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Sciogliere il nodo

Scritto da redazione il 22/2/2011


Sciogliere il nodo

Foggia è una città che puzza di morte. L'ultimo morto ammazzato ieri l'altro. Un ragazzo di poco più di vent'anni. A notte fonda in un locale uno scambio di insulti, poi qualcuno è andato a casa a prendere la pistola. Oggi ho visto i fiori sul luogo. E' dove s'apre un vicolo piscioso, occupato dai tavolini di plastica d'un postaccio per bere che a qualcuno, nella miseria dominante, pare anche trendy. Oggi leggo una lettera di una ragazza di 17 anni a "Repubblica". Dice che i ragazzi non vedono l'ora che arrivi l'età dell'università per scappare da Foggia. "Continuando così, questa città tra qualche anno sarà deserta". Forse lo è già.
I morti ammazzati. Non so quanti ne ho visti, quanti ne ho sentiti in questi anni. Alcuni anni tenevo il conto, poi ho lasciato perdere. Ricordo un poveraccio nel mio quartiere, un pensionato che stava festeggiando il suo compleanno al bar. Morì in un agguato di mafia. Non c'entrava niente: era solo al posto sbagliato al momento sbagliato, come si dice. Il sindaco di allora annunciò una grande mobilitazione della cosiddetta città civile. Non si mosse nessuno, invece. Emerge dalla palude della memoria anche una donna anziana, la cui unica colpa era quella di abitare sopra il negozio di un mafioso. Il quale pensò bene di far saltare il negozio per intascare i soldi dell'assicurazione. Uccidendola. Qualche tempo dopo il centro-sinistra candidò il fratello di quel tale, rampollo di una ben nota famiglia mafiosa. Elio Veltri denunciò la cosa sui giornali nazionali. Ed il candidato sindaco rispose, testualmente: "inteso che sia vero che alcuni candidati siano di livello sociale non elevato o abbiano avuto una qualche difficoltà di integrazione nel tessuto sociale, questo dimostra soltanto che si è voluto privilegiare il criterio della più ampia apertura e democraticità, nel convincimento che la politica è luogo e strumento di formazione, di recupero e di riaggregazione dei cittadini". Una frase che resterà imperitura nel museo della stupidità.
Ricordo di averne discusso animatamente, un pomeriggio, con uno dei miei migliori amici. Mi disse - non riuscivo a credere alle mie orecchie - che in una città democratica tutti sono rappresentati. Anche i mafiosi. Da quel giorno cominciai a sentirmi davvero molto solo. A percepire il vivere qui come uno di quegli incubi in cui ci si trova precipitati nell'assurdo e costretti all'afasia - o all'immobilità.
Per molto tempo ho parlato di quest'incubo con un'amica molto intelligente, molto viva. Che odiava Foggia e la sua gente. Non avevo molto da replicare ai suoi argomenti, ma mi faceva rabbia. A lei la città aveva dato il meglio: famiglia borghese, liceo classico, buone amicizie, locali alla moda. Non sapeva cosa vuol dire venir su in un basso con le buste dell'immondizia a pochi metri dalla porta di casa, le discriminazioni a scuola - se proprio vuoi studiare, il professionale o l'industriale o il magistrale, ché il liceo non è per voi -, gli sciacalli della politica che ti promettono lavoro se voti per loro e la prospettiva dell'emigrazione che si staglia come unica scelta possibile. Anche la mia amica era andata via, ma era una cosa diversa. C'erano, ci sono quelli che vanno via per disperazione, per campare in qualche modo, e quelli che vanno via per realizzarsi. I primi sono i proletari, i secondi sono i borghesi. I primi hanno una struggente nostalgia dell'inferno che hanno lasciato, i secondi sputano veleno contro la città che i loro padri - spesso gli sciacalli della politica - hanno ridotto nello stato in cui si trova. Mi faceva rabbia il suo odio. Perché anche il diritto all'odio va conquistato.
Un pomeriggio discutevamo di questo in uno di quei bus cittadini che a Foggia chiamano circolare. Ad una fermata un ragazzino si alzò per scendere, non prima però di averci lasciato il suo sguardo e le sue parole: "Però Foggia è forte".
Scendeva al quartiere Candelaro, un inferno nell'inferno.
Non è l'unico inferno di questo disgraziato paese, lo so. C'è l'inferno di Gomorra. Ma a Napoli non c'è solo la camorra. C'è anche la bellezza, che il titolo di un altro libro di Saviano contrappone all'inferno. C'è la bellezza del mare, del Vesuvio, dei vicoli, dell'arte, della storia. E' una città trafitta da mille spine, ma che respira. Respira dolorosamente, ma respira. Ansima, ma respira. Ha fame d'aria. Foggia respira il suo stesso veleno, e dell'ossigeno non ha più memoria. Non sa nemmeno di star male. "Però Foggia è forte": mi sembravano parole di speranza. Oggi so che sono le parole di chi non sa che un'altra vita è possibile; di chi è troppo dentro l'inferno per immaginare che vi sia altro - di chi mai ha saputo cos'è l'ossigeno.
Un giorno Danilo Dolci si barricò nei locali del Centro Studi e Iniziative di largo Scalia, a Partinico. Aveva con sé le attrezzature per dar vita alla prima radio libera italiana. E lanciò all'Italia il suo messaggio: "SOS, SOS. In Sicilia si muore". Non durò molto, gli sbirri misero fine a quella iniziativa, come a tante altre di Dolci. Oggi ci sono molti modi per lanciare un SOS. Per dire: guardate, qui si muore. Per dire: fate qualcosa. Ma a chi rivolgere l'appello? E per chiedere cosa? Oggi è tempo di grandi semplificazioni, non c'è il tempo né la voglia di capire. Se c'è delinquenza, allora si mandano gli sbirri. Il nodo non si scioglie, si taglia con la spada. Con i risultati che tutti conosciamo.
Il nodo da sciogliere è in realtà un circolo. La povertà genera ignoranza e sfiducia, che a loro volta alimentano il parassitismo politico ed economico, che genera nuova povertà, nuova ignoranza, nuova sfiducia. Per sciogliere il nodo occorrrebbe cominciare a fare politica vera. Occorrerebbe fare educazione degli adulti (meglio ancora: educazione fra adulti), lavorare sulla fiducia, denunciare i sistemi parassitari, mettere fuori legge i veri fuorilegge, aiutare la gente ad organizzarsi in cooperative, garantire il microcredito per combattere l'usura, lavorare sulla rappresentazione del mondo, sull'immaginario, sulle relazioni.
Bisognerebbe cominciare subito per vedere i primi risultati tra cinquant'anni. Ma è un lavoro maledettamente difficile - e chi vorrebbe farlo è maledettamente solo.

Antonio Vigilante

articolo pubblicato sul blog minimokarma.blogsome.com
in foto (di Antonio Vigilante) Vico Dolo a Foggia


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