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Vito Procaccini. Una realtà dominante nel nostro tempo

Scritto da redazione il 24/11/2013


Vito Procaccini. Una realtà dominante nel nostro tempo

INTERNET, CROCE E DELIZIA
La civiltà della comunicazione
Ci destreggiamo ogni giorno in maniera più o meno efficiente con i mezzi che la tecnologia mette a nostra disposizione. Li usiamo come strumenti indispensabili per l’uomo del XXI secolo e non riusciamo più nemmeno a pensare a come abbiamo potuto farne a meno in un passato anche abbastanza recente. Intrappolati dall’ansia del fare, dalla necessità di “esserci”, raramente ci soffermiamo a pensare al lungo percorso che ha segnato la civiltà della comunicazione. Vale la pena di accennarvi.
Nei tempi remoti non c’era altro mezzo che quello verbale e la conservazione della parola era affidata alla memoria. Tramite il ricordo, infatti, si tramandavano usi, costumi, tradizioni e questo ricordo era alimentato dai proverbi, dalle filastrocche, dai riti anche religiosi che finivano per collegare il presente al passato. La memoria collettiva cementava la società, che si riconosceva in verità condivise, espresse in maniera uniforme e costituivano l’ossatura di un impianto culturale solido, in grado di sfidare il tempo.
Ma, come tutti i fenomeni legati alla condizione dell’uomo, anche questo sistema è entrato in crisi e questo è avvenuto nel V secolo a.C., quando nella cultura greca ha cominciato a diffondersi l’alfabetizzazione. Ne troviamo traccia significativa nel Fedro di Platone, in cui si riferisce di Socrate che ci presenta un personaggio straordinario, Theuth, una divinità dell’antico Egitto. Si tratta, niente meno, che dell’inventore della matematica, della geometria e dell’alfabeto, e che si presenta al re d’Egitto, Thamus, per illustrare le sue arti, raccomandandone la diffusione tra tutti i sudditi. In particolare, per l’alfabeto così si esprime: “Questa scienza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria, perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria”.
La chiusura del re è netta, perché l’alfabeto “ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più all’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sanno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”.
Abbiamo indugiato sulla citazione, perché rivela come tra la cultura orale e quella scritta si apra lo spartiacque che altera la dimensione mnemonica che viene affidata al manoscritto.
Dopo il passaggio dalla cultura orale a quella scritta, la tappa successiva è ascrivibile a Gutenberg che, inventando nel 1437 i caratteri mobili di stampa, trasformerà il manoscritto in libro. È una rivoluzione autentica che ha tenuto banco in modo incontrastato fino a qualche decennio fa, quando è esploso il web, “ragnatela” tanto grande da avvolgere il mondo, con lo straripante www, world wide web, la rete grande quanto il mondo.
Si sono così aperti orizzonti sterminati, un’autentica esplosione dagli effetti ancora in larga parte sconosciuti e difficilmente prevedibili.

Dalla cultura orale a quella scritta
Gli argomenti del re Thamus si collocano bene nella cultura della Grecia antica in cui si distingueva un momento statico, quello della conservazione delle esperienze della mente, la memoria (mnéme), da un momento dinamico, consistente nel richiamo della memoria (anamnesis), nel ricordo. Il re, nel rigettare la proposta di diffondere tra gli Egiziani l’alfabeto inventato da Theuth, poneva in qualche modo l’accento sul valore del rapporto umano. Lo scritto – osservava – può aiutare a rinfrescare la memoria, ma rimane sempre in superficie, al contrario della parola che può penetrare nell’anima con la forza del convincimento che può scaturire da un dialogo aperto e serrato.
Troviamo in questo caso il “seme” che porterà i suoi frutti duraturi, perché compresi nella loro essenza. Il seme gettato dallo scritto è invece paragonabile a quelli che venivano seminati in occasione della festa di Adone; esposti al calore dell’estate fiorivano rapidamente, ma altrettanto rapidamente morivano.
È evidentemente una impostazione “datata”, che mal si concilia con la nostra idea di progresso, inteso come avanzamento dell’uomo sulla via della conoscenza; un progresso a cui in tempi recenti abbiamo impresso un ritmo accelerato, al punto che rischiamo di perderne il controllo. È una situazione a cui non si può porre rimedio guardando indietro, invocando una pseudo salvezza nel mito. Tuttavia, di fronte all’incedere quasi miracolistico del nostro progresso, ci domandiamo se davvero esso è finalizzato a rendere migliore la condizione dell’uomo considerato nella sua complessità. Siamo sicuri che al centro dell’interesse ci sia davvero l’uomo e se non siano invece predominanti altri fini, più o meno reconditi?
Tornando alla metafora filosofica, se si semina per il progresso dell’uomo ci saranno frutti; il seme utilizzato per altri fini non solo è sterile, ma mortifica quel progresso che con una espressione abusata, ma efficace, chiamiamo a misura d’uomo.    
Vito Procaccini
Nella illustrazione il dio Theuth


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