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TRA POSTMODERNO E FUTURO

Scritto da redazione il 1/5/2014


TRA POSTMODERNO E FUTURO

Quale atteggiamento assumere di fronte al cambiamento
TRA POSTMODERNO E FUTURO
Nel precedente scritto (Gazzettaweb del 4 marzo) abbiamo accennato all’homo faber contemporaneo che, collocandosi al centro dell’universo, ritiene di poter disporre a proprio piacimento della natura, del tempo, della storia. Tanto per citare un piccolo esempio della potenza della tecnologia, ricordiamo che con una motosega bastano pochi minuti per abbattere un albero plurisecolare. In questo scontro tra i minuti e i secoli ritroviamo la radicale contraddizione del nostro tempo, teso a colonizzare ogni risorsa del presente, incurante di depredare, così, il futuro. Il risultato è che negli ultimi 50 anni è scomparso il 17% della foresta amazzonica, un ambiente prezioso che tutti gli scienziati definiscono esiziale per il clima di tutto il pianeta.
E il futuro? Chi vivrà vedrà. E allora avanti con la motosega per le industrie del legno, che fanno da apripista ai coltivatori e poi agli allevatori, per soddisfare il bisogno mondiale di carne che cresce in maniera esponenziale.
Gli eventi degli ultimi tempi, però, con le alterazioni climatiche, i dissesti idrogeologici, gli “incidenti” alle centrali nucleari, cominciano a generare, nelle menti più avvertite, una sensazione di insicurezza da cui scaturisce qualche domanda. Verso quale futuro ci stiamo orientando? Esistono oggi personalità spiccate o organismi multinazionali in grado di tracciare un percorso? Quale atteggiamento assumere nei confronti del cambiamento?
Con c’è dubbio che il cambiamento sia connaturato alla stessa condizione dell’uomo. Chi vi si oppone arroccandosi in posizioni cristallizzate è destinato – prima o poi – al fallimento.
Altro atteggiamento è quello di assecondare il cambiamento, assorbendone la carica innovativa e determinando nel contempo le fasi di una graduale evoluzione. Su questa linea l’umanità si è mossa in tempi moderni, ponendo in evidenza – secondo l’insegnamento di Hegel – l’individuo rispetto alla comunità. Il singolo soggetto diviene così il portatore di una razionalità critica, che mette in discussione le verità “storiche” veicolate dalla tradizione attraverso le istituzioni comunitarie.
Questa razionalità non si manifesta necessariamente in modo dirompente; più frequentemente si presenta in chiave dialettica, ponendo la ragione come mezzo per l’emancipazione umana. È in fondo la lezione dell’illuminismo che credeva ad un progresso possibile.
Il postmoderno
Col sopraggiungere della rivoluzione industriale la possibilità è divenuta certezza, trasformando il progresso in quella che viene definita “ideologia arrogante”, che ha aperto le porte ai totalitarismi. Ci affacciamo così a ciò che il filosofo francese Jean François Lyotard ha felicemente esposto ne “La condizione postmoderna”, uno studio illuminante sul sapere scientifico e sulla società contemporanea.
Scienza e società sono cantieri aperti. La prima si manifesta nella moltiplicazione di punti di vista sempre nuovi ed efficaci in ambiti parziali e che non necessitano di essere inquadrati in un sistema complesso. Analogamente la società è quanto mai pluralista, avvantaggiandosi della proliferazione dei mezzi e delle tecniche di informazione e comunicazione che, a loro volta, rifuggono sia da controlli superiori, sia da enunciazioni di valori che abbiano rilevanza universale.
Lyotard conia l’espressione del “postmoderno” nel 1979 e si rivela arguto profeta della nostra epoca contemporanea, in cui si rigetta una razionalità monolitica e si sviluppa una pluralità indefinita che schiude ad ogni fase orizzonti nuovi all’inventiva e alla creatività.
È questa la fase che viviamo oggi.
Riepilogando, non è certamente il tempo in cui si possa optare per una resistenza al cambiamento. Vero è che il “nuovo” non va accolto solo perché è tale, ma la    difesa ad oltranza dello statu quo sarebbe una posizione antistorica e comunque difficilmente difendibile.
La resilienza
D’altro canto il secondo atteggiamento, di “attenzione al cambiamento”, che abbiamo delineato e che si manifesta in un progressivo adattamento al nuovo, non è sempre praticabile. Forse ha fatto il suo tempo. Può essere adatto per quei settori – ormai sempre più residuali – in cui l’evoluzione consente un progressivo adeguamento perché è lenta e costante, come il fiume (cui abbiamo accennato nel precedente scritto) che scorre pigramente verso il mare.
Questo è l’atteggiamento della resilienza, termine che la psicologia ha mutuato dalla tecnica e che evoca la proprietà di alcuni materiali di resistere agli urti senza spezzarsi. Lo usò per la prima volta nel 1955 la psicologa Emmy E. Werner (Università della California), dopo che per 30 anni aveva studiato circa 700 bambini hawaiani, per i quali le condizioni familiari di origine avrebbero nel tempo causato disagi psichici. Werner accertò che questo non avvenne per una settantina di essi, perché avevano evidenziato una capacità a sviluppare fattori protettivi capaci di ridurre gli effetti di difficili contingenze della vita.
La resilienza è invece improponibile in altri settori, come quelli dell’informatica avanzata. Qui il fiume è diventato un torrente tumultuoso che si disperde in mille rivoli, rimbalzando e schiumando tra i massi. I rivoli sono gli ambiti di ricerca scientifica e tecnologica sempre più specialistici e rivoluzionari; i massi sono i tentativi di resistenza frapposti da chi non si rassegna al cambiamento. Le acque si frangono sull’ostacolo, ma in definitiva lo ignorano, perché subito dopo si ricompongono e proseguono la corsa verso il fondovalle, recando i detriti delle resistenze che sono riuscite ad asportare.
È questo il nostro tempo, angosciante se non riusciamo a seguirne il ritmo, stimolante per la sua freschezza e imprevedibilità.
Abbiamo – come singoli e come comunità – gli strumenti per decifrarlo?

Vito Procaccini        


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