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Terremoti dopo il mille

Scritto da redazione il 13/6/2010


Terremoti dopo il mille

Recenti scavi archeologici, condotti in territorio di San Giuliano di Puglia dalla Sovrintendenza Archeologica di Campobasso, che fa capo alla prof. Angela Di Niro, hanno riportato alla luce una “villa rustica” risalente al I secolo a.C.
Interessanti reperti ceramici, vitrei e bronzei, tra cui vasi e monili, insieme ad una parte di pavimento a spina di pesce, che ospitava un torchio (torcular) per la spremitura di uve ed olive, fanno pensare ad una frequentazione costante della “villa”, ma dagli esami effettuati sui ritrovamenti si deduce che essa è stata abbandonata quasi improvvisamente. Perché? Sicuramente in seguito ad un evento disastroso, molto probabilmente un terribile terremoto che ha causato la dismissione della struttura stessa.
Quindi la constatazione della ripetività del fenomeno tellurico che da secoli opprime le    terre molisane e tutte quelle circonvicine, compreso l’Abruzzo, la Campania, la Puglia e soprattutto il Gargano, invita a fare un percorso a ritroso, anche se in modo rapido.
                                                                                        
Nei secoli passati mancavano dati strumentali che potessero spiegare i terribili fenomeni naturali che tanta distruzione e morte causavano all’uomo, per cui soltanto attraverso le descrizioni più e meno esatte di quanto accadeva, talvolta scritte e talvolta purtroppo soltanto orali e tramandate di generazione in generazione, si riusciva a capire in qual modo il fenomeno si fosse verificato e quali conseguenze avesse portato.
Passata l’epoca delle credenze e delle superstizioni, durante la quale l’aurora boreale o l’ecclissi di luna, così come i fulmini o le tempeste o il tremare della terra potevano essere cattivi presagi per le popolazioni che registravano tali fenomeni, molte cose oggi sono cambiate.    
Con l’evoluzione degli studi, che nel 1800 e nel 1900 hanno raggiunto risultati insperabili, oggi è infatti possibile affidarci non soltanto alle descrizioni puntuali e circostanziate dei cronisti e degli storici, ma anche e soprattutto ai perfezionati e sensibilissimi strumenti atti a misurare la “magnitudo” delle scosse telluriche, di cui la più alta registrata dai sismografi pare non abbia mai superato i 9 gradi fino ad oggi.
L’intento di questo breve “excursus” sui terremoti che hanno colpito le nostre zone è quello di portare a conoscenza dei più, attraverso una lettura agile e non impegnativa, quello che già in modo esaustivo è stato trattato dagli studiosi dell’argomento, cui si farà costante riferimento.
Senza accennare ai terremoti verificatisi in epoche preistoriche, di cui si hanno notizie indirette attraverso relazioni di scavo (ben noto agli studiosi è quello del 664 a.C., come risulta da un recente lavoro di ricerca archeologica di A.Gravina, G Mastronuzzi, P. Sansò del 2005, “Evoluzione olocenica e dinamica insediativa antropica della piana costiera del fiume Fortore”), si può ben dire che i fenomeni sismici che hanno interessato l’Italia attraverso i secoli sono numerosi, come viene ampiamente registrato nel volume di M. Baratta, il quale nel 1901 pubblicò “I terremoti d’Italia”.
Per quanto riguarda le nostre regioni, bisogna riconoscere, insieme ad autorevoli studiosi del fenomeno, che si tratta di terre sismicamente attive, se si considera la frequenza con cui esse sono state colpite da simili calamità nel corso dei secoli.
Quasi con ritmo incessante i terremoti si sono infatti verificati dopo il Mille, anche se si ricorda un terribile terremoto del giugno 847, con epicentro nel Sannio, di una intensità pari al decimo grado, secondo quanto riportano numerosi Autori del passato.
Ne parla il “Chronicon Vulturnense”, da cui si apprende che notevoli furono i danni subiti anche dal Monastero benedettino di San Vincenzo al Volturno, un monastero che ha segnato la storia di queste terre.
Fondato nel 705, bell’esempio di architettura carolingia, l’Abbazia è stata distrutta nell’881 da una feroce banda di guerrieri arabi, ma ancora oggi è meta preferita di turisti colti, i quali si soffermano estasiati davanti alla teoria degli archi duecenteschi che precedono il complesso architettonico rimaneggiato nei vari secoli, tuttora bella testimonianza di fede e di arte.
Anche il Baratta nel suo già citato volume si sofferma sul terremoto dell’847: “Per questo parossismo Isernia fu quasi interamente distrutta, con grande numero di vittime”, così come lo storico fiorentino Scipione Ammirato, il quale così scrive a proposito dei danni subiti dalla stessa città di Isernia: ”…l’anno 847 pe’ grandi terremoti succeduti quasi tutte l’habitationi d’Isernia caddero a terra, con morte di molti cittadini, e del proprio Vescovo, senza li altri luoghi che restarono in gran parte abbattuti”.
A voler fare invece un rapido “excursus” sui vari terremoti verificatisi dopo il Mille, cerchiamo di far ricorso a quanto hanno osservato e scritto i più attendibili storici dell’epoca, da Leone Ostiense nel suo “Chronicon Monasterii Casinensis” a Falcone Beneventano nel suo “Chronicon Beneventanum” (rispettivamente del 1000 e del 1100), e poi da V. Ciarlanti nella sua “Cronaca” (nel 1600) a G. Andrea Tria nelle sue “Memorie storiche” (1700), tanto per citarne alcuni dei secoli successivi.
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Di grande portata fu il terremoto del 1117, come riferisce Leone Ostiense, dal quale si apprende che furono atterrate le mura e le torri di molte città italiane: “terraemotus magni per totam fere Italiam facti sunt”.
Lo stesso avvenne nel 1120, quando le scosse si ripeterono per più giorni “con gran rovina” soprattutto nel basso Molise (con epicentro presso Larino) e nella vicina fascia dauna, mentre nel 1125 fu la vicina Benevento ad avere la peggio, anche se i centri molisani di Riccia e di Boiano furono distrutti quasi completamente.
Della “magnitudo” di questo spaventoso terremoto del 1125, durante il quale fu “sotterrato” il monastero di San Felice, in cui era sepolto e conservato il corpo di San Leo confessore, così scrive Falcone Beneventano nel 1137, quindi pochi anni dopo il tragico avvenimento: “…terraemotus subito cactus est inauditus: ita quod universi nos exterriti mortem expectabamus. Terraemotus vero sic terribiliter accidit, quod turres, palatia et universa civitatis aedificia, concussa tremebant, terra quoque et faxa a tanti terraemotus formidine, in duas partes scissa sunt”.
Testimonianze di ulteriori distruzioni a causa di sconvolgimenti tellurici sono riferibili al 1294 (quando vennero presi urgenti provvedimenti dalle università del Molise per la riduzione delle tasse), al 1300, al 1305, al 1309, e soprattutto al 1349, con un terremoto “terribilissimo”, descritto dal Ciarlanti, terremoto che non solo colpì tutta l’Italia centrale in concomitanza col diffondersi della peste nera, ma “si fece sentire anche in Germania e in Ungaria…….e operò danni inestimabili, ma quel che più ammirano gl’Historichi è ch’abbia operato in uno stesso tempo in sì lontanissime e vastissime Province”.
Né si sottrasse alla distruzione, nuovamente, il Monastero di San Vincenzo al Volturno insieme ad altri famosi Monasteri del circondario, come quello di Montecassino; e morirono molti monaci, insieme a gran parte delle popolazioni dei centri vicini, quali Isernia e Venafro, e soprattutto San Giuliano di Puglia , il piccolo centro terribilmente distrutto dal terremoto dell’ottobre del 2002, durante il quale perirono tragicamente ben 22 bambini che al momento si trovavano nella loro scuola.
Nel luglio 1399, alla vigilia del giubileo del 1400, nuove scosse e rovine nell’Italia centrale, con ripercussioni specialmente in Molise e Abruzzo.    Naturalmente in piena epoca medioevale i vari segni della natura (signa o monstra), quali eclissi, terremoti, aurora boreale, stella cometa, tutti ben annotati e registrati nelle cronache e negli annali, costituivano materia per profezie catastrofiche del tutto negative. Erano infatti ritenuti “segnali divini”, come scrive Franco Cardini sul Sole 24 Ore dell’11 novembre 2007 (“Catastrofi e altri messaggi”).
Si deve infine all’Arcivescovo di Firenze S. Antonino, autore di una interessante “Cronaca”, la descrizione dell’”ingentissimus et potentissimus” terremoto del 1456 (seguito a quelli del 1453 e 1454, quando Costantinopoli cadde nelle mani dei Turchi), verificatosi il 5 dicembre e protrattosi fino al 30 dicembre con scosse quasi continue, che rase al suolo molti paesi del regno di Napoli, compresa la Capitanata, l’Abruzzo e il Molise, tra cui di nuovo il “castrum Sancti Juliani” il quale “restò subissato dal tremuoto” (come riferisce il Tria)    ed anche “l’antica città di Larino in Capitanata fin da’ fondamenti con morte di 1313 persone”, come riporta il Summonte.
“Un tremuoto spaventevole desolò tutte le contrade dell’antico Sannio, ed estese i danni anche nella Terra di Lavoro e fin nel Lazio” (riportano alcuni storici del Regno), con tristi conseguenze. Ancora una volta San Giuliano di Puglia fu tra i centri più colpiti, con numerosi morti.
In tale rovina “ molte famiglie dell’Albania e dell’Epiro, non soffrendo le barbarie del Turco, si ritirarono nello Stato Veneto, in Sicilia…” (scrive ancora il Tria nelle sue “Memorie storiche, civili ed ecclesiastiche della città e diocesi di Larino”) e formarono vere e proprie colonia (caso emblematico a Santa Croce di Magliano) messe però al bando nel 1549, un secolo dopo, per ordine della Regia Camera della Sommaria.
Ai terremoti del 1542 e del 1601 seguirono: quello terribile del 1625, con epicentro presso Termoli, dove gravi danni riportò la facciata della cattedrale duecentesca, e quello ancor più grave per la Capitanata, il sisma del 1627, di cui molto dettagliatamente ci ragguaglia il Lucchino (testimone oculare delle stragi) nella sua cronaca del 1630: “Del terremoto che addì 30 luglio 1627 distrusse San Severo e terre convicine”, terremoto che colpì meno gravemente anche l’Abruzzo e la Campania, insieme al Molise, interessando soprattutto la fascia confinante con la Puglia.
Del terremoto del 1638 riferisce ampiamente Cesare Recupito in “De novo universa Calabria terremotu congeminatus nuncius”: “Non multo post deflexere in Apuliam urbe S. Severo et oppidis dirutis non ignobilibus…. Paucis post annis….Neapolim…Herculano…. Pompejis…. Campania….Postremo Calabriam….Inde Lucania….Tarentum…..”. E quindi “orbati parentibus filii, parentes filiis, viduati coniugibus coniuges”.
Dopo il terremoto del 1646, che interessò in particolar modo il Gargano, è seguita una vera strage procurata in tutto il regno di Napoli (soprattutto il Beneventano), alla vigilia della Pentecoste dell’anno 1688 (come si apprende da Marcello Bonito nella sua opera “Terra tremante”) da un altro memorabile terremoto, che rase al suolo molte abitazioni, insieme a chiese e palazzi e conventi resi tutti inagibili per lungo tempo, distruggendo anche Smirne “città di gran traffico –scrive Bonito- molto popolata, dove morirono 30 mila persone di diverse nationi ….”. Soprattutto perché la città “era costruita la maggior parte di tavole…”, come è ben testimoniato da alcune lettere di mercanti dell’epoca.
Il secolo 17° si concluse con altri due terremoti, quello del 1689 (dal 21 settembre in poi), che colpì quasi tutta l’Italia (specialmente Bari, Barletta e Andria in Puglia), l’Austria e la Turchia., e quello del 1690, che colpì notevolmente Venezia e l’Istria, con Costantinopoli e Vienna.
Anche il 1700 fu un secolo di danni e disgrazie per il Molise e per il vicino Abruzzo, i quali a causa dei terremoti, il più forte dei quali si verificò nella primavera del 1794 (meno intensi furono quelli del 1712 e del 1786), videro devastate le loro piccole e grandi città che nel corso del secolo erano risorte, abbellite e ingrandite con l’avvento delle nuove idee illuministiche e del nuovo progresso economico e sociale. Notevole fu anche il terremoto del 1731 che colpì in particolar modo la Capitanata, i cui danni sono ben documentati nell’opera di V. Tito “Memorie…” del 1859.
Né fecero in tempo gli abitanti dei centri colpiti a completare la ricostruzione, perché nell’arco di pochi anni, nel 1805, verso le ore 2 e mezzo del 26 luglio, vennero nuovamente travolti dalle potenti scosse telluriche, del tutto simili a quelle possenti del 1456: tutti i monti dell’Appennino furono sconvolti da continui sussulti, e tra le popolazioni del Sannio e della Frentania i morti furono circa sei mila, come si legge nelle cronache dell’epoca.
Di questa immane tragedia e dei tanti presagi funesti da cui era oppressa la gente per il verificarsi di strani fenomeni (l’acqua sorgiva che diventava sporca, l’odore di zolfo che si diffondeva nell’aria) parla anche il Colletta nella sua “Storia del reame di Napoli…“, mentre numerose testimonianze dei tristi eventi del 1805 si possono trovare negli archivi diocesani e nei registri parrocchiali di alcuni centri molisani, là dove i parroci sono stati molto attenti nell’annotare i tristi eventi (da: “I terremoti nel Molise”, di R. Lalli, su “Il foglietto” di Lucera, 2004).
Francesco De Ambrosio, nelle sue “Memorie storiche della città di San Severo in Capitanata” pubblicate a Napoli nel 1875, conferma quanto già era stato annotato dagli storici suoi contemporanei: “e precisamente a’ 26 luglio 1805 il terribile tremuoto detto di Sant’Anna cagionò alla città gravissimi danni, mentre molti villaggi rovinò nel vicino Molise”, dove molto elevato fu il numero di vittime, con 5570 morti e 1583 feriti su una popolazione totale di circa 100.000 abitanti.
Gabriele Pepe, nel suo “Ragguaglio istorico-fisico del tremuoto accaduto nel Regno di Napoli la sera de’ 26 luglio 1805”, descrive in modo vivo e drammatico le situazioni in cui egli stesso si era venuto a trovare durante il giro di “verifica” tra mucchi di macerie e rottami di ogni genere, tra pianti e grida e disperazione di uomini e donne e bambini; aveva voluto “toccare con mano”, come si suol dire, il dramma delle popolazioni colpite, inebetite di fronte alle stragi che la natura aveva inflitto a uomini e cose.
Quel terremoto ancora oggi ricordato come “terremoto di Sant’Anna” procurò, oltre ai danni ingenti, anche “molti sconvolgimenti nel terreno”, come riferisce il Baratta, e “si aprirono molte aperture considerevoli e profondissime”, che diedero origine a tre nuovi torrenti presso Boiano e alla nascita di un lago in altra zona, cose inaudite per le popolazioni dell’epoca, mai verificatesi nell’arco dei secoli precedenti.
I gesti di solidarietà e di collaborazione non mancarono allora tra i superstiti, i quali, come più di recente si è verificato a San Giuliano di Puglia durante il terremoto del 2002, cominciarono “a scavare con un’attività straordinaria, ed una tale generosa azione che in molti luoghi fu portata all’eroismo e veniva premiata dal soave sentimento che si gustava nel liberar molti infelici dalla mano della morte”.
Né si fermarono le scosse negli anni successivi, lasciando sempre in ansia gli abitanti delle zone colpite, anche se i terremoti del 1806, del 1807, del 1821 (con epicentro nel mare Adriatico) e del 1825, che spaventarono la popolazione e causarono “qualche lieve guasto ad alcune case” (Baratta), non raggiunsero mai l’intensità di quello così detto di Sant’Anna, come viene riportato anche dal “Catalogo dei terremoti italiani” del 1985.
Il 1800 pare che fu invece il secolo in cui si registrò il maggior numero di terremoti, con danni alterni alle varie città di buona parte del Sud, fino alla fine del secolo, nel 1898 e nel 1899.
Memorabili sono infine i terremoti dei primi anni del 1900, che si abbatterono in modo più violento nella vicina Campania (Casamicciola dell’isola d’Ischia fu rasa al suolo); ma terribile fu soprattutto il terremoto-maremoto del 28 dicembre 1908, che distrusse completamente Messina e in gran parte Reggio Calabria, con ben 130 mila morti e il 90 per cento delle case distrutte,, come viene ampiamente documentato in un recente libro di Giorgio Boatti: “La terra trema” (2004).
Furono gli Stati Uniti d’America, allora, a dare il maggior conforto ed aiuto ai terremotati, provvedendo alla ricostruzione delle città distrutte ed al sostentamento materiale delle popolazioni colpite, come bene è stato documentato, con gigantesche fotografie, nella Mostra allestita a New York nel 2008 (cento anni dopo) negli ampi spazi del Terminal Center.
Nel 1913 ebbero peggior fortuna molte zone del Molise, in particolar modo quelle della provincia di Campobasso, dove gli abitanti, ridotti sul lastrico, ottennero dal Governo centrale dei risarcimenti per riparare i danni subiti dalle loro case, come risulta da molteplici documenti dell’epoca.
Anche gli sconvolgimenti tellurici del 1930 furono di grossa portata, come è ben testimoniato da fra Matteo da Monte Sant’Angelo, uomo saggio e virtuoso, che aiutò gli abitanti dell’Irpinia (dove visse e morì), la quale subì un ulteriore duro colpo anche nel 1980.
Il violento terremoto dell’ottobre 2002 ha infine segnato tristemente l’inizio del terzo millennio, colpendo non solo il Molise, con la tragedia di San Giuliano di Puglia, ma anche e notevolmente la fascia limitrofa del Subappennino dauno (Carlantino, San Marco La Catola, Celenza Valfortore, Pietra Montecorvino, Motta Montecorvino, Castelnuovo…), che ancora oggi piange sui gravi danni subiti e non ancora riparati e risarciti.
Più recente e di notevolissima portata, fino al 9° grado della Scala Mercalli, il terremoto del 6 aprile 2009, alle ore 3,32, che ha raso al suolo la città dell’Aquila, distruggendo nel contempo circa 49 piccoli centri del circondario, ormai rasi al suolo. I morti    registrati sono    circa 300, mentre una popolazione di ben 50-70 mila persone è rimasta senza tetto. Ed oggi per fortuna, testimoni noi uomini del terzo millennio, si sta gradualmente procedendo alla ricostruzione.
REDAZIONE SILVANA DEL CARRETTO


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