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VERO BENE BELLOSEMPRE INTRECCIATI

Scritto da redazione il 20/6/2014


VERO BENE BELLOSEMPRE INTRECCIATI

VERO BENE BELLOSEMPRE INTRECCIATI

(Alcune considerazioni sulla giornata per la Scuola in piazza S. Pietro il 10 maggio 2014 e sulla riabilitazione di don Lorenzo Milani,    “prete scomodo”) .

di Antonietta Zangardi

Sabato 10 maggio, in piazza S. Pietro si è festeggiata la Scuola, quella pubblica statale e quella paritaria, insieme.
Striscioni, cartelli, cori,    inneggiavano tutti al progetto della Conferenza Episcopale Italiana “La Chiesa per la Scuola”, tema che coinvolge tutti.
Sorprende il motto, tanto caro, “We care” cioè “A noi importa. Ci sta a cuore”, preso da “J care” di don Lorenzo Milani,il cui pensiero educativo ha accompagnato molti insegnanti che lo hanno avuto come modello, compresa me.
Sentivo in televisione gli attori che leggevano i pensieri di don Lorenzo Milani e mi meravigliavo sempre di più. Don Lorenzo non fu amato nella Chiesa degli anni Sessanta del secolo scorso,“ il ribelle obbediente”, che pur se relegato, per punizione, in una sperduta parrocchia del Mugello, a Barbiana è riuscito a costruire un’esperienza di vita e di educazione senza uguali.
Mentre lo spettacolo di musica e di gioia continuava, le parole di don Lorenzo risuonavano nella piazza, grazie alle voci di attori come Giulio Scarpati, Michela Cescon e Andrea Bosca.
Chi era don Lorenzo Milani?Era un prete educatore scomodo, a lungo frainteso e ostacolato dalle autorità scolastiche, anche da una parte di quelle religiose.
Don Milani è stato una delle personalità più significative del dibattito culturale del secondo dopoguerra e la sua vita rappresenta ancora oggi una grande testimonianza di fedeltà nella sua scelta di essere dalla parte degli ultimi.
Rimasero attratti dalla sua opera, grandi personalità della cultura del tempo, Luigi Einaudi, primo Presidente della Repubblica Italiana e Tommaso Fiore, scrittore meridionalista, col quale don Milani intrattenne una fitta corrispondenza epistolare.
Don Lorenzo Milani era nato a Firenze nel 1923, da una ricca e colta famiglia borghese. La mamma era di origine ebraica, da giovane era stata a lezione d’inglese da James Joyce. Il padre era laureato e conoscitore di varie lingue, chimico, con il dono della poesia. Avevano sulla religione un atteggiamento laico e distaccato.
Don Lorenzo studiò al liceo Berchet di Milano, mostrando sempre un’indipendenza e un’audacia fuori dal comune. Contro il parere dei genitori, non s’iscrisse all’Università, ma frequentò l’Accademia delle Belle Arti di Brera. Si convertì al Cristianesimo e divenne prete.
In questo articolo non parlerò del prete, perché vi sono altre sedi più idonee a farlo, e nemmeno avrò la presunzione di esaurire il discorso su questa esimia personalità dello scorso secolo.
Tra i suoi scrittivoglio ricordare “Esperienze Pastorali” del 1958 e“Lettera a una professoressa”che uscì nel 1967, un mese prima della sua morte.
Il contesto storico in cui sono maturati sia il pensiero sia l’opera di don Milani è quello degli anni Cinquanta dello scorso secolo, quando la Costituzione, da poco approvata, rimaneva la Carta Magna della rinata democrazia, ma solo negli intenti. Nel sociale permaneva una condizione di sistematica ingiustizia, che penalizzava e teneva ai margini i ceti più deboli.
La missione di don Milani passerà come un’eresia.
I contraddittori erano la sua passione. Le suePRIORITA’consistevano:
• nella lotta in difesa degli ultimi e dei poveri,
• nell’obbligo di abbattere il muro dell’ignoranza civile,
• nella volontà di mettere in atto un intervento alternativo, fondato su un’opera di promozione umana, con al centro l’insegnamento della parola come mezzo di comunicazione.
Dopo la pubblicazione e la condanna da parte della Chiesa, del suo libro Esperienze Pastorali, perché “inopportuno”, don Lorenzo fu inviato per punizione a Barbiana, nell’Appennino tosco-emiliano, frazione del comune di Vicchio nel Mugello: posto sperduto, senza acqua né energia elettrica, abitato solo da montanari e pastori.
Le persone che gli erano state affidate erano un centinaio.Gente povera e ignorante, che viveva ai margini della società, col poco che strappava a un duro lavoro.
Negli anni Sessanta non esisteva obbligo scolastico e più della metà della popolazione adulta era priva di ogni titolo d’istruzione, anche la semplice licenza elementare. Pochi erano i ragazzi e le ragazze che studiavano e più della metà non raggiungeva la licenza media.
Non resistendo a una così grande ingiustizia sociale e a tanta povertà, don Lorenzo donò ai suoi parrocchiani tutto l’amore e la cultura che possedeva, aprendo una scuola, rigorosamente laica, lui che era un prete cattolico.
In una delle stanze della parrocchia di Barbiana troneggiava, scritta a lettere cubitali su di una parete, la frase inglese “J care”, motto intraducibile pronunciato dai migliori giovani americani, che potremmo tradurre solo letteralmente: con ”m’interessa, me ne importa, mi sta a cuore”.
L’esilio di Barbiana avrebbe dovuto essere una punizione esemplare, lui ne fece l’arma del riscatto, perché, com’egli stesso scriveva alla madre in una lettera: “…La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, mada tutt’altre cose”. In definitiva, la grandezza di un uomo consiste in quello che dona, dà, sa e fà.
Volle trasmettere ai suoi allievi le basi della vita, aprendo gli occhi a quei ragazzi, figli di contadini, offrendo loro gli strumenti della lettura, la scrittura corretta, le lingue straniere, l’amore per la Filosofia e la Storia. Il tutto senza gerarchie, instillando in quei ragazzi la voglia di conoscere e capire, lasciando un segno che ha resistito a tutte le tempeste.
Dal remoto esilio di Barbiana, don Milani non dimenticò il mondo che in quegli anni ribolliva di umori e cambiamenti. Scrisse lettere e pamphlet rivolti a quella società che lui cercava di cambiare con le armi della “parola scardinatrice” e della denuncia.
Lettera a una Professoressa fu l’opera che gli diede la notorietà, ma, in realtà, il libro fu il frutto del lavoro dei ragazzi di Barbiana, i figli degli operai e dei contadini rifiutati dalla scuola “normale”, che, sotto la sua guida, misero il dito nella piaga di unsistema educativo infarcito di pregiudizi e privilegi, aperto solo a chi già conosceva il linguaggio di chi comandava. Il libro era un’aperta denuncia ai gravi problemi della scuola pubblica e alla sua assoluta mancanza di contenuti. Uscì nel maggio del 1967, un mese prima della sua morte. Racchiudeva un messaggio rivoluzionario per quei tempi e presentava l’UNICITA’ della Scuola di Barbiana: l’essere severa, impegnativa, attenta e aperta ai problemi del mondo, espressione di una cultura collettiva in cui la scelta di classe era in realtà, condivisione, confronto, non prevalenza del singolo, come nella scuola pubblica. Ci si aiutava a vicenda, si era poveri e uniti, impegnati e responsabili.
Era una scuola aperta 365 giorni l’anno, caratterizzata da un profondo legame con la vita e i problemi sociali – dallo sfruttamento all’indifferenza -.Fu un sasso nello stagno, un libro che rimane importantee mette ancora oggi i brividi.
Siamo in un momento storico particolare, di trapasso di civiltà, in cui i problemi collettivi hanno assunto una dimensione mondiale: la decadenza dell’Occidente e l’invadenza dei mass media nella privacy intellettuale di ogni uomo del mondo. Si sente quindi il bisogno di recuperare tutto un progetto nuovo di educazione.

L’ATTUALITA’di questo maestro consiste:
• nell’aver individuato e denunciato i guasti ineluttabili dell’era consumistica;
• nella lotta senza appello alle ipocrisie;
• nell’esigenza di una scuola laica e popolare, di mutuo insegnamento, dove chi sa di più insegna a chi sa di meno;
• nel creare delle personalità autonome;
• nel saper selezionare le informazione e ricercare un sapere critico e consapevole;
• nell’avere il dominio della “parola” per poter ragionare con il proprio cervello, alla pari con tutti;
• nel riconoscere che il risanamento del nostro Paese avrebbe dovuto passare per la giustizia sociale, eliminando le Caste, diremmo oggi.

L’opera di questo educatore resta ancora nella sua grandezza, perchéha pronunciato parole che non si cancelleranno facilmente.
Il fine di questa breve presentazione dell’uomo e del maestro è di stimolare in chi legge la curiosità per conoscere più approfonditamente le opere di questo profeta del futuro.
La sua MODERNITA’, in sintesi, consiste fondamentalmente nel fatto che non ha mai smesso di insegnarci a vivere.
Don Lorenzo Milani ha ottenuto così il 10 maggio c.a., in piazza S. Pietro, la sua riabilitazione, il giusto riconoscimento dovuto alle persone che sanno anticipare i tempi e sanno mettersi sempre a disposizione degli “ultimi”.
Ci ha pensato papa Francesco a unire tutti ribadendo il suo amore per la scuola ed esaltandola come luogo d’incontro, come prima società che integra la famiglia.
E voglio concludere proprio con le parole    del Papa: “Nella scuola si educa al Vero, al Bene, al Bello, impariamo che non sono mai separati, ma sono sempre intrecciati”.


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