendo sia davvero coerente con i nostri obiettivi di medio e lungo periodo, e assumere poi le decisioni conseguenti con cognizione di causa, sottraendoci dal rischio di comportamenti incongrui, perché dettati dalla fretta.
Ma si avverte anche un’altra esigenza, più strettamente legata alla propria sfera personale. È la solitudine come ricerca di se stessi, come necessità di concentrazione, per accantonare il nostro io superficiale e lasciare emergere quello più profondo, che stenta a manifestarsi proprio perché è sacrificato alla legge non scritta del contingente, che ci vincola nelle pastoie dell’hic et nunc.
                                    Questa ricognizione solitaria ci consentirebbe di staccare per breve tempo l’attenzione dalla routine, dal quotidiano. “L’abitudine – annotava Michel de Montaigne, filosofo francese del ‘500 – ci nasconde il vero aspetto delle cose”. Con questa sosta potremmo osservare la nostra vita come da dietro un vetro, con maggiore obiettività. Potremmo anche frugare negli angoli più riposti, per rimuovere all’occorrenza paure ancestrali, timori irrisolti, per riesaminare la nostra scala delle priorità, per portare alla luce prospettive inedite che, presi dalla fregola quotidiana, non abbiamo adeguatamente apprezzato.
                                    Potrebbe essere anche utile per rinverdire un ricordo su cui si è depositata la polvere del tempo, per gustare una sensazione per troppo tempo trascurata, per recuperare il proprio equilibrio interiore e tornare a riconoscere noi stessi.    Alla fine di questo breve percorso potremmo scoprire di aver recuperato quella padronanza delle nostre azioni che ci consentirebbe di affrontare – come rigenerati – le sfide che ci attendono.
                                    Un’antica storiella propone l’immagine suggestiva dell’acqua di un pozzo. Finché attingiamo continuamente l’acqua con un secchio, il fondo sarà sempre mosso e chi dovesse affacciarsi sull’orlo del pozzo troverà che l’acqua rifletterà quello che vi si specchia con guizzi di luce frammentata, rendendo irriconoscibile ogni cosa. Se però fermiamo per qualche minuto l’attività, l’acqua si cheta e, sporgendoci sul pozzo, riconosceremo agevolmente la nostra fisionomia.
L’acqua ferma diventerà lo specchio della nostra anima e sarà come assaporare un respiro di autenticità e di libertà.


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