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Scuola e società tra contraddizioni e incongruenze

Scritto da redazione il 1/3/2011


Scuola e società tra contraddizioni e incongruenze

Durante l’ultima riunione di Dipartimento abbiamo letto a scuola due documenti sulla valutazione: uno di Mario Comoglio “La valutazione autentica”, l’altro di Michela Mayer “La valutazione delle competenze”. Entrambi parlano del nuovo metodo di verifica, che deve contemplare non più solo le prove oggettive, o test, ma anche tutta una batteria di tecniche di misurazione delle competenze, che spazia dalla classica interrogazione, al posto o alla cattedra, fino al compito scritto, alle esercitazioni grafiche come le mappe concettuali o gli ipertesti computerizzati, o anche alla semplice lettura con commento del testo, al brain storming, alla chiacchierata che riesca a mettere in evidenza le capacità critiche maturate dall’allievo. Entrambi i documenti mirano a sostenere che l’alunno non deve più essere valutato per la sua capacità di lettura, scrittura e interpretazione-espressione verbale, quanto per la manualità pratica, le abilità comprovate, le capacità grafico-artistiche. Chiudendosi, ovviamente, con una solenne raccomandazione ai docenti: che i loro giudizi non si discostino molto gli uni dagli altri, nella stessa disciplina, e da consiglio a consiglio. Come insegnante di Storia e di Filosofia di un liceo scientifico devo riferire di aver provato immediatamente un certo imbarazzo nel leggere ai miei colleghi le nuove indicazioni che ci vengono consigliate per la valutazione dei nostri allievi. In quanto istituto liceale, credo che la mia scuola debba fornire agli utenti in uscita delle capacità, seppur minime, di lettura, scrittura e decodificazione di un testo scritto. E mi aspetto anche, come docente di discipline umanistiche, che i miei allievi sappiano sostenere una conversazione con proprietà di linguaggio. Mi sembra, invece, di    andare a sminuire gli obiettivi dei nostri insegnamenti se si vogliono a tutti i costi equiparare le finalità intrinseche di un liceo scientifico a quelle che io ritengo essere le specificità di altri indirizzi di studio, come gli istituti professionali, i tecnici o i licei d’arte. Non dimenticando che le prove di un concorso per trovare un posto di lavoro contemplano sempre la prova scritta ed il colloquio con la commissione; per cui quelli che oggi a scuola possono sembrare obiettivi di noiosa e pedissequa formalità, potrebbero in futuro trasformarsi in requisiti indispensabili per acquisire un titolo di merito e fare ancora la differenza tra chi riesce ad ottenere un posto di lavoro e chi dovrà restare a casa.
Abbiamo svolto l’assemblea di istituto in una sala cinematografica presso la città del cinema di Foggia, come accade ormai da più di un anno per la carenza di spazi ampi che possano permettere a tutta la scuola di aggregarsi e discutere i problemi comuni. Le mie classi hanno visto il film di Michele Placido “Il grande sogno”, metafora del Sessantotto e della rivoluzione giovanile di quell’epoca. Ma anche grande faro su una generazione che si è bruciata il futuro protestando e distruggendo l’antico senza avere la concreta possibilità di costruire il nuovo. Alcuni interventi di colleghi che hanno vissuto direttamente l’esperienza di quegli anni hanno illuminato la platea sulle conquiste più importanti della collegialità scolastica, come le assemblee di classe o di istituto mai concesse prima di allora, o l’appello universitario con cadenza mensile, che ha permesso a tanti fuori corso di laurearsi abbreviando i tempi di permanenza nelle accademie. Al termine della proiezione mi sono guardata attorno e ho visto solo uno scenario di desolazione, come se in quella sala fosse passata una tribù di indigeni rozza e senza civiltà alcuna. Bottigliette di coca cola erano dappertutto. I popcorn erano sparsi a terra accanto ai loro vuoti contenitori che nessuno aveva avuto cura di portare via con sé o di buttare nei cestini prima di uscire dal cinema. Mi sono chiesta come abbiamo potuto assistere senza reagire fino a questo punto. E ho pensato alle battaglie che facciamo noi giornalisti con i nostri articoli per denunciare il degrado ambientale. A quelle che conducono da tempo tutti i benpensanti, sempre isolati nella loro “stranezza” incomprensibile ai più. E mi sono sentita sola come quei rari cittadini quando ho dovuto aspramente rimproverare per il loro indecoroso comportamento i ragazzi seduti accanto a me.
Ho pensato anche che, secondo la Riforma Gelmini, noi docenti di Storia e Filosofia dovremo sostituire l’insegnamento di Educazione Civica, tanto voluto dai Padri Costituenti come Aldo Moro, con quello di Cittadinanza e Costituzione. E ho immediatamente ricordato le nostre aule scolastiche dopo cinque ore di lezione, lasciate dai nostri allievi, futura classe dirigente del Paese, in condizioni non troppo diverse dalla sala cinematografica che ci ha ospitato per la visione del film. E il chiasso indecoroso di quasi tutti i gruppi classe durante le verifiche verbali dei loro propri amici e compagni.
Poi ho realizzato che il diritto alla protesta è sacrosanto alla loro età. Ma c’è un modo di chiedere il cambiamento alternativo alla rivoluzione sessantottina. Ed è quello delle idee, dei progetti politici (non di partito!), e della scrittura. Esiste un’alternativa democratica alla violenza, che è la nonviolenza come metodo di lotta pacifica, ma è anche la denuncia aperta e legittima delle inadempienze degli adulti, purché sia condotta con il rispetto dell’interlocutore, e sia agita con i mezzi democratici del dialogo e del confronto sereno con l’altra parte in causa. E ciò che mi preoccupa è proprio il dubbio assillante sulle capacità reali dei nostri giovani di utilizzare questi strumenti di libertà, soprattutto se noi docenti dovessimo assecondare quegli obiettivi che alcuni pedagogisti ravvisano nei nuovi criteri di valutazione, andando a premiare la manualità sul pensiero critico, sulle capacità di lettura e di interpretazione degli eventi. Abolendo di fatto anni di lotta per l’emancipazione culturale ed intellettuale delle future classi dirigenti del paese. Costringendole all’immobilità determinata dalla loro ignoranza delle strategie di alternativa democratica. E questo mi fa rabbrividire più di un film dell’orrore. Perché è il rischio che prospetta a noi la società del vuoto e del consumismo della cultura autentica, capace di far diventare tutti bravissimi fabbri e mestieranti, ma senza sguardo profondo sull’avvenire e privi perciò di un futuro storico e progettuale che sia almeno immaginabile e dunque finalmente possibile.
Le nostre città sono lo specchio di questo lungo disagio provato da tutti nel corso dell’epoca che stiamo vivendo. Foggia sta diventando uno degli scenari del degrado e dell’incuria civica più vicini a quelli che ci prospetta la bella Napoli di Saviano, con i suoi morti ammazzati, la mafia degli appalti e dei rifiuti, il compromesso con i poteri alternativi a quelli dello Stato diventato ormai un comune modus vivendi et operandi.
Sarà anche per questo motivo che proliferano associazioni più o meno politicamente orientate, che cercano di riportare (ma davvero?) la città nell’alveo della legalità e della giustizia operative. O gruppi spontanei, come quello degli Amici della Domenica recentemente creatosi a Foggia come frutto del malcontento di alcuni cittadini particolarmente sensibili allo stato dell’arte della nostra città. Da insegnante liceale mi rendo conto, oggi più che mai, che i nostri giovani mancano di ideali, ripiegati come sono totalmente nel loro individualismo esasperato che diventa menefreghismo civile e si traduce in atti indecorosi e vili nei confronti del bene pubblico. Perché si è smarrito il senso della collettività. O perché, in fondo, la collettività è ormai una di quelle parole vuote che non significano più nulla. E l’importante è stare bene con se stessi e con i pochi amici che si hanno. Purtroppo non si comprende ancora, e chissà che non lo si debba capire troppo tardi, che i legami di appartenenza si sono ormai allungati e amplificati rispetti ad anni fa, e che il lontano non è poi così lontano come sembra. E, prima o poi, ciò che è nell’hic et nunc estraneo alla nostra realtà diventerà parte integrante della storia che stiamo vivendo e della cultura del nostro popolo. E ciò avverrà nel bene ma anche, purtroppo, nel male.
Antonietta Pistone


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