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Vacanze Informatiche

Scritto da redazione il 11/10/2013


Vacanze Informatiche

di Vito Procaccini

Alla ripresa delle attività, qualche domanda sul rapporto tra l’uomo e la macchina

                        Nello scorrere ordinario dei giorni, siamo così assorbiti dai nostri impegni quotidiani da non avvederci di come il tempo scorra rapidamente. Qualunque tentativo di frenarne la corsa è temerario, a volte persino controproducente. È come se, avendo in mano un po’ di sabbia, cercassimo di trattenerne i granelli stringendo il pugno: il risultato è disastroso, perché perdiamo la sabbia da ogni fessura.
                        Ci prodighiamo, dunque, tanto affannosamente da non avere il tempo di fermarci a riflettere e a farci qualche domanda sulla nostra condizione. Il periodo estivo, mettendo (finalmente!) tra parentesi gli assilli di ogni giorno, potrebbe essere il tempo giusto per una pausa di riflessione, ma solitamente non è così. Accade infatti che normalmente ci portiamo appresso tutto il nostro armamentario tecnologico, nel quale il semplice telefonino fa la figura del residuato preistorico, surclassato com’è da smart phone, tablet e notebook.
                        Si tratta di strumenti sofisticati dai quali non riusciamo più a staccarci, perché, abituati ai servigi che ci rendono, ci sentiamo perduti quando non ne abbiamo la disponibilità. Lo sperimentiamo quando non troviamo “campo” per le nostre telefonate e allora, sull’orlo di una crisi di nervi, girovaghiamo in cerca del sospirato collegamento, urlando in spiaggia o per i sentieri di montagna.
                        Sarebbe il caso di meditare sulla possibilità di dare un taglio netto per un periodo sia pur breve, ma invece ci intrappoliamo da soli raddoppiando o triplicando il numero dei telefonini, per essere certi di essere sempre “connessi”.
                        Accade ancora di peggio quando il nostro portatile, fedele accompagnatore per tutto l’anno, si permette di fare le bizze durante una breve vacanza, lasciandoci nella costernazione, perché non possiamo lavorare o chattare in ogni momento e in ogni circostanza della nostra giornata. Non ci sfiora, neppure per un attimo, il pensiero che in questi piccoli strumenti batta un cuore sensibile e che dietro i loro imperscrutabili capricci si nasconda in realtà il desiderio di concederci qualche periodo di tregua. Noi invece dall’alto della nostra supponenza, crediamo di padroneggiare e utilizzare la tecnologia e fingiamo di non renderci conto del cambiamento radicale intervenuto negli ultimi anni. Fino a poco tempo fa avevamo accettato che questi aggeggi fossero considerati una protesi dei nostri sensi e delle nostre relazioni e potevamo gestirli a piacimento. Oggi le posizioni sembrano ribaltate: sono i mezzi che ci possiedono e con la complicità del sistema dettano le loro condizioni e noi non riusciamo a fare altro che adeguarci. Da padroni a umili servitori, coinvolti in un ingranaggio che sfugge ad un nostro controllo che sia lucido e razionale.
                        “È la legge della tecnologia informatica avanzata, bellezza!”. Sembra che – con ghigno beffardo – così si esprimano i nostri aggeggi, mentre noi smanettiamo ansiosamente per attivare ad ogni costo una connessione che non ci escluda dal resto del mondo.
                        In alcuni casi la connessione è di importanza davvero vitale, in altri è soltanto espressione della nostra modalità di essere al mondo nell’anno di grazia 2013; una modalità che sembra non ammettere mediazioni: prendere o lasciare. Prendere, per non perdere il passo nei confronti della concorrenza che ignora orari e calendari; o lasciare, per autoemarginarsi in un mondo arroccato nel passato o che, al massimo, si rifugia nel presente, rifiutandosi di proiettarsi nel futuro.
                                             La mediazione
                        Da quanto esposto, risulta quanto mai efficace l’espressione con cui gli studiosi denominano il nostro tempo: “era dell’acquario”. Siamo in effetti tutti immersi – volenti o recalcitranti – in un ambiente nel quale dobbiamo attivarci per poter sopravvivere. Persino l’elettrodomestico più caro – il televisore – con l’avvento del digitale, ha costretto anche i più refrattari a cimentarsi con più telecomandi e con decoder.
                        Sembra, dunque, che non ci sia scampo, ma, sarebbe una iattura rinunciare a capire cosa accade nel nostro tempo. Deve pur esserci uno spazio di mediazione tra la tecnologia (sempre più potente e intelligente) e l’uomo (sempre più rinunciatario e addomesticato). La dialettica macchina / uomo non si risolve certamente demonizzando la tecnologia, perché bisogna pur sempre ricordare che la macchina è prodotta dall’uomo. Tuttavia, per quanto possa sembrare strano, la macchina tende a rendersi “autonoma” rispetto al suo progettista, che rischia di trasformarsi in apprendista stregone. Di qui la necessità di ripristinare il controllo, operazione non facile, perché la velocità della macchina – anche la meno sofisticata – confligge con la capacità dell’uomo, anche se è l’esperto che l’ha progettata.
                        Occorrerebbe allora adottare qualche accorgimento nel nostro approccio con la tecnologia avanzata, sulla scorta – magari – di quanto realizzato per scoraggiare il fumo. Si potrebbe applicare sui nostri strumenti la scritta che leggiamo su certi bagagli: handle with care, maneggiare con cura. Sono “bagagli” preziosi che non possiamo evitare di utilizzare, perché le potenzialità sono infinite e allettanti, ma è bene usarli con attenzione, adottando una sorta di codice personale di autodisciplina.
                        Un uso corretto restituirebbe all’uomo una capacità decisoria, recuperando la sovranità sul suo tempo, distinguendo il tempo del lavoro da quello liberato dal lavoro, il tempo degli affetti e delle relazioni da quello della introspezione, dello scandaglio nel proprio essere.
                        La via della mediazione ripristinerebbe la sua signoria sulla tecnologia, perché occorre rammentare quella che può sembrare una banalità: la macchina è fatta per l’uomo e non l’uomo per la macchina.
                                            
                                                                                                                                                                    


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