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Vademecum per scrivani non avventurieri della penna

Scritto da redazione il 2/2/2013


Vademecum per scrivani non avventurieri della penna

Mi capita di leggere molto. E di scriverne poi. Ultimamente ho letto però libri che, quantunque avessero un loro spessore culturale, mi hanno deluso per la forma nella quale sono stati confezionati e presentati al pubblico dalla stampa. Libri che mi hanno indignata e che mi hanno indotto a ripensare non tanto le idee di contenuto in essi presentate quanto piuttosto lo stato dell’arte dell’attuale editoria italiana. Da questo disagio e dalla necessaria sofferenza che ne è derivata in chi, come me, ama appassionatamente la sua propria lingua, è nata questa riflessione, che voglio condividere con i miei lettori.

Un qualsivoglia scrittore, di articoli per la stampa o di libri, dovrebbe sempre essere stato personalmente nei luoghi di cui parla. Un cronista, non è davvero tale se non sta sulla notizia. Uno studioso, o un romanziere, deve comunque parlare di cose che conosce e sa, e dei posti che, prima di scriverne, ha visitato.

Per scrivere bene ci vogliono poche regole, ma rigorosamente seguite e rispettate da chi vuole cimentarsi, per mestiere o per passione, in un’attività così creativa e dirompente.

La realtà dei fatti non va mai distorta, nemmeno con l’immaginazione. Ecco perché bisognerebbe scrivere sempre di fatti dei quali si è avuta esperienza personalmente. Mai solo per sentito dire. O per averne fatto delle letture, per quanto dotte esse possano essere state.

Purtroppo nell’attuale orientamento della scrittura prevale invece un’inedita pigrizia dello scrittore, che resta comodamente seduto a casa sua, per giorni interi, dietro lo schermo di un computer, nella falsa convinzione di potervi conoscere il mondo attraverso la ricerca online. Vizio che, ultimamente, ha preso anche il mondo del giornalismo e della carta stampata. In effetti ormai con google si trova di tutto. Ma questa rimane un’errata convinzione. Nulla di più sbagliato e falso. Ciò che internet non permette è il fare esperienza, il contatto umano, e quindi il divenire storia di quanto non si è vissuto in prima linea.

Come nell’apprendimento si dice, giustamente, che si conosce bene solo ciò di cui si può fare esperienza, ricordiamo uno per tutti il Kant della Ragion Pura, ma anche il pensiero di Aristotele in merito e degli Empiristi inglesi Locke, Berkeley e Hume, così nella scrittura è altrettanto vero che si può scrivere compiutamente e bene solo di ciò che è diventato parte integrante della propria esperienza di vita, perché lo si è personalmente vissuto. E dal momento che si può dire qualcosa solo di ciò che si conosce in modo approfondito, si sa    anche, con cognizione di causa, che solo chi fa esperienza personale, stando sul posto di cui si racconta, può con dovizia di particolari e calore di prima emozione, rappresentare le situazioni e i posti visitati, insieme alla gente di cui intende parlare e narrare agli altri.

Lo scrittore dovrebbe essere un profondo conoscitore dell’animo umano. Dovrebbe parlare con la gente quanto più possibile, e viaggiare molto nei luoghi di cui intende narrare, per confrontare la storia passata con l’attualità dei fatti, e per apprendere direttamente, in situ, la verità che i luoghi stessi raccontano, con le loro memorie pietrificate, e con lo spirito che ancora vive in quelle terre, modificando idee e stili di vita, tradizioni e memorie di un popolo che le abita da sempre. Perché scrivere, inevitabilmente, è un lavoro che ha a che fare con la metodologia di ricerca e di ricostruzione adoperata anche dallo storico, che segue una traccia, che calca una pista, che va a caccia di informazioni e notizie, anche per confermare o abbandonare un’ipotesi teorica, che si è andata formando attraverso la lettura sui libri. Ed è un’attività tanto più simile a quella della scrittura storiografica quanto più ha come fine la stesura di un lavoro, che mira a scoprire nuove verità sul passato, ponendosi come rielaborazione scientifica di ricerca di un tema ideologico o di un insieme di fatti realmente accaduti e sedimentati nel tempo.

Altro elemento fondamentale dello scrivere è perciò stesso lo scrivere bene. Che vuole dire elaborare un testo in un corretto italiano, con riferimento alla forma e non di meno alla correttezza sintattica e grammaticale. Facendo molta attenzione alla qualità della stampa che diventa, a questo punto, il biglietto da visita con il quale un lavoro si presenta al lettore. A maggior ragione è, invece, raccapricciante che continuino a produrre libri case editrici che non si avvalgono di correttori di bozze a pagamento, per poi finire a pubblicare anche testi di valore, ma presentati alla redazione ultima in una così imbarazzante versione di stampa, da far sfigurare l’autore e il loro stesso buon nome, ammesso che ne abbiano uno. Anche questa cattiva abitudine è, purtroppo, sempre più in voga, proprio come la prima che ho appena descritto. Come se l’apparire in un libro di numerosi errori di battitura e di stampa rendesse più genuino il prodotto finale. Non posso concordare su questa “approssimativa” linea di alcune case editoriali. E reputo solo vergognoso che si facciano, magari, anche pagare dagli autori, per aver così distrutto le loro opere di scrittura. Un buon libro è tale per il suo contenuto di idee, ma anche per il modo in cui è stato scritto e stampato. Indiscutibilmente. Non devono esserci refusi più di tanto. C’è un decoro del presentarsi agli altri che corrisponde al mettere l’abito buono nei giorni di festa, per rispetto di se stessi e di tutti quelli che, uscendo, andremo ad incontrare. Resta così difficile capire una tanto banale norma di buona educazione e di decoro nello scrivere e stampare un prodotto?

Il problema è che, queste case editrici che non si avvalgono della collaborazione dei correttori di bozze, utilizzano come autocorrettori gli stessi scrittori che, nella fase finale di stesura della loro opera, completano il lavoro con l’ultima correzione del libro ormai prossimo ad andare in stampa. Ma si sa pure che chi scrive, spesso salta nella lettura lettere e parole, per averle ormai così tanto assimilate nella mente da vederle anche quando non ci sono. Sappiamo dalla psicologia che la lettura è più un fatto di testa che di occhi. Perciò, questa correzione delle ultime bozze, autodiretta dagli stessi autori, finisce per non correggere proprio nulla, lasciando invariati i refusi, che vanno così in stampa insieme al testo.

Immaginiamo cosa accadrebbe se quel testo fosse uno spartito musicale, suonato da un avventore qualunque, e noi fossimo i suoi spettatori. Non oso pensare ai fischi suscitati da una tale rappresentazione pubblica. Sarebbero costretti a lasciare la sala tutti i malcapitati musicisti che si fossero cimentati nella riproduzione di quel brano così maldestramente scritto dal suo autore, con una nota al posto di un’altra. Una steccata pazzesca. Un fiasco inaudito.

Ovviamente resta altrettanto riprovevole e discutibile il comportamento di certi autori evidentemente masochisti che, dopo aver subito l’offesa della banalizzazione della loro opera, stampata in modo pedestre, si ostinano, imperterriti, per un malcelato e incomprensibilmente falso senso di fedeltà, a stampare sempre con la stessa casa editrice.

Altro vizio degli scrittori dell’ultima ora è quello di voler, ad ogni costo, mettere in un libro tutto quello che sanno. Con l’unico splendido risultato di fare del loro prodotto finale un’opera di erudizione, noiosissima ed indigesta, eccessivamente lunga e pesante, che solo i pochissimi iniziati riusciranno a leggere fino in fondo, criticandola aspramente tra sé e sé, e non potendolo fare apertamente con i diretti interessati, ovviamente molto suscettibili e scarsamente aperti alle critiche, anche dei loro lettori più benintenzionati. E, cosa ancora più grave e penosa, intimamente convinti, con i loro editori, di aver partorito un lavoro di grande spessore intellettuale. La sintesi è un dono, ma anche un risultato di un duro lavoro di selezione e, in alcuni casi, di benedetta autocensura.

Sembra indispensabile, a questo punto, aprire un’ulteriore parentesi sul senso della cultura e su cosa si debba finalmente intendere a tal proposito. La cultura è apertura, confronto, dialogo; è entrare in contatto, relazionarsi. Fornire importanti spunti di riflessione possibile. Eppure molti di questi egregi scrittori, che a parole sono veri gentiluomini, evitano elegantemente di misurarsi se non con la gente che a loro garba, e che sanno già in anticipo pronta comunque a sostenerli. Circondandosi di adulatori, ed evitando così il parere sincero e spassionato, sebbene duro, di chi non ha nulla da guadagnare, e forse ha invece tutto da perdere, si fanno leggere e comprare sempre dai soliti noti, comprese quelle università che, in un modo o nell’altro, e non si sa come, continuano ad adottare libri scritti e stampati in un italiano vergognosamente pedestre e pieno zeppo di refusi, che qualunque tipografia saprebbe meglio curare.

Inoltre, quegli scrittori che procedono illusoriamente, adattando “licenze poetiche” dovunque credono, continuano a coniare neologismi e tecnicismi, adoperandoli senza aver preventivamente indicato ai lettori sprovveduti il significato del termine anche fuori del contesto da loro adoperato. Con queste modalità, si rischia seriamente di consentire un utilizzo erroneo di quello stesso termine, sfoggiato con tanta faciloneria, in differenti contesti, nei quali la stessa parola finisce per significare esattamente il contrario di quanto si vorrebbe dire.

L’Italiano non è un’opinione, proprio come la matematica, ma una delle più belle lingue al mondo. Peccato che più di uno se ne sia colpevolmente dimenticato.

Antonietta Pistone


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